Tolkien e le West Midlands: le radici del romance
di T.A. Shippey
(discorso tenuto alla King Edward’s School di Birmingham il 15 ottobre 1992)

[Traduzione autorizzata di Claudio Maximilian Rizzi di Tolkien and the West Midlands : the Roots of the Romance, in "Lembas Extra" (fanzine olandese pubblicata in lingua inglese), 1995, pp. 5-22]

Ciò che stiamo facendo oggi è strano, o quantomeno inatteso. Credo che il vecchio edoardiano del quale stiamo celebrando il centenario, J.R.R. Tolkien (1892-1973), ebbe, da solo, più influenza sul mondo letterario di chiunque altro durante questo secolo. Voi potreste confutare questa affermazione in molti modi:

Argomentazione
Gli elementi soggiacenti a sostegno della mia affermazione iniziale sono i seguenti. In primo luogo, secondo gli editori di Tolkien, The Hobbit (1937) è il libro per bambini di maggior successo che si sia mai avuto. The Lord of the Rings (1954-55), invece, ha reintrodotto nel mondo letterario un genere che era considerato estinto ed irrecuperabile: il romance. Ed allo stesso tempo ha creato un nuovo veicolo di espressione letteraria: la trilogia fantasy. Quante se ne erano avute prima di Tolkien? Per quanto ne so, nessuna. Quante ne esistono ora? Stephen Donaldson ne ha scritte almeno tre, David Eddings ha scritto non so più quanti volumi di The Malloreon (titolo significativo) ed altre serie. In totale, il cinque per cento della produzione letteraria attuale - cioè circa 600 volumi l’anno - è fantasy, quasi tutta di derivazione tolkieniana e parte di essa in modo pedissequo e fanatico, come si può notare già dai titoli (per i quali si veda la seconda edizione del mio The Road to Middle-earth, 1992, intorno all’ultima nota a piè di pagina del libro) [Capitolo 9, nota 4, N.d.T.]. Esiste inoltre l’intero fenomeno ‘Dungeons and Dragons’, del tutto derivato chiaramente da Tolkien nei suoi personaggi (gli ‘orcs’ [tradotto ne Il Signore degli Anelli come ‘orchetti’, N.d.T.] sono ora uno standard, ma si tratta di un termine introdotto nell’inglese moderno solo da Tolkien - si veda Road, I ed., pag. 50).

Cambiamento
Tale è la situazione presente. Per rendersi conto di come Tolkien cambiò il mondo letterario pensate a come si presentava la situazione quando, nel 1937, l’editore di Tolkien Sir Stanley Unwin chiese un seguito a The Hobbit e lo scrittore gli spedì l’incompiuto Silmarillion. Deve essere sembrato uno dei lavori meno pubblicabili mai ricevuti.
Ora infatti sappiamo cosa disse il lettore della casa editrice, in quanto il suo commento è stato pubblicato in The Lays of Beleriand, ed. Christopher Tolkien, 1985, pag. 365. Egli disse:

"Mi trovo molto dubbioso al riguardo - non sembra neppure avere un autore! - né alcuna indicazione di fonti, ecc. Si suppone giustamente che i lettori delle case editrici siano di moderata intelligenza ed istruzione, ma confesso che le mie letture non si sono mai estese fino ai racconti di gesta celtici [ciò che Tolkien aveva mandato non era un racconto di gesta, né tantomeno di origine celtica] e non so neppure se questa è un’opera famosa o no [non lo era] o, soprattutto, se è autentica. Presumo che lo sia [non lo era], poiché il non specificato versificatore ha incluso alcune pagine di una versione in prosa (che è di molto superiore)."

Il lettore era sconcertato. Ma chi non potrebbe capirlo? Tolkien doveva cambiare il mondo letterario e le sue aspettative per essere quantomeno letto.

Radici
Ho detto che Tolkien è stato lo scrittore più influente e di maggior successo di questo secolo; ora mi chiedo: quali furono le radici di quel successo? Dove si trovavano le radici del romance? E sono almeno certo di sapere dove non erano.
Ne venni a capo circa 22 anni fa, nel 1970, parlando ad una conferenza su Tolkien al Cannon Hill Centre. L’evento durava un solo giorno. Ero là per parlare di ‘Tolkien e la filologia’. Ero l’ultimo relatore della giornata. Iniziai dopo che diversi altri conferenzieri avevano discusso di Tolkien e la filosofia, Tolkien e la sociologia, Tolkien e la psicologia junghiana (ecc.). Alla fine, la prospettiva di un’altra -logia fece fuggire il pubblico a frotte verso l’uscita posteriore.
Fortunatamente era il 1970, ero stato docente all’Università di Birmingham durante le agitazioni studentesche di quell’epoca ed ero abituato a trattare con spettatori riottosi.
Giunsi di fronte al palco, dissi loro di tornare a sedersi ed affermai che la filologia era diversa dalle altre -logie in quanto basata sui fatti; proposi di spiegare loro i fatti che andavano conosciuti riguardo alle parole di Tolkien ed al suo mondo.
Questo approccio ebbe particolare successo. Il segretario di Tolkien era nel pubblico e gli fornì il testo del mio discorso, di cui parlerò più avanti. Ma questa è l’essenza di ciò che intendo dire oggi, anche se presto amplierò il concetto: le radici del romance di Tolkien si trovano nella filologia. Questo è ciò che va tenuto a mente innanzitutto.

Una visione di minoranza
Il mio punto di vista è rimasto di minoranza fin da quel momento e la critica tolkieniana ha continuato ha perdere tempo nella discussione di futili tematiche quali il simbolismo degli anelli, la ricerca da parte degli hobbit della ‘individuazione junghiana’, la mythopoeia contemporanea, The Lord of the Rings come ‘fantasia politica espressa in celati simboli sessuali’. Le conclusioni sono di questo tenore (tralascio il nome dell’autore - è solo un esempio del genere di cose che è possibile trovare):
"Il ‘critico come mostro’ delineato nell’articolo su Beowulf riappare come ‘Tolkien il Critico’ nella premessa a The Lord of the Rings; una versione cresciuta di ‘Tolkien il narratore’ in The Hobbit. L’eroe come mostro trova espressione, come aveva in precedenza in Bilbo, in Frodo, che scopre come i paesaggi interiori siano un terreno più aspro di quelli di Mordor. La serie di mostri a rappresentazione dei peccati mortali - Saruman, Shelob - convergono in definitiva con il malvagio re germanico della trilogia - Denethor - combinando immagini del ‘Re sotto la Montagna’ in The Hobbit con il concetto di re germanico presentato in The Homecoming ed altre parodie medievali."
Posso immaginare ciò che Tolkien avrebbe detto al riguardo. In primo luogo, avrebbe preferito morire all’istante piuttosto di essere chiamato ‘critico’. In secondo luogo avrebbe ringhiato che Denethor non era più germanico di quanto The Lays of Beleriand non fossero celtici.
Come anche la più disattenta lettura di The Lord of the Rings potrebbe mostrare, non era neppure un re! Era un Sovrintendente. E non era un re neanche l’eroe di The Homecoming [of Beorhtnoth Beorhthelm’s Son], un’opera minore di Tolkien, era un ealdorman [alto ufficiale, N.d.T.]! Non sa leggere questa gente?
Per quanto concerne i mostri che ‘rappresentano i peccati mortali’, Tolkien disse ripetutamente che preferiva draco [drago, la creatura vera e propria] a draconitas [l’astrazione derivata].
Il critico citato risponderebbe probabilmente che i puri dettagli fattuali sono irrilevanti, poiché si sta parlando di idee universali. Ma Tolkien non pensava in questo modo. Egli non era interessato alle idee in se stesse, alle astrazioni slegate dai fatti o alle generalizzazioni.
Infatti, dopo aver visto il testo del mio discorso tenuto a Cannon Hill, Tolkien mi scrisse una lettera che riportava, tra l’altro:

"Molte grazie. Trovo la sua trattazione ammirevole, una delle più vicine al mio cuore, o la più vicina, delle molte che ho ricevuto: e sono onorato di aver suscitato la sua attenzione. Sono d’accordo con quasi tutto ciò che lei afferma e rimpiango di non avere più tempo per parlare del suo lavoro: in particolar modo per quanto riguarda il ‘disegno’, come appare o può essere trovato in un ampio lavoro finito, e gli eventi reali o le esperienze viste o sentite dalla mente vigile nel corso dell’effettiva composizione. Comunque, almeno, i più sentiti ringraziamenti ed i migliori auguri..."

Le sottolineature non erano ovviamente presenti nell’originale. Le ho aggiunte io per mostrare che Tolkien stava scrivendo nello specializzato Dialetto di Cortesia dell’Uomo dell’Antico Occidente; e ciò che stava dicendo era chiaramente che pensava che io mi fossi spinto troppo avanti nel trovare il ‘disegno’, come in effetti avevo fatto.
Tolkien non lavorava partendo da progetti, piani o idee. Egli partiva dalle parole. E, a volte, dalle mappe.

Le West Midlands
Quale fu, in particolare, l’effetto delle West Midlands su Tolkien? Da un punto di vista personale esse erano ovviamente associate al trauma della sua vita giovanile (descritta ottimamente da Humphrey Carpenter, nel suo libro J.R.R. Tolkien: A Biography, 1979, pagg. 9-86). Possiamo riassumerla in breve.
Tolkien perse il padre all’età di tre anni; la madre, nata Mabel Suffield, all’età di dodici anni. Visse in almeno otto luoghi differenti a Birmingham e nei suoi dintorni: al 9 di Ashfield Road, King’s Heath; al 5 di Gracewell a Sarehole, Hall Green; in una casa di Mosweley ora demolita ed in un’altra dietro alla stazione di King’s Heath; al 26 di Oliver Road, Edgbaston e nel cottage dell’oratorio di Rednal; in Stirling Road ed in Duchess Road, Edgbaston.
Durante questo periodo di continua instabilità, la King Edward’s rappresentò in un certo senso il principale rifugio di Tolkien, se non la casa. Ma gli amici che vi incontrò, R.Q. Gilson (figlio di Gary Gilson) e G.B. Smith furono uccisi nelle Fiandre nel 1916.
Intanto, sebbene Tolkien si fosse innamorato di Edith Bratt, la donna che sarebbe divenuta sua moglie, gli fu proibito dal suo tutore di vederla o di comunicare con lei quando egli aveva diciotto anni. Con caratteristico scrupolo ed ostinazione Tolkien obbedì al suo guardiano fino al giorno del suo ventunesimo compleanno e scrisse una proposta di matrimonio a Miss Bratt subito dopo la mezzanotte di quel giorno.)
Dopo la guerra Tolkien si trasferì ad Oxford, a Leeds e poi di nuovo ad Oxford. Non tornò più a vivere nelle West Midlands e ci si sarebbe potuto aspettare che quella regione venisse da lui associata alla solitudine ed al dolore. Ma egli le rimase sempre profondamente legato: si potrebbe dire che per lui rappresentasse una sorta di paradiso dal quale si sentiva per sempre espulso.

Filologicamente
Ma ho detto che la filologia riguarda i fatti, non i sentimenti. Cosa significava per Tolkien quella regione dal punto di vista della filologia?
Ebbene, in primo luogo rappresenta un’area dialettale del medio inglese. E allora? Cos’è il medio inglese? Per dare risposta alla seconda domanda innanzitutto, esso rappresenta la condizione della lingua tra le battaglie di Hastings e di Bosworth Field [tra il 1066 ed il 1485]. Cosa ne pensava Tolkien? Qui la risposta deve essere inevitabilmente sintetizzata, ma in prima istanza Tolkien pensava che Hastings fosse stato un disastro. Essa distaccò per sempre l’Inghilterra dal mondo germanico. In senso linguistico: Tolkien può non essersi spinto lontano quanto l’autore della Gunnslaugs saga Ormstunga (La Saga di Gunnlaug Vermilinguo), che dichiarò (in islandese): Ein var thá tunga á Englandi sem í Noregi ok í Danmörku. En thá skiptust tungur í Englandi, er Vilhialmr Bastarthr vann England (C’era allora una lingua in Inghilterra come in Norvegia ed in Danimarca. Ma poi le lingue in Inghilterra si separarono quando Guglielmo il Conquistatore - ‘Conquistatore’ non è affatto un’esatta traduzione del termine islandese - vinse sull’Inghilterra). Ma egli non poté mancare di notare i maggiori mutamenti grammaticali e lessicali che hanno reso alle nostre orecchie l’antico inglese così simile ad una lingua straniera.
La Conquista distaccò l’Inghilterra dal mondo germanico anche in senso letterario: non più Beowulf, non più poemi su mostri, solo poemi onirici, visioni d’amore, versi in rima e romantici usignoli! Ma significò anche che la lingua inglese fu degradata ad uno stato di subordinazione, così che, senza preoccupazione per come la gente effettivamente parlasse, si smise di scrivere in inglese e si passò al francese ed al latino in tutta l’Inghilterra. Ma non esattamente in tutta l’Inghilterra. La più importante scoperta filologica di Tolkien fu la sua dimostrazione, nel 1929 (si veda il saggio allegato su Ancrene Wisse e Hali Meithad), che due manoscritti in medio inglese in differente calligrafia fossero nondimeno scritti in un inglese identico persino nell’ortografia e - ancora più notevole - in punti grammaticali di secondaria importanza - punti non identici all’antico inglese (e quindi non puramente copiati) ma rigorosamente evolutisi da esso.
Qual’è il significato filologico di tutto questo? Ebbene, le identità ortografiche non sono un frutto del caso. Devono essere insegnate. Quindi anche nell’Alto Medioevo qualcuno insegnava agli inglesi come scrivere in inglese, in una scuola vera e propria. Oppure, per dirla con le parole di Tolkien:

"C’è un inglese più antico e più ricco di quello di Dan Michel, regolare nell’ortografia come quello di Orm [si tratta di altri due scrittori in medio inglese di relativa consistenza] ma meno bizzarro; un inglese che ha conservato qualcosa della sua antica raffinatezza [ovvero di prima della conquista normanna]. Non è un linguaggio a lungo relegato nelle terre montuose ed in lotta per esprimersi in apologetica emulazione dei suoi superiori [il francese ed il latino] o per compassione verso i dissoluti, ma piuttosto un inglese che non ha mai fatto ricorso all’‘oscenità’ ed è riuscito in tempi difficili a mantenere l’aspetto di un gentiluomo, seppure di un gentiluomo di campagna. Ha una tradizione e qualche rapporto con la penna, ma è anche in stretto contatto con una buona lingua parlata - un terreno fertile da qualche parte in Inghilterra."

In che parte d’Inghilterra si trova questo terreno e da dove vengono questi due manoscritti? La risposta è quasi certamente Wigmore Abbey nell’Herefordshire. Secondo una teoria più precisa (si veda The Origins of Ancrene Wisse di Eric Dobson del 1976) l’Ancrene Wisse stesso fu scritto per tre dame del Deerfold, al riferimento cartografico 395685.
Ma non proseguirò oltre nello studio dei dialetti e dei manoscritti. Dirò soltanto che i fatti sorprendenti riguardanti l’Herefordshire (ed il Worcestershire, e più i generale le West Midlands) nel periodo del medio inglese sono:

E se doveste cerare di rintracciare sulla mappa la contea dimenticata degli hobbit, fareste bene a pensare all’Herefordshire; o come gli stessi poeti medievali erano soliti scrivere, il piccolo mondo "tra Wye e Wirral".

Gawain
L’altra importante opera filologica di Tolkien fu la sua edizione, in collaborazione con E.V. Gordon, del poema Sir Gawain and the Green Knight, del 1925. Da dove viene tale opera?
Secondo la moderna ricerca nel campo dei dialetti - potete notare che non esistono disaccordi tra filologi - dal riferimento cartografico 393364, nella valle del fiume Dane, al confine tra Staffordshire e Cheshire. E’ un’opera delle Midlands nordoccidentali - e ancora influenzò Tolkien in quanto egli pensava trattarsi di un’espressione della vera tradizione (una qualità che egli apprezzava sopra qualsiasi altra; si vedano i suoi commenti a pag. 290 di The Book of Lost Tales, vol. II, ed. Christopher Tolkien, 1984).
Ma la vera tradizione sopravvisse in modo misterioso. Guardate questo passaggio da Sir Gawain and the Green Knight, che cito sia dall’edizione di Tolkien e Gordon del 1925 che dalla traduzione di Tolkien in inglese moderno, pubblicata cinquant’anni dopo. Sir Gawain sta cavalcando attraverso un aspro paesaggio invernale.

"Sumwhyle wyth worme he werre , and with wolues als,
Sumwhyle wyth wodwos, þat woned in þe knarre
Boþe wyth bulle and bere , and bore oþerquyle,
And etayne , þat hym anelede of þe he e felle;
Nade he ben du ty and dry e, and dry tyn had serued,
douteles he hade ben ded and dre ed ful ofte.
For werre wrathed hym not so much, þat wynter was wors,
When þe colde cler water fro þe cloude schadde,
And fres er hit falle my t to þe fale erþe;
Ner slayn wyth þe slete he sleped in his yrnes
No ny te þen innoghe in naked rokke,
Þer as claterande fro þe colde borne renne,
And henged he e ouer his hede in hard iisse-ikkles."

"Ora con draghi egli lotta, e pure con lupi,
Ora con orchi che abitano tra le rocce,
E poi con tori, orsi e cinghiali
E giganti che da alte rupi lo inseguono;
Non fosse stato coraggioso e paziente e fedele al Signore,
Certamente sarebbe più volte andato incontro alla morte.
Combattere lo fiaccava, ma peggiore era l’inverno,
Quando l’acqua fredda e chiara cadeva dalle nubi
E gelava prima di posarsi sulla pallida terra;
Ucciso quasi dalla neve, egli dormì nell’armatura
Sulla nuda roccia per troppe notti,
Là dove il torrente in cascata precipita dalle cime dei monti
E alto pende sul suo capo in dure lame di ghiaccio".

Notate la parola etaynes, nel verso 4. Essa deriva dall’antico inglese éotenas, parallelo dell’Antico Nordico iötnar. Il termine è comune in Antico Nordico. Ma nell’antica poesia inglese (antico e medio inglese) essa si trova solo due volte - qui ed in Beowulf. Aveva forse l’autore di Sir Gawain (esistente in un solo manoscritto) letto Beowulf (anch’esso esistente in un solo manoscritto)? Sembra fortemente improbabile. L’apparizione di questa parola dopo cinquecento anni suggerisce piuttosto che essa non fosse dopotutto così inusuale - se non nella scrittura. Si era avuta una sotterranea tradizione di storie di mostri, ora completamente perduta.
Notate la parola wodwos nel verso 2. Sembra trattarsi di un errore da parte dell’autore del Gawain oppure del copiatore dell’unico manoscritto. Nel contesto, wodwos deve essere plurale, con una presunta forma singolare *wodwo [uso * qui ed oltre con il significato di forma ‘ricostruita’, ovvero una forma non attestata ma che crediamo essere esistita]. Ma *wodwo sarebbe stato certamente un errore. L’antenato antico inglese di tale termine sarebbe stato *wudu-wása, che ci avrebbe portato (se fosse sopravvissuta) all’inglese moderno ‘wood-wose’.
Ebbene, i ‘wood-wose’ sono sopravvissuti soltanto, non a caso, nelle opere di J.R.R. Tolkien: essi appaiono in The Return of the King, mentre guidano Theoden ed i suoi cavalieri alla Battaglia dei Campi di Pelennor. Essi sono gli Uomini Pukel, i Drúedain, i cacciatori delle foreste, dei quali i Cavalieri - in modo simile a Sir Gawain - sono sia sdegnosi (erroneamente) che impauriti (giustamente). Ma se i ’wood-wose’ sono sopravvissuti soltanto in Tolkien, la storia non termina comunque qui. L’ufficio di Tolkien a Leeds era situato, come tuttora il mio, nelle adiacenze di Woodhouse Lane, che attraversa Woodhouse Moor e Woodhouse Ridge, luoghi ancora piuttosto selvaggi e non del tutto sicuri. Woodhouse potrebbe certamente derivare dall’antico inglese *wudu-hús, ‘la casa/le case nel bosco’.
D’altra parte, nessun abitante di Leeds dice propriamente ‘Woodhouse’. ‘Woodouse’ è invariabile, eccetto il fatto che alcuni pronunciano l’ultima sillaba in modo da rimare con ‘gross’. La derivazione potrebbe essere tanto facilmente *wudu-wása che *wudu-hús, ed in questo caso il nome avrebbe un particolare significato. Il ‘Moor’ sarebbe quello in cui vivevano gli Uomini Selvaggi dei Boschi, un luogo dal quale stare lontani.
In quel caso, il termine raro del Sir Gawain, la forma ignota da esso ricostruita e le creature strane e pericolose che entrambi stanno ad indicare sarebbero tuttora sopravvissuti, nonostante le apparenze, ma non in letteratura: soltanto sulle mappe (e, potremmo aggiungere, nel comune cognome inglese Woodhouse).
Come nota finale, va detto che la parola *wudu-wása, derivante da woodhouse, è un esatto parallelo del termine tolkieniano *hol-bytla, derivato da ‘hobbit’. In entrambi i casi, un’antica parola composta ne crea una moderna che non conserva più il carattere di parola composta; ed in entrambi i casi la prima parte dell’antica parola composta è perfettamente chiara e familiare, wudu per wood e hol per hole; ma il secondo elemento è soggetto ad incomprensioni (come in *wodwo).

Mark
Cosa ci dice questo riguardo alle radici del romance? Che non serve una storia per generarlo. Basta una parola. O forse anche (si vedano Tolkien e la Contea) un elemento linguistico. Ma le cose che essi possono creare attraverso l’immaginazione filologica includono:

Dov’è il Mark? Noi vi risiediamo. Birmingham fu, per tutto il periodo anglosassone, vicino al cuore della Mercia, il regno di Offa con la capitale a Tamworth e la cattedrale a Lichfield. Ma ‘Mercia’ è un latinismo. Come chiamavano la loro nazione gli abitanti inglesi della Mercia? Essi non lo scrissero mai, ma i loro vicini del sud, nel Wessex, li chiamavano Mierce - pronunciato con una ‘-che’ alla fine. Il suo significato deve essere ‘gli abitanti del *Mearc’, cambiando -ea- in -ie- secondo un noto mutamento vocalico dell’antico inglese.
Ma allora gli abitanti del sud (come avrete certamente notato) avevano da tempo acquisito l’abitudine di ‘gorgogliare’ parole comuni, come per esempio ‘a bottle of milk’ (‘bo’ul a’ miulk’ nell’inglese di Londra). Gli abitanti della Mercia, essenzialmente le Midlands inglesi (est e ovest, ma saldamente guidate dall’ovest), con la loro pronuncia regolare avrebbero semplicemente detto di essere i *Merche, abitatori del *Mark.
E qual era il simbolo del Mark (come il simbolo del Wessex era il drago d’oro)? Non lo sappiamo, ma Tolkien utilizzò per il suo Mark il cavallo bianco in campo verde. Credo lo abbia derivato dal Cavallo Bianco di Uffington, poco lontano da Oxford in direzione sud e vicino al confine tra la Mercia ed il Wessex. E penso confortasse Tolkien, in esilio a Oxford, pensare che pur non essendo più nella Contea, ovvero nelle West Midlands, si trovava pur sempre nell’antico Mark della Mercia.

Illuminazioni
Ora è forse più chiaro ciò che intendevo per ‘filologia’. Si tratta dello studio scientifico del linguaggio nella storia, dove linguaggio e letteratura sono legati indissolubilmente (da qui il motivo per cui Tolkien era così riluttante a parlare di ‘letteratura’, o a prenderla sul serio come materia a sé stante, separata dal linguaggio).
Ma oltre alla letteratura, la filologia illumina anche la storia e, certamente, i nostri tempi. Ciò che comunica è allo stesso tempo:

Gli stessi nomi geografici ripagano dello studio in modo immediato. La gente tende a non pensarci, considerando che essi sono come sono perché sono sempre stati così. Ma non è vero. Cosa significa Edgbaston? Deve derivare da *Ecgbaldes stan, ‘la pietra di Edgebold’. Non sappiamo più dove si trovi la pietra - forse nel giardino di casa di qualcuno, o utilizzata per costruire un muro.
E Birmingham? Si tratta probabilmente di *Beorninga-ham, ‘la casa dei seguaci di Beorn’. Ricordate Beorn? Egli ha un ruolo importante in The Hobbit, forse creato da Tolkien mentre speculava sull’aspetto del fondatore della città (il suo nome significa forse ‘orso’).
E che dire di Umberslade Road, qui vicino? ‘Slade’ è un’antica parola per ‘valle’, ma ‘Umber-’? Sembra trattarsi di un latinismo dotto, da umbra, ‘ombra’; si arriva così a ‘la valle ombrosa’. Ma perché qualcuno dovrebbe usare il latino in Umberslade Road? Una parola di cui Tolkien era appassionato è il raro ‘umbel’, che usava di solito per la pianta della cicuta. ‘Valle dove cresce la cicuta’? Suona un po’ più convincente di ‘valle ombrosa’.
Per concludere, un luogo che sappiamo noto a Tolkien e che egli trasferì nelle sue opere: Sarehole Mill Road, l’ispirazione per il mulino di Ted Sabbioso a Hobbiville. Cosa significa ‘Sarehole’? La prima parte potrebbe derivare dall’antico inglese sear, ‘grigio, appassito’. forse da un nome di persona che l’Oxford Dictionary of Place-Names, con il suo consueto superficiale pregiudizio meridionale, riporta come *Searu-, ovviamente, in merciano, *Saru-.
‘Il mulino presso la buca di Saru’? Tolkien creò un personaggio, Saruman, che prende possesso del mulino ed è responsabile dell’inquinamento industriale della Contea ad esso associato. Di nuovo il nome ha condotto alla ricostruzione e l’unione dei due ha dato origine alla storia.
Tolkien, direi, era una persona riflessiva. Egli meditava sui nomi. Il grande vantaggio di questo metodo è che i nomi sono reali, ma sono anche sorprendenti. Essi si basano su di un intero processo fatto di nominare e pensare che è più ampio di quanto qualunque singola persona potrebbe mai inventare.

La terra degli elfi
L’attrazione che Tolkien provava per le West Midlands, la loro storia, filologia e letteratura si è chiarita sempre più nel corso degli anni. Possiamo constatarlo specialmente nelle sue opere postume, curate dal figlio Christopher dal 1975 ad oggi. In esse, come elemento più sorprendente, emerge quanto segue: Tolkien voleva creare un’analogia tra la terra degli elfi e Birmingham. Forse non proprio Birmingham, ma comunque l’area in cui si incontrano Warwickshire, Worcestershire e Staffordshire (che è molto simile alla stessa Birmingham).
Così, nell’originaria opera Book of Lost Tales - forma originaria di The Silmarillion e presenza costante come sfondo di The Lord of the Rings - vediamo Tolkien sviluppare una lunga trama nella quale i ‘racconti perduti’ stessi erano narrati ad un inglese, propriamente un anglosassone, sull’isola elfica di Tol Eressëa. Ma, negli anni successivi, in questa vicenda (per la quale si veda Book of Lost Tales, vol. I, ed. Christopher Tolkien, pagg. 24-5) Tol Eressëa sarebbe divenuta l’Inghilterra.
Kortirion, la città principale dell’isola degli elfi, sarebbe diventata Warwick. Alalminorë, la terra degli olmi intorno a Kortirion, il Warwickshire. E nella più sorprendente identificazione personale, Tavrobel, il luogo in cui Eriol l’inglese ascoltò i racconti, sarebbe divenuto il paese di Great Haywood nello Staffordshire, dove Tolkien trascorse parte della convalescenza durante la Grande Guerra.
In un’ulteriore nota a piè di pagina in The Lost Road, 1987, pag. 413, Christopher Tolkien nota che anche la casa dove vennero narrate le storie poteva essere identificata. Tolkien la chiamava, nel suo racconto, La Casa dai Cento Camini, ponendola presso un ponte alla confluenza di due fiumi. Molto simile a Shugborough Hall, dimora dei conti di Lichfield, vicino all’antico ponte che attraversava due fiumi a Great Haywood. Christopher Tolkien afferma: "pare molto probabile che sia stato il grande edificio tra gli alberi con i suoi camini fumanti, visto da mio padre mentre si trovava sul ponte a suggerirgli, in un certo senso, la Casa dei Cento Camini dell’antica leggenda."
Ed esiste un’ulteriore ironia, che sono certo Tolkien avrebbe gradito. Cosa significa Shugborough? Non l’ho cercato nell’Oxford Dictionary of Place-Names perché non ne ho bisogno. Il primo elemento di ‘Shugborough’ deve provenire dall’antico inglese scucca (pronunciato come ‘shooker’), per ‘folletto/orco’ o ‘demone’. Avrebbe mai potuto significare ‘elfo’ (nel qual caso ‘Casa della Città degli Elfi’ sarebbe stato un ottimo nome per un luogo nel quale gli elfi raccontavano le loro storie)? Credo di no, essendo gli orchi e gli elfi molto diversi nell’universo tolkieniano. Ma se ricordate personaggi come Eomer, con il suo profondo sentimento di diffidenza nei confronti degli elfi, il suo paragonarli ad altre pericolose creature non umane, potrete capire come potessero insorgere errori nella tradizione successiva. Tutti i non umani potevano finire uniti sotto il nome generico di scucca.
Di nuovo, sospetto che il nome geografico con le sue inattese radici abbia colpito l’orecchio di Tolkien e lo abbia condotto alla storia. Egli vedeva la fantasia nelle parole più ordinarie, in nomi di persona e di località - e lo faceva in quanto, per l’orecchio filologico, quello è il luogo della fantasia.

Fuori
Un importantissimo vantaggio della filologia (diversamente, per quanto posso capire, dalla psicologia junghiana) è rappresentato dal fatto che essa ci porta fuori da noi stessi, a guardare cose esterne alla nostra mente. Essa è stata, al momento, quasi totalmente abbandonata come materia di studio nelle università inglesi; non è mai stata particolarmente popolare; lo scorso anno (1991) fu proposta la soppressione della cattedra di Anglosassone di Oxford appartenuta a Tolkien (finché un anonimo benefattore la salvò con un finanziamento, stando a quanto si dice). Tutto ciò è un peccato, un trionfo per quelli che Tolkien, nel suo ‘Discorso di Commiato’ a Oxford nel 1959, chiamò i ‘misologi’ - coloro che odiano le parole, laddove i filologi sono coloro che le amano.
La mia idea è che le radici del romance nell’opera di Tolkien (ed in tutto ciò che da essa deriva) furono:

Ebbene, i misologi hanno attualmente dirottato in modo evidente lo studio della letteratura inglese nelle università britanniche. Hanno avuto un comportamento sgradevole nei confronti di Tolkien durante tutta la sua vita professionale e tuttora provano odio e risentimento per la sua memoria e la sua eredità. Ma almeno resta questa consolazione: non può più esservi alcun dubbio - veramente alcun dubbio - su chi ha riso per ultimo.