La risposta della critica alla narrativa
tolkieniana
di Wayne G. Hammond
[traduzione autorizzata di Roberto Di Scala di The Critical Response to Tolkiens Fiction, tratto da Aa.Vv. Proceedings of the JRR Tolkien Centanary Conference, The Tolkien Society and The Mythopoeic Press, Milton Keynes and Altadena, 19995, pp. 226-232. ]
Nel 1961 il critico Philip Toynbee scriveva sullObserver di Londra:
Cera un tempo in cui le fantasie sugli hobbit del professor Tolkien erano prese molto sul serio da molte famose personalità letterarie. Si dice persino che Auden sostenesse che questi libri erano allaltezza di Guerra e pace. Edwin Muir e molti altri provavano più o meno lo stesso entusiasmo. Avevo la sensazione che doveva esserci qualcosa che non quadrava, perché questi libri mi sembravano noiosi, scritti male, stravaganti e infantili. Per quanto mi riguarda, tutto questo ha avuto un esito rassicurante, perché la maggior parte dei suoi sostenitori più ferventi ha cominciato ben presto a cambiare opinione sul professor Tolkien, e oggigiorno questi libri sono caduti in un misericordioso oblio. (1)
Naturalmente il benservito che Toynbee diede al Signore degli Anelli era prematuro. Oggigiorno le opere di J. R. R. Tolkien sono lette ancora con fervore, non solo in Inghilterra e in America, ma in tutto il mondo. Il Signore degli Anelli infatti era molto popolare al tempo del giudizio di Toynbee, e più di trentanni e molte migliaia di lettori dopo è un classico moderno. Per amor di verità, nel 1961 la raffica delle prime recensioni del Signore degli Anelli era finita, e su Tolkien non si scriveva quasi più niente.
Il movimento dei suoi ammiratori era appena nato (in America), e lattuale fiume in piena della letteratura critica su di lui non era neanche un rivolo. Chiunque avrebbe potuto mal interpretare i segni in quel momento di calma critica. Ma chiaramente Toynbee era incline a farlo, guidato (secondo le parole di Edmund Fuller) da "unapparente e innata antipatia totale" (1968, p. 36) e dalla necessità di convincersi, per lo meno nel caso di Tolkien, dellaccuratezza dei suoi giudizi critici. Continuando larticolo, Toynbee ammetteva che in svariate occasioni aveva "sbagliato grossolanamente nel giudicare un libro, sia a vantaggio che a svantaggio dellopera", e che ogni tanto le opinioni di altri critici lo avevano portato a cambiare la sua. Ma si sentiva sicuro di avere ragione riguardo "agli hobbit". E infatti, nel 1978, lo troviamo ancora a sottolineare, in una recensione a The Inklings di Humphrey Carpenter, "limmaturità" del Signore degli Anelli e "linfantilità" della devozione di Tolkien, C. S. Lewis e Charles Williams alla finzione (1978, p. 31). Certe opinioni sono forgiate nellacciaio e resistono al tempo.
I giudizi di Toynbee ben illustrano, in negativo, in quale misura le opere di Tolkien spesso provochino reazioni più emotive che intellettuali. Parimenti illustrativi, ma in positivo, sarebbero gli scritti adulatori di alcuni ammiratori di Tolkien, quelli che (a loro diritto) hanno scelto di amare la Terra di Mezzo così comè, importandosene poco o nulla di qualsivoglia analisi. Tra questi due poli si trova una vasta area di commenti, opinioni e critiche serie su Tolkien. E un paese in continua espansione, con molti campi. Forse, è necessario che sia vasto. Come ha scritto Neil D. Isaacs, "contemplando lattività artistica di Tolkien bisogna allargare non solo i propri orizzonti, ma anche le proprie definizioni. Con Tolkien la prosa dinvenzione ha intrapreso nuove strade, ha compiuto balzi enormi, e i critici devono cercare di tenere il passo" (1968, p. 11). Ed è un luogo interessante da esplorare, per definire, a cento anni dalla sua nascita e a più di cinquanta dalla pubblicazione dello Hobbit, linfluenza e la fenomenale popolarità di Tolkien, per apprezzare meglio i variegati effetti che ha avuto sui lettori, e per spandere, di riflesso, nuova luce sulle opere stesse.
Un luogo interessante da esplorare - ma, sino ad ora, poco descritto, anche se ne esistono mappe dettagliate. Sul numero del settembre 1986 di Beyond Bree ho vestito i panni del critico per recensire la bibliografia tolkiniana annotata di Judith A. Johnson (Hammond, 1986, pp. 7-8), e ho notato che il libro non era ancora la giusta analisi critica che serve della critica tolkieniana. Adesso lo ritengo un commento non giusto. La critica della sola narrativa tolkieniana è materia di lunghe dissertazioni. Non poteva, né voleva, essere passata interamente in rassegna dal libro della Johnson. Ma lei, Richard West, Åke Bertenstam, George Thomson e altri bibliografi tolkieniani hanno gettato le basi per studi del genere. Serve solo che qualcuno segua le loro direttive. Io, nello spazio di questo saggio, non posso scrivere un libro di tale portata, ma mi piacerebbe per lo meno contribuirvi con un capitolo, o con lintroduzione a un capitolo, e indirizzare in qualche modo lautore.
Un resoconto della critica degli scritti di Tolkien dovrebbe cominciare con Tolkien stesso. Come scrisse una volta, egli era il suo "lettore più critico" (Tolkien, 1966, p. 6). Le sue lettere sono piene di autoanalisi e di ripensamenti. Prendeva nota delle sue recensioni, ed era costernato quando veniva capito male. Si preoccupava che le suo opere dovessero parlare a un pubblico più vasto del suo "ristretto circolo" di lettori. Questultimo comprendeva sua moglie e i figli, specialmente Christopher, e i suoi "due critici maggiori (e meglio disposti)", C. S. Lewis e Rayner Unwin (Tolkien, 1981, p. 36). Le critiche di Lewis sono state, o sono, ben documentate. Le opinioni di Rayner Unwin venivano comunicate a Tolkien privatamente, e sono per lo più inedite. Solo il suo commento sullo Hobbit è ben noto:
Bilbo Baggins era uno hobbit che viveva nella sua casa e non cercava mai avventure, alla fine lo stregone Gandalf e i suoi nani lo convinsero ad andare. Si divertì tantissimo combattendo contro folletti e warg. Alla fine arrivarono alla montagna solitaria. Smaug, il drago che ci fa la guardia, è ucciso e dopo una tremenda battaglia contro i folletti tornò a casa... ricco!
Questo libro, con laiuto di mappe, non ha bisogno di figure. E bello e dovrebbe interessare tutti i bambini da cinque a nove anni.
Lo stesso Rayner Unwin tiene a precisare, a proposito del suo commento finale, che ha scritto il giudizio quando aveva dieci anni. Da ragazzo espresse un giudizio anche sul Cacciatore di draghi, e un giudizio molto sagace sulla poesia "Le avventure di Tom Bombadil", che Tolkien aveva scritto perché facesse seguito allo Hobbit.
Credo che Tom Bombadil sarebbe una buona storia, ma dato che Lo Hobbit ha già avuto successo credo che la storia del pro prozio del Vecchio Took, Bullroarer, che a cavallo ha cacciato i folletti di Monte Gram nella battaglia dei Campi Verdi e ha tagliato la testa a Re Golfimbil [sic] con una mazza di legno sarebbe migliore. Questa storia potrebbe essere un seguito dello Hobbit, perché Bilbo potrebbe raccontarla a Gandalf e a Balin quando lo vanno a trovare a casa sua. (3)
Uomo o ragazzo, Tolkien trovava Unwin "un critico degno di essere ascoltato" (1981, p. 120).
I critici di professione cominciarono ad accorgersi della narrativa di Tolkien nel 1937, a partire dai primi recensori dello Hobbit. Come ha scritto Åke Bertenstam (1988, p. 17), questi critici erano alquanto perplessi. Tentando di definire Lo Hobbit lo paragonarono ai libri di Alice, al Vento tra i salici e altre opere di Kenneth Graham, alla fantasy geometrica di Flatland e a opere di William Morris e George McDonald. Non tutti questi paragoni reggevano. Il recensore del Times Literary Supplement fu, a questo proposito, il più acuto.
Definire il mondo dello "Hobbit" è, naturalmente, impossibile, perché è nuovo. Non se ne possono dare anticipazioni priva di andarvi, né lo si può dimenticare una volta visitato. Le mirabili illustrazioni e le mappe di Bosco Atro, del Goblingate e di Esgaroth fatte dallautore ne danno un accenno - così come i nomi dei nani e del drago che rapiscono lo sguardo non appena si sfogliano le pagine. Ma ci sono nani e nani, e nessuna ricetta qualsiasi di storie per bambini vi darà creature così radicate nel loro terreno e nella loro storia come quelle del professor Tolkien - che ovviamente ne sa molto di più di quanto gli serva per la sua storia. (Lewis, 1937, p. 714)
Ovviamente, perché il recensore era C. S. Lewis, che aveva letto il dattiloscritto dello Hobbit sapeva qualcosa della mitologia inedita di Tolkien.
Visto che Lo Hobbit era un libro per bambini, molti recensori notarono elementi che avrebbero interessato i bambini, e molti classificarono il libro per età. Anne T. Eaton, in un articolo lievemente confusionario apparso sul New York Times Book Review, scrisse che "il racconto è pieno di accenni preziosi per i cacciatori di draghi e i cercatori di avventure di Faerie. Nelle leggende e nei racconti popolari sono state uccise decine di mostri squamosi, ma ai lettori moderni non era mai stata presentata una guida così completa sul comportamento dei draghi". La Eaton dice che letà più adatta per leggere Lo Hobbit è tra gli otto e i dodici anni - ma poi ha scritto, nella stessa recensione, che il libro è adatto "dagli otto anni in su", e alla fine lha definito "un libro senza limiti detà" (1938, p. 12). C. S. Lewis tornò sullargomento nel Times Literary Supplement affermando che Lo Hobbit è "un libro per bambini solo nel senso che si può cominciare la prima di molte letture durante linfanzia" (1937, p. 794).
Avendo scritto un libro per bambini, Tolkien fu catalogato come autore per linfanzia - per lo meno dai recensori. Il suo secondo libro, Il cacciatore di draghi (1949), confermò quelletichetta. Il cacciatore di draghi è una pubblicazione per bambini, anche se già da molto tempo si era sviluppato da un gioco familiare in un racconto complesso che univa personaggi da fiaba a riferimenti alla storia medievale, allUniversità di Oxford e allo Oxford English Dictionary (OED). A differenza dello Hobbit, il libro passò sotto il silenzio dei recensori, fatto che Tolkien notò con amarezza (1981, pp. 138-9). Ma anchesso fu accolto favorevolmente.
Con la pubblicazione del Signore degli Anelli (1954-55) lumore e lapproccio dei critici cambiò drammaticamente. Se Tolkien era uno scrittore per linfanzia, questo cosera? Un libro in tre volumi, per lo più serio, dai lettori più colti paragonato a Spenser, Malory e Ariosto. I recensori furono messi alla prova. Alcuni risposero con la prima seria analisi della narrativa di Tolkien, altri non furono allaltezza.
Lanonimo recensore del primo volume per il Times Literary Supplement, descrivendo gli hobbit, scrisse che "è come se questi tipetti leggeri si fossero introdotti nel regno dei Nibelunghi". Notò lo sviluppo di Frodo "da ingordo giovane hobbit impacciato" a "un nobile paladino", e rimarcò:
Solo una considerevole abilità narrativa può vincere la difficoltà di questo totale cambiamento di tono entro i limiti di un solo libro. Il professor Tolkien ce lha fatta, per poco, ma ce lha fatta. [...] Però lintreccio è squilibrato. Tutti gli hobbit, i nani, gli elfi e gli uomini di buoni ideali possono unirsi contro Sauron, il Signore del Male. Ma il loro unico codice è il codice guerriero del coraggio, e lautore non spiega cosè che considerino Bene [...]" (Anon., 1954a, p. 541)
"Forse, dopo tutto," pensava il recensore, "questo è il cuore di una sottile allegoria" dellOccidente contro lOriente comunista. Ma "sia questo il suo significato, o non abbia significato alcuno, La Compagnia dellAnello è un libro che va letto per la sua solida prosa e la rara immaginazione".
W. H. Auden (1954, p. 37), scrivendo sul New York Times Book Review, notava che Il Signore degli Anelli, a differenza dello Hobbit, era scritto in un modo adatto agli adulti, "a quelli, cioè, tra i dodici e i settantanni" - un assortimento stranissimo. Chiamò La Compagnia dellAnello un racconto davventure e la paragonò a The Thirty-nine Steps di John Buchan. Anche Donald Barr, recensendo il secondo volume del Signore degli Anelli, notò che non era per bambini (particolare che sfugge ancora a qualche critico) e che "non [era] metafisico come le [fantasie] di E. R. Addison, né teologico come quelle di George McDonald". Credeva che lopera avrebbe attratto "i lettori dai gusti più raffinati" che "adesso desiderano la narrativa schietta e virile dei tempi andati", e che possedeva "una sorta di profondità echeggiante dove si sentono Snorri Sturluson e Beowulf, le saghe e il Nibelungenlied, ma civilizzati dal genio più raffinato dellInghilterra moderna" (1955, p. 4).
Con la pubblicazione delle Due Torri il Times Literary Supplement proclamò lopera "una prosa epica che loda il coraggio", e notò che "allinterno del suo mondo immaginato lautore disvela continuamente fresche regioni della mente, immaginate in maniera convincete e in cui vivere è un piacere". Comunque, "ampi settori di questo mondo mitico vengono omessi del tutto. Le donne non hanno ruolo [un commento frequente tra i critici, non del tutto giustificato]. Nessuno fa niente per arricchirsi [!]. Stranamente, nessuno si serve del mare, anche se può capitare nellultimo volume. E anche se adesso lallegoria è più chiara, non viene ancora spiegato dove risieda la malvagità di Sauron" (Anon., 1954b, p. 817). Anche il recensore del Ritorno del re del Times Literary Supplement profuse poetiche parole delogio per lopera di Tolkien: "Infine il grande edificio rifulge di tutto il suo splendore, con colonnati che si spingono fin oltre la vista dei mortali occhi, cupole che sergono dopo cupole, accenni a vasti saloni non ancora visitati". Con lungimiranza trovò Il Signore degli Anelli "unopera che molti adulti non leggeranno più di una volta, anche se persino la singola lettura non si dimenticherà facilmente. Forse in classe verrà letto più avidamente, magari più volte. Se ciò si verificherà, la sua influenza sarà incommensurabile. Come con Kai Lung del Vento tra i salici, può darsi che i posteri identifichino non la citazione diretta ma i riferimenti seminascosti, il che implica che ogni studente universitario completo e amante dei libri conosce bene le avventure di Frodo Baggins tra le malvagie montagne di Mordor" (Anon., 1955, p. 704). Ma riteneva che Tolkien avrebbe potuto meglio distinguere il Bene dal Male. Rispondendo alla lettera di un lettore, il recensore scrisse, adesso con una sorprendente mancanza di intuizione, che "per tutto il libro i buoni cercano di uccidere i cattivi, e i cattivi cercano di uccidere i buoni. Non li vediamo fare altro. Entrambi gli schieramenti sono coraggiosi. Moralmente, sembra che non vi sia nulla da scegliere tra loro". (4)
Ormai il clima critico era tale che W. H. Auden poteva scrivere: "A fatica ricordo un libro su cui ho avuto discussioni così violente. Sembra che nessuno abbia unopinione moderata. O la gente lo trova un capolavoro del suo genere, come me, o non lo sopporta [...]" (1956, p. 5). (5) Il primo fra tutti quelli che non lo sopportavano era il critico Edmund Wilson. In "Oo, Those Awful Orcs!" sul Nation, scrisse che "nel Signore degli Anelli cè poco di adatto alla mente di un bambino con più di sette anni. E essenzialmente [...] un libro per bambini di cui in qualche modo si è perso il controllo [...] una favola troppo cresciuta, una curiosità filologica". Disse che trattava di "un confronto semplice - delle Forze del Male con le Forze del Bene, del cattivo lontano ed estraneo con il coraggioso piccolo eroe cresciuto sotto casa. Vi sono venature di immaginazione" - Ent ed Elfi - "ma anche queste sono trattate con poca destrezza. [...] I personaggi parlano un linguaggio libresco che avrebbe potuto essere di Howard Pyle, e in quanto a personalità non si impongono". La "povertà di immaginazione" di Tolkien, credeva Wilson, era "quasi patetica". Come può essere, si chiedeva, "che questi volumi verbosi di ciò che a questo recensore sembrano sciocchezze abbiano ottenuto simili tributi" da critici tra cui C. S. Lewis, Naomi Mitchison e Richard Hughes? Credeva che la risposta fosse "che certe persone - specialmente, forse, in Inghilterra - hanno un appetito insaziabile per il ciarpame destinato ai giovani" (1956, pp. 312-13). La recensione di Wilson divenne subito tristemente famosa e provocò una risposta, limportante "Hwaet We Holbytla..." di Douglass Parker sulla Hudson Review (1956-57). (6) La recensione al Signore degli Anelli di Parker non solo bilanciò quella di Wilson, ma fu anche uno dei primi commenti di una certa lunghezza sullepica di Tolkien, e resta uno dei saggi più eruditi che trattano di Tolkien e della sua narrativa.
La serie più interessante di recensioni sul Signore degli Anelli apparve sul New Statesman and Nation. A Naomi Mitchison La Compagnia dellAnello piacque per i dettagli geografici e linguistici. Non era unallegoria, scrisse, ma "nel complesso una creazione più grande, forse una mitologia". Le dispiaceva solo che "certi aspetti di questo mondo mitico non [fossero] del tutto portati a compimento. Il professor Tolkien non è un economista. Ci sono incertezze per quanto riguarda il lato scientifico, ma per quanto riguarda il lato umano, dal punto di vista della storia e della semantica, non manca nulla" (1954, p. 331). Daltro canto Maurice Richardson, il recensore delle Due Torri, pensava che lopera avrebbe "potuto fungere da avventura allegorica per ragazzi con molto tempo libero, ma come ogni altra cosa [...] è stata elogiata troppo". Lopera, diceva, era cominciata come "unincantevole storia per bambini" ma "sera sviluppata come un infinito lombrico". Riteneva la sua fantasy "esile e pallida". Apprezzava le scene di battaglia e "latmosfera di rovina e pericolo e di perigliose cavalcate notturne", e credeva che lallegoria (dato che come tale la percepiva) desse adito a "interessanti speculazioni": lAnello ha qualche relazione con il nucleo atomico? Gli Orchi sono considerati alla pari degli scienziati materialisti? (1954, pp. 835-36).
Francis Huxley, recensendo Il ritorno del Re sullo New Statesman and Nation (1955, pp. 587-88), recensì anche la recensione di Richardson. "Quando quella che è una storia realmente mitologica è criticata perché infantile", scriveva, "mi viene subito il sospetto che Richardson non abbia centrato largomento". Riteneva che laffermazione di Richardson secondo cui il libro fosse "un infinito lombrico" fosse sì ispirata, ma non nel modo in cui era intesa.
Il professor Tolkien ha usato invero tutta la sua ingenuità per inventare le varie lingue di elfi, orchi, hobbit e nani, assieme alle loro storie e agli alberi genealogici che [...] formano unappendice di un centinaio di pagine. E forse bisogna avere "molto tempo libero" per apprezzarli o, naturalmente, per inventarli. Lazione della storia, comunque, non ha niente in comune con queste invenzioni meccaniche. Non è stata inventata a tavolino, è nata, come tutte le mitologie. Non stupisce molto, quindi, che la storia sia come un lombrico che avvolge il lettore nelle sue spire. Non è forse il destino benedetto e infelice di Frodo che lo fa inghiottire dal drago del male, lOscuro Potere, perché possa poi conquistarlo? Si getta nelle sue fauci, portando lAnello che rende invisibile chi lo indossa, e anche piega il drago alla sua volontà. Perché lAnello è limmagine del drago stesso, infinito perché si morde la coda (e basta uninfarinatura di mitologia per riconoscerlo), e lanello deve essere distrutto e non usato per paura che lUomo si tramuti in un drago, e non il drago in uomo.
Dopo il completamento del Signore degli Anelli e la pubblicazione delle sue prime recensioni, la critica tolkieniana seria cominciò a passare prevalentemente dai giornali e dalle riviste di vasta diffusione alle pubblicazioni specializzate, ai libri e ai saggi. Ma a parte un periodo di ristagno negli anni che vanno (più o meno) dal 1957 al 1961, Tolkien è rimasto (nel bene e nel male) al centro dellattenzione pubblica. Le avventure di Tom Bombadil (1962) e Albero e foglia (che includeva "Foglia di Niggle", 1964) ottennero una modesta risposta critica, poi la competizione americana tra ledizione paperback "pirata" del Signore degli Anelli della Ace Books e ledizione autorizzata della Ballantine Books cambiò di nuovo il tono della critica tolkieniana. Questa "guerra per la Terra di Mezzo" degli editori e la sua questione centrale sulla validità dei diritti dautore americani di Tolkien generò unenorme pubblicità, il che fece puntare i riflettori non solo sulla questione centrale ma anche sul movimento degli ammiratori che era cresciuto senza troppo clamore attorno allo Hobbit e al Signore degli Anelli e che adesso si trovava al centro della controversia, schieratosi a favore dellautore preferito contro lingiustizia di un editore non autorizzato. La pubblicità fece anche vendere libri, il che era in sé una notizia interessante. I media si accorsero della crescente popolarità di Tolkien, e del "culto di Tolkien", e si fecero più interessati alla sua fama e alle vendite fenomenali che ai suoi testi.
Nel 1962 Edmund Fuller osservò che lacclamazione critica con cui fu ricevuto Il Signore degli Anelli fu così grande da contenere "uninevitabile reazione contraria - un rischio naturale per qualsiasi opera unica nel suo tempo e che accende la gioia con la sua freschezza" (p. 36). Si riferiva ai primi dissenzienti quali Edmund Wilson e Philip Toynbee. Ma le loro osservazioni erano di tono educato rispetto a certe critiche che nel 1977 si riversarono sulla pubblicazione (postuma) da lungo tempo anticipata del Silmarillion, e che in seguito furono dirette contro Racconti incompiuti e "La storia della Terra di Mezzo". Critiche molto vigorose e non ancora scemate.
Leditore di Tolkien, Rayner Unwin, ha detto che le recensioni al Silmarillion erano tra le più ingiuste che avesse mai visto (Yates, 1978, p. 14). Non erano tutte negative. Anthony Burgess ne scrisse bene sullObserver (1977), e John Gardner, sul New York Times Book Review, anche se vi trovò delle mancanze, pensava che la parte centrale del libro possedesse "una ricchezza di personaggi vivaci e interessanti, e che tutti i racconti fossero fuori dallordinario" (1977, p. 1). Ma erano in minoranza. Di contro, sul Times Literary Supplement Eric Korn liquidò Il Silmarillion come "illeggibile" e trovò che "le parti ammirevoli e divertenti" del Signore degli Anelli mancavano nellultima opera, e che "viene magnificato ciò che è cattivo. E si lamenta ancora di più lassenza di paesaggio [...] nel mondo del Silmarillion [non ci sono] né locande, né Raminghi o Stregoni che fumano pipe, né hobbit, o personaggi femminili, tutte Pallade Atena o Brumilde o Isolda, alte e spaventate, in salute e dagli occhi chiari, come le eroine di John Buchan". Korn criticò anche il linguaggio di Tolkien che, diceva, aveva "superato il limite tra mitologia e Sacre Scritture, perdendo completamente la testa [...] [Ci sono] troppi nomi esotici perché possano piacere: non i Corni Elfici che risuonano debolmente ma un garrulo annunciatore ferroviario delle ferrovie finniche" (1977, p. 1097). Francis King, sul Sunday Telegraph, ribatté sullo stesso punto, paragonando Il Silmarillion a un "pasto troppo lungo e indigesto", notando che, anche se i suoi scritti hanno "un potere e una magnificenza indiscutibili [...] Tolkien non ha forgiato uno suo stile personale [...] ma è invece ricaduto in arcaismi tardo vittoriani che ricordano George McDonald e William Morris". Anche King non trovò nel Silmarillion donne "degne di quel nome", solo una casta di uomini la maggior parte dei quali "si comporta come se non avesse mai raggiunto la pubertà" (1977, p. 14). L. J. Davis, sul New Republic (forse il recensore più caustico), paragonò Il Silmarillion al Libro dei Mormoni e osservò che tutti i personaggi "sono alti un metro e mezzo e campano milioni di anni". Trovava che il libro fosse "una debole glossa" al Signore degli Anelli e che probabilmente avrebbe condotto i propri ammiratori a una "grande delusione" (1977, pp. 38-40). Richard Brookhiser, sul National Review (1977), fu più caritatevole ma ancora negativo: Il Silmarillion "non era un discredito" per Tolkien, ma era meno riuscito per la mancanza di hobbit.
Accoglienze critiche simili erano da aspettarsi. Il Signore degli Anelli era un paragone non facile da reggere, e Il Silmarillion, come molti critici fecero notare, era un libro molto diverso. E anche se fosse stato come il suo predecessore, Tolkien sarebbe stato criticato lo stesso per essersi ripetuto. Che Il Silmarillion vendette bene nonostante i suoi molti detrattori è (a seconda dei punti di vista) prova della sua vera qualità o una deplorevole indicazione di come gli ammiratori di Tolkien, al pari di un gregge di pecore, ciecamente pratichino la "fedeltà alla marca". (7) Ad ogni modo, il libro porta ancora (ingiustamente) le stigma di "libro difficile", e ha ricevuto meno serie considerazioni di quanto meritasse.
A Racconti incompiuti, pubblicato nel 1980, non andò meglio. Brian Sibley, sul Listener, lo definì "un dispendioso poscritto di cinquecento pagine che poco aggiunge alla reputazione del suo autore o allapprezzamento delle sue altre opere", anche se aggiunse che, "grazie al cielo, non prende nulla da loro" (1980, pp. 443-44). E Guy Gavriel Kay, che aveva assistito Christopher Tolkien nella preparazione del Silmarillion, scrisse su una rivista canadese che "per chi cerca innocentemente una buona lettura Racconti incompiuti si rivela inaccessibile, pedante e forse, in ultima analisi, mette tristezza. Dovè finita la magia? A volte ci si sente archeologi che scavano tra le macerie polverose di una civiltà un tempo gloriosa [...] frammenti di vasellame [...] larida polvere di note erudite che rimpiazzano lo sfavillio di spade incantate" (senza data, p. 16).
Per quanto riguarda "La storia della Terra di Mezzo" (1983--), i suoi recensori si sono divisi tra chi ritiene la serie un tributo allimmaginazione di Tolkien e chi semplicemente si chiede Perché? Non servono molte citazioni per dare unidea del tono delle recensioni. Losservazione di Valerie Hudson su Vector a proposito di The Lost Road and Other Writings è tipica: "Lettura obbligata per i patiti di Tolkien e i dottorandi, il libro è stato, concordemente per me e per il mio gatto, unottima scusa per un pisolino in un pomeriggio piovoso" (1988). (8) Naturalmente questi libri, che analizzano lo sviluppo delle opere di Tolkien attraverso una presentazione erudita dei suoi manoscritti, principalmente sono per specialisti, e lattento acquirente li riconoscerà come tali. A ragione i recensori possono mettere in guardia i potenziali lettori che "La storia della Terra di Mezzo" non è necessariamente per chi "cerca altra gioia ed eccitazione delle storie degli hobbit" - ma i critici protestano troppo, e molti lettori non concordano con loro. Le vendite generalmente buone della serie, la risposta degli ammiratori ai quattro volumi che parlano della storia del Signore degli Anelli e la recente comparsa sul vasto mercato dei paperback di Racconti perduti e Racconti ritrovati lasciano intendere che "La storia della Terra di Mezzo" faccia presa sul pubblico di Tolkien più di quanto i suoi critici riconoscano.
Il resoconto sulla critica tolkiniana deve passare dalle recensioni a studi più formali, che non posso cominciare ad analizzare in questa sede. Ma mi piacerebbe fare qualche osservazione su dove si sono soffermati gli studi su Tolkien e che direzione potrebbero prendere. Osservando la prima raccolta di saggi su Tolkien di Isaacs e della Zimbardo, pubblicata più o meno un quarto di secolo fa, alcuni commenti che essa contiene sembrano adesso semplicistici. Oggigiorno le nostre conoscenze sono ben più vaste. La biografia di Humphrey Carpenter, la pubblicazione delle lettere di Tolkien e "La storia della Terra di Mezzo" danno forma e colore alla nostra visione delle opere di Tolkien - o dovrebbero. Per ben due volte Neil D. Isaacs ha fatto lirritante osservazione di essere interessato alla critica tolkieniana rivolta ai suoi studiosi di letteratura, non agli ammiratori di Tolkien. Questa è una distinzione artificiale e persino offensiva. Oggigiorno buona parte della critica tolkieniana dun certo livello è prodotta dagli ammiratori, molti dei quali sono anche accademici di professione, e le fanzine sono la spina dorsale degli studi su Tolkien, di certo il loro prodotto più agile, e sempre più sofisticato. E là, ritengo, che è più probabile che si aprano nuove strade critiche.
Può darsi che i lettori di Tolkien non vengano mai coinvolti dai suoi libri più recenti. Una volta ho parlato con una signora che diceva, molto entusiasta, di amare i libri di Tolkien, ma quando ho menzionato Il Silmarillion mi ha guardato spaesata. Conosceva solo Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Gli studi tolkiniani più seri sono stati affetti più o meno dalla stessa cecità. Anche se Neil Isaacs, nella seconda raccolta di Isaacs e della Zimbardo, New Critical Perspectives, ha ammesso che Il Signore degli Anelli non è la sola opera di Tolkien degna di attenzione, "[cè] ancora un giudizio generale secondo cui la trilogia [sic] è, se non il cuore dellopera di Tolkien, per lo meno la testa e le spalle che sinnalzano al di sopra del suo corpus creativo" (1981, p. 1). Ha anche osservato che "la pubblicazione del Silmarillion dovrebbe [...] stimolare un certo riesame di alcuni saggi critici che riguardano la trilogia" (p. 7). Questo è un punto di vista di gran lungo troppo ristretto.
Si può dire molto sul Signore degli Anelli, e molto resta da dire. Ma dispiace vedere che dopo tutti questi anni è stato scritto così poco sul Cacciatore di draghi e Fabbro di Wooton Major, persino sullo Hobbit. E ora abbiamo gli abbozzi preparatori di Tolkien, Racconti incompiuti, attualmente nove volumi della "Storia della Terra di Mezzo" (9), e la storia dei manoscritti dello Hobbit, a cura di John Rateliff, ancora inedita. Tutti questi volumi devono essere presi in considerazione se vogliamo vedere lo sviluppo della creatività di Tolkien, il corpo delle sue opere nella sua interezza e non solo diviso in singole parti. E si devono intraprendere nuove strade critiche, lo studio, ad esempio, della lingua e dei linguaggi di Tolkien - non solo le sue lingue inventate, ma la sua prosa e i suoi stili poetici - e delle sue illustrazioni e dei suoi disegni, che pure riflettono la sua visione e sono in stretta relazione con lo sviluppo dei suoi testi. I critici tolkieniani, torno a dire, hanno adottato un punto di vista ristretto. Sono speranzoso, comunque, circa il fatto che i loro occhi si stiano aprendo. La gamma e la qualità degli interventi presentati alla Conferenza del Centenario Tolkieniano ne sono la prova. Il terreno preparato da Tolkien è molto fertile, e i sentieri che conducono al suo cuore sono molti. La risposta critica alle opere di Tolkien deve seguire tutte queste strade, fin dove esse portano.
Riferimenti bibliografici. (10)
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Note al testo.
L11 febbraio 1962 sullObserver fu pubblicata
la lettera di un certo C. D. Fettes che discuteva i giudizi di
Toynbee. George Watson cercò di spiegare il dissenso a proposito
del Signore degli Anelli descrivendo Tolkien come
lultimo dei Vittoriani (vd. "The Roots of
Romance", recensione a The Road to Middle-earth di T.
A. Shippey, Times Literary Supplement, 8.10.1982, p.
1098). Lo stesso Watson era un "dissenziente" alla
maniera di Toynbee. Etichettò Il Silmarillion come
"tronfio e vanitoso" e Il Signore degli Anelli
"più un fenomeno [...] che unopera letteraria, e più
che altro unassuefazione [...]".
Dal manoscritto riprodotto in Lo Hobbit annotato da Douglas A. Anderson (1988), p. 2, qui citato su permesso di Rayner Unwin.
Resoconto di Rayner Unwin incluso in una lettera inedita di Stanley Unwin a J.R.R. Tolkien del 16.12.1937, citato su permesso di Rayner Unwin e della Harper Collins.
Risposta alla lettera al curatore di David I. Masson, Times Literary Supplement, 9.12.1955, p. 743. Anthony Bailey fece un commento simile nel suo "Power in the Third Age of the [sic] Middle Earth" (1956, p. 154). C. S. Lewis replicò a tutti i lettori che nel Signore degli Anelli vedevano solo bianco e nero e nessuna sfumatura di grigio nel suo "The Dethronement of Power" (1955).
Questa recensione del Ritorno del Re fece sì che Tolkien scrivesse un commento privato di una certa lunghezza sui suoi critici, pubblicato in La realtà in trasparenza.
Unaltra buona risposta a Wilson, e a Philip Toynbee, è Shippey, 1982, pp. [1]-3.
Vd. Auberon Waught, "Some Useful Things to Do with Books", Literary Review, aprile 1992, p. 1.
Gillian Sommerville-Large, che "recensì" The Lays of Beleriand sullo Irish Times del 28.9.1985, non ha potuto neanche leggere il libro perché "Tolkien mi dà il voltastomaco". "Potete leggere questa roba", scrisse, "o impiegare il vostro tempo per imparare la stenodattilografia, per studiare il computer o per curare i fiori". Solo un manipolo di recensori, al di fuori della cerchia degli ammiratori, ha riservato alla "Storia della Terra di Mezzo" la considerazione che merita, ad esempio Stephen Medcalf, "Elven Evolutions" (recensione ai Racconti perduti), Times Literary Supplement, 19.7.1985, p. 802.
Ma, a un paio danni dalla pubblicazione del presente saggio (1995), la serie è arrivata al dodicesimo volume. [N.d.T.]
Ringrazio Åke Bertenstam, Jeffrey Drefke, Edwin Gilcher, Christina Scull e Jessica Yates per avermi fornito copia di alcune opere critiche discusse in questo saggio.
Nota del
traduttore.
Per evitare di appesantire il
testo con continui rimandi di nota, si è preferito, alla fine di
ogni citazione, indicare lanno dellopera citata e la
pagina in cui il testo compare. Assieme al nome dellautore,
si potrà così consultare la nota bibliografica riportata in
coda allarticolo.