Maglor Romantico - il romanticismo tolkieniano
di Giuseppe Roncari

Il problema romantico

Una immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, inosservata, senza lasciarvi un vestigio, è un tristo ma portentoso fenomeno ; e le cagioni di un tanto silenzio possono dar luogo a indagini ancora più importanti, che molte scoperte di fatto.

Forse J. R. R. Tolkien provava un sentimento simile a quello espresso qui sopra dal Manzoni nel Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822) nel constatare la quasi totale scomparsa dell’antica tradizione inglese, un sentimento che si trasformò per lui nel desiderio di "in-ventare" (nel senso etimologico del termine) una mitologia per la sua patria, l’Inghilterra.
Questa operazione si inserisce in una concezione romantica della storia ; fu infatti il Romanticismo che fece germogliare nell’Ottocento "il secolo della storia", caratterizzato da imponenti e fino ad allora inauditi lavori storici, archeologici e filologici. Senza l’influenza romantica non potremmo mai spiegarci la sognante e quasi ingenua spedizione di Schliemann alla ricerca del perduto tesoro di Priamo e della Troia omerica o i primi studi sistematici sulle civiltà perdute e scomparse, popoli come i barbari del Tardo Antico trascurati fino al punto da sembrare sbiaditi e cancellati dalle pagine della storia. Ed è proprio il Romanticismo la premessa necessaria per una storia di carattere "nazionale" e patriottico, non più ideale e universale : si investigano i grandi avvenimenti della storia della propria nazione e soprattutto si riporta a galla dal lungo silenzio la freschezza della Tradizione e i ricchissimi patrimoni mitologici dei popoli diversi da quelli greco e romano.
Oltre a questa rilevanza storica, e a maggior ragione, il Romanticismo ebbe una vastissima influenza letteraria ; ben presto divenne un fenomeno talmente complesso e diffuso da perdere all’apparenza anche quei pochi connotati precisi che lo distinguevano. All’apparenza, perché proprio questa è la forza del germe romantico, la sua "vaghezza" e non teoricità, la sua forza emotiva di espansione e di rinnovamento continuo sulla spinta del sentimento, travolgendo e coinvolgendo al suo interno anche degli autori che precedentemente vi si erano opposti (e che a volte per tutta la loro vita rifiutarono la definizione di "romantici"), come Goethe e in Italia il nostro Leopardi e in parte Manzoni stesso.

Tuttavia non è stato nel nostro paese che il Romanticismo ha dato i suoi frutti poetici più caratteristici (troppo spesso "filtrato", annacquato con la vetusta retorica classicheggiante e assunto per lo più con riserve e diffidenza) ma in Germania, in Francia e in Inghilterra.
Il Silmarillion per Tolkien è un libro di storia, il "libro perduto" (cfr. The book of lost tales) delle prime ere di questa nostra Terra, Arda, il libro di un popolo a tutti gli effetti scomparso, il popolo degli Elfi. Nelle intenzioni di Tolkien si tratta di quello che è stato salvato delle antiche cronache e leggende nei due volumi del Libro Rosso dei confini occidentali scritti (o meglio, "trascritti" dall’elfico) da Bilbo Baggins durante il suo soggiorno a Rivendell, soprattutto — presumibilmente — sotto la guida di Elrond.
La simulazione di realismo storico dell’opera ha certamente un ascendente romantico (probabilmente mediato dalla grande passione dell’autore per le opere storiche), come pure romantico è l’intento letterario di recuperare gli antichi miti, i nomi possenti di personaggi leggendari, le forze naturali e magiche (seguendo in questo l’esempio dell’inglese Coleridge). Per questo motivo la tradizione romantica fu una premessa necessaria, una condizione di possibilità per l’opera tolkieniana, e in campo letterario un inesauribile tesoro d’ispirazione e un prezioso esempio. La storia infatti narra

degli avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno ; ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi ; i discorsi coi quali hanno fatto prevalere, o hanno tentato di far prevalere, le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o su altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, han dato sfogo alla loro tristezza, coi quali, in una parola, hanno rivelato la loro personalità : tutto questo, o quasi, la storia lo passa sotto silenzio : e tutto questo è invece dominio della poesia (ancora Manzoni nella Léttre à M. Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie, 1819).

E Tolkien ha anche creato all’interno della narrazione il background della storia stessa, un vero e proprio "metaromanzo", la storia del materiale ipoteticamente "tramandato", andando ben oltre l’Anonimo manzoniano.
Nel Silmarillion (anche grazie al suo continuo rimaneggiamento e alle sue varie stesure) ha creato un testo dai complessi livelli di profondità, caratterizzato da una inedita prospettiva, estranea all’esperienza umana, e che potremmo definire a ragione "elfocentrica", da una "tendenza" politica (perché la storia la scrivono sempre i vincitori…) e dai caratteri peculiari dei primi padri della storia, come Erodoto che nei suoi lovgoi riportava le leggende dei popoli di cui parlava e come Tucidide che non disdegnava di dar voce con parole proprie ai personaggi che presentava all’interno della sua "ricerca" (ijstoriva).
Tolkien giustifica questo espediente col fatto che l’ultimo redattore del Silmarillion è Bilbo, e che è lui a ricostruire, tramite gli antichi canti e cronache, le vicende delle prime due ere. Naturalmente Bilbo non è che un personaggio inventato da Tolkien stesso, il solo ed unico narratore.

La spiritualità romantica.
Ma la temperie romantica si riscontra soprattutto in molti dei personaggi e delle descrizioni che Tolkien ci ha lasciato. Non tutte le scene infatti sono "storiche" — storiche ovviamente nel mondo secondario, in quello della narrazione.
Egli, proprio come Manzoni, vede riservato alla poesia il compito di riempire gli spazi lasciati scabri dalla storia, così da poter giungere a quello che è realmente importante : il cuore, i sentimenti, le angosce, le deliberazioni, le vicende oscure, i misteriosi anelli mancanti nella catena degli eventi, i motivi della collera, della gioia e della tristezza che animano la vita delle persone.
Valga un caso per tutti. La storia narrata dal Silmarillion è scritta a favore e dal punto di vista delle stirpi di Fingolfin (avo di Elrond) e di Finarfin, uscite vincenti dalle vicende della Prima Era. In mancanza di fonti alternative a rigor di logica non potremmo venir mai a sapere delle parole che Fëanor disse al figlio Maedhros dopo la diserzione di Araman, infatti non vi era presente di persona nessuno di quelli di Fingolfin e Finarfin, abbandonati al di là dell’oceano, e non è verosimile neppure che le parole siano state riferite da Maedhros, dal momento che mettono in pessima luce suo padre. Eppure la scena ci viene presentata con grande dovizia di particolari :

Ma, preso che ebbero terra, Maedhros, il maggiore dei suoi figli, e che era stato amico di Fingon prima che tra loro si interponessero le menzogne di Morgoth, parlò a Fëanor dicendo : "E ora, quali navi e quali rematori intendi destinare al ritorno, e chi porteranno per primo di qua ? Fingon il valoroso ?".

Rise allora Fëanor quasi a un’insensatezza, e gridò : "Nessuno, e ancora nessuno ! Ciò che mi son lasciato alle spalle, non lo considero una perdita : inutile fardello lungo la strada, tale si è dimostrato. Che coloro che hanno maledetto il mio nome, continuino a maledirmi, e gemendo se ne ritornino alle gabbie dei Valar ! Brucino le navi !". Al che il solo Maedhros si tirò da parte, mentre Fëanor faceva dare alle fiamme le candide navi dei Teleri (Il Silmarillion, p.107).

La scena è costruita ad arte, quello che si vide sull’altra riva non fu che il rossore lontano di un incendio, un incendio che generò un odio sconfinato tra le stirpi dei Noldor. Ma fu davvero un tradimento ? Non lo possiamo sapere, la narrazione ha preso il posto della storia e per noi è ormai inscindibile da essa. Anche l’opposizione di Maedhros potrebbe essere infondata, suggerita a posteriori dal fatto che egli — siamo una trentina di pagine più avanti (p.133) — chiese perdono per quel triste episodio e l’ottenne per l’amicizia di Fingon. E questo è senz’altro un fatto più documentato e più verosimile.

È una perdita ? uno svilimento della storia ?
Non direi, e Tolkien non la pensava certamente così. Infatti sapeva che se non fosse stato per questa "narrazione" in–ventata (nel senso di ritrovata, di "ricostruita") tutto sarebbe andato perso, mentre anche solo un nome salvato dall’oblio può gettare una luce indomita su quello che fu. Sì magari solo tanto quanto una rovina può essere un misero segno di quello che un tempo fu un edificio magnifico, ma forse quelle pietre atterrate — ci direbbe qualcuno… — facevano parte anticamente di un’immensa torre dalla quale un uomo, un tempo, poté scorgere le onde del mare.
Proprio le scene che non hanno alcun testimone all’interno della storia, e perciò sono consegnate alla leggenda, sono tra le più possenti di Tolkien, quelle che si innalzano fino alla vetta del sublime artistico. Una di queste per esempio è certamente la sfida di Fingolfin a Morgoth, la sua spada che balena come ghiaccio all’ombra scura del nemico (pp.189-191) oppure il drammatico dialogo tra Túrin Turambar con Gurthang, la Spada Nera, prima di suicidarsi (p.284)…

Dunque delle situazioni genuinamente romantiche, ma anche dei personaggi romantici.
Le caratteristiche del personaggio romantico sono complesse e un poco contrastanti, egli tocca le vette più alte della grandezza e insieme gli abissi più cupi della miseria umana (come il Faust di Goethe, o personaggi amatissimi e spesso rivisitati dai romantici come Edipo e gli eroi omerici, in primis Odisseo) ; è caratterizzato dalla lacerazione interiore, dalla spiccata sensibilità, dalla solitudine, dall’idealismo, l’angoscia, la malinconia, l’ira...
In sintesi tuttavia la spiritualità romantica potrebbe essere espressa nei concetti di "Streben", di "Sehnscucht", di "titanismo–vittimismo", dell’"anima bella" e della "voluptas dolendi". Per chiarezza tentiamo di darne qui un veloce sunto.
Lo "Streben" è un infinito tendere, un desiderio irrefrenabile di andare oltre, l’impossibilità di fermarsi, un perenne trascendere ; è l’anelito dell’anima all’Assoluto che può essere conseguito solo nel continuo superamento di ogni fine singolo, limitato e materiale. Esso si scontra con il "Sehnsucht", etimologicamente "il male del desiderio", il desiderio struggente, malinconico, nostalgico, angoscioso, che desidera sempre evadere su di una realtà altra ma non trova oggetto su cui posarsi, niente che lo sazi. L’unica cosa che resiste davanti a questa fame insaziabile del desiderare è il desiderio stesso che si consuma in sé ; il Sehnsucht è voler volere, è irrequietezza spirituale, inadattabilità del reale all’ideale — "il nostro cuore è inquieto", diceva S. Agostino. Il Faust goethiano per esempio tende sempre a nuovi progetti, opere e desideri (anche calpestando la morale, istigato da Mefistofele) ma in nessuna di esse trova ristoro ; proprio per questo ha accettato la scommessa contro il diavolo, dichiarando che quando si fosse riconosciuto appagato di un attimo fuggente quello sarebbe stato l’ultimo istante della sua vita ed egli sarebbe stato suo schiavo, perché, una volta che avesse smesso di desiderare, essere schiavo suo o di un altro, ormai, non gli faceva nessuna differenza.

O Morte, vecchio capitano, è tempo ! leviamo l’ancora !
Questa terra ci annoia, Morte ! Salpiamo !
Se cielo e mare sono neri come l’inchiostro,
i nostri cuori, che tu conosci, sono colmi di raggi !
Versaci, perché ci conforti, il tuo veleno !
Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello,
tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo non importa.
Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo !

("Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe ? / Au fond de l’Inconnu pour trover du nouveau !", Baudelaire, Il viaggio, ne I fiori del male).

Come si osserva in questa poesia di Baudelaire, l’elemento di discontinuità fondamentale nell’esperienza dell’inappagamento dell’uomo (è importante ricordarlo perché più avanti esamineremo degli Elfi) è la morte, "il dono di Ilùvatar" (p.44) agli Uomini, la facoltà della trascendenza, "una maglia rotta nella rete / che ci stringe" (Montale), una possibilità di trovare riposo nel "nulla eterno" (Foscolo, Alla Sera) o in Dio inteso come Colui che è pienamente desiderabile e comunque sempre più di quanto si possa desiderare, "id quo maius cogitari nequit", (S. Anselmo), giusta l’espressione di S. Agostino : "oh Signore, ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".

Il "Titanismo" è auto–elevazione dell’eroe che si spinge fino a sfidare il destino, fino a superare le misure e la mediocrità degli uomini comuni, fino ad essere più che uomo (da qui deriva il primo germe dell’Übermenscht nietzchiano). Ma per il romantico il titanismo si unisce sempre a una qualche forma di vittimismo, perché la vera grandezza è saper soffrire a testa alta e senza mai piegarsi, a costo di perdere la propria vita ma non il proprio onore, o meglio i propri singolarissimi sentimenti. Una figura ispiratrice è senz’altro Prometeo (che non a caso è un titano), soprattutto quello tramandatoci nel Prometeo Incatenato di Eschilo. E un’altra figura esemplare, se non addirittura emblematica, è il Saul dell’omonima tragedia alfieriana, insieme tiranno e vittima. Queste due caratteristiche non sono mai del tutto accentuate e spesso l’una adombra l’altra. Nel foscoliano Jacopo Ortis è molto più viva la connotazione vittimistica che ha come sfocio estremo il suicidio (sorte che tocca peraltro a più di un personaggio romantico ! Per non parlare della fortuna che farà nei finali dei romanzi decadenti).
L’"Anima Bella" è quella dell’eroe senza macchia reso nobile dal desiderio di gloria e dalla sorte avversa liberamente accettata :

– Alto infelice !
reale amico ! Il tuo fedel ! t’ammira,
e ti compiange. Toglierti la tua
splendida cura non poss’io…
……………………
– Soffri e sii grande : il tuo destino è questo,
finor ; soffri, ma spera.

(Manzoni, Adelchi, Atto III, Scena I, vv. 90-95 e 98-99, miei i corsivetti).

Infine la "Voluptas Dolendi" ("il piacere del soffrire") è complementare al vittimismo, è il ripiegamento interiore, la rinuncia a lottare, il ritiro nella solitudine lontano dalla mediocrità degli uomini. Il dolore è fonte di nobilitazione e per contrasto di affermazione della propria straordinaria individualità. Trovo che sia molto simile a quel sentimento che Dostoevskij chiama "lacerazione", una forma di amore malato sorto per debito e gratitudine, che lacera il cuore, a cui però non si dà ascolto per il narcisistico desiderio di soffrire per dimostrare la propria straordinaria bontà e nobiltà d’animo (cfr. Katerina Ivànovna ne I fratelli Karamazov).

Personaggi romantici nel Silmarillion
Ci sono nel Silmarillion personaggi che partecipano di questa temperie romantica ?
Sì, e prevale sicuramente il romanticismo di tipo nordico, quello che prendeva l’ispirazione dalle stesse fonti di Tolkien, come il Beowulf e l’antica Edda. Prevale la figura dell’eroe titanico, orgoglioso, forte. Lo stesso popolo elfico è più che umano, a metà strada tra gli angeli e gli uomini. Così sono descritti i Noldor al tempo della Dagor–nuin–Giliath, la Battaglia–sotto–le–Stelle : "la luce di Aman ancora non s’era appannata nei loro occhi, ed erano forti e svelti, e mortiferi nell’ira, e le loro spade lunghe e terribili" (p.128).
Sono elfi ben diversi dai pochi rimasti nella Terra–di–Mezzo nella Terza Era, ormai stanchi e gravati dal lungo fardello del tempo, dall’aver visto passare e svanire nell’oblio del mondo — pur rimanendo tristemente impresse nel loro ricordo — tante cose grandi e belle. Questi infatti sono elfi nostalgici e pensosi, fattisi saggi da avventati e orgogliosi che erano, e soprattutto, in questo senso, ancora profondamente romantici.
In questo modo attraverso le ere di Arda negli elfi si dispiega tutta la spiritualità romantica, dall’eroismo titanico (predominante nella Prima Era) alla nobiltà dell’anima bella (nella Seconda) alla delusione e alla nostalgia insanabili (nella Terza).
Ma agli elfi, a differenza degli uomini, non è lasciata una via oltre le porte di questo mondo. In un primo tempo essi lo considerano un vantaggio e un motivo di orgoglio, permettendosi di filosofare in modo abbastanza distaccato sulla sorte umana, ma poi, andando più in profondità e riconoscendo nonostante la loro grandezza e il loro splendore la propria fragilità e piccolezza e la vanità di tanti loro desideri sfumati, arrivano a una visione più pacata del mondo e di sé, e anche più disponibile all’aiuto degli altri popoli senza desideri di dominio e di supremazia e più liberi e pronti contro le tentazioni del Nemico. È l’esempio che ci dà Galadriel quando Frodo le offre l’Unico Anello, ella serenamente ride dei suoi sogni di grandezza, poiché conosce la malvagità di Sauron e non vuol diventare come lui, e rinunciando all’Anello, "‘I pass the test,’ she said ‘I will diminuish, and go into the West, and remain Galadriel’".

Nel Silmarillion prevalgono i gesti eroici sulla rassegnazione, poiché  (una delle basi ideali della storia narrata) nella Prima Era la giovinezza del mondo (e degli elfi in esso) e il suo vigore non sono ancora deturpati dalle opere del Nemico e da quelle degli Uomini : "sembra infatti agli Elfi che gli Uomini si somiglino a Melkor più di tutti gli Ainur, benché egli li abbia temuti e odiati, perfino quelli che l’hanno servito" (p.44). Ne è indice anche il dialogo a Minas Tirith fra Legolas e Gimli, un elfo e un nano, sul destino degli uomini e sulla loro incapacità di portare a buon fine le opere iniziate — segno da una parte del profondo pessimismo di Tolkien, soprattutto sul progresso, ma anche della sua fiducia nell’uomo, nonostante tutto — che potrebbe avere una singolare consonanza nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo di Leopardi, anche se non so se il professore oxoniano ne fosse a conoscenza, e inoltre per Leopardi, a differenza di Tolkien, i folletti e gli gnomi sarebbero sopravvissuti alla razza umana :

‘It is ever so with the things that Men begin : there is a frost in Spring, or a blight in Summer, and they fail of their promise.’
‘Yet seldom do they fail of their seed,’ said Legolas. ‘And that will lie in the dust and rot to spring up again in times and places unlooked-for. The deeds of Men will outlast us, Gimli.’
‘And yet come to naught in the end but might-have-been, I guess,’ said the Dwarf.
‘To that the Elves know not the answer,’ said Legolas.

L’eroe emblematico del Silmarillion è Fëanor, del quale neppure i nemici possono negare che fosse "il più possente dei Noldor, dalle cui gesta vennero sia la loro massima nomea, sia le più tristi sventure" (p.129).
E valorosi e indomiti erano i suoi sette figli, poiché nella loro stirpe corre quel "segreto fuoco" che ardeva dentro loro padre, lo stesso che gli permise di forgiare l’opera più alta che fosse stata mai concepita, i Silmaril, i gioielli santi, e di non piegarsi mai alle menzogne di Melkor, che egli per primo chiamò Morgoth.

Di rado accadeva che Fëanor e i suoi figli dimorassero a lungo in un luogo, ma viaggiavano di qua e di là per tutta Valinor, spingendosi fino ai confini della Tenebra e alle fredde rive del Mare Esterno, alla ricerca dell’ignoto (p.70).

Il peregrinare, l’indomabilità, l’indagine dell’ignoto sono certamente dei tratti romantici. Ad essi si aggiunge il tema del Giuramento e della Sorte gettata sulla loro stirpe, che è il motore drammatico di tutte le grandi gesta della Prima Era. Fu in un certo senso una felix culpa, diversamente infatti gli altri (tentennanti) signori dei Noldor non sarebbero mai tornati nella Terra–di–Mezzo, che sarebbe rimasta abbandonata in balìa di Morgoth.
Quello che più di tutti mi pare significativo fra i sette fratelli per la vicenda e temperie romantiche è Maglor.

Maglor, il possente cantore

Maedhros e Maglor
La madre di Maglor era Nerdanel, anch'ella "di volontà ferma, ma più paziente di Fëanor desiderosa di comprendere le menti più che di dominarle, e dapprima lo frenò quando dentro il suo cuore ardeva con troppa furia ; ma le sue successive imprese la addolorarono, ed essi si estraniarono. Sette figli diede a Fëanor ; lasciò ad alcuni di essi, non però a tutti, la propria indole" (p.73, miei i corsivetti).
Fra quelli a cui lasciò questa eredità, la comprensione e la saggezza, ci sono senz’altro Maedhros e Maglor, nati e cresciuti fra l’altro — verosimilmente — nel periodo in cui Nerdanel aveva ancora influenza benefica sul cuore del marito. Questo lo si può apprezzare dal fatto che furono più pietosi e moderati dei fratelli, e sostanzialmente cercarono di intrattenere rapporti di pace con le altre casate dei Noldor : infatti parteciparono insieme, e solo loro fra i figli di Fëanor, alla Mereth Aderthad, la Festa della Riconciliazione (p.136) ; li troviamo a caccia insieme a Finrod Felagund (p.172) ; l’uno cercò di salvare dai crudeli servi di Celegorm Eluréd ed Elurín, figlioletti di Dior (p.297) e l’altro riuscì effettivamente a salvare Elrond ed Elros, figli di Elwing (p.311).
Inoltre ebbero anche più successo nell’alleanza con gli uomini, mostrandosi più lungimiranti e degni di rispetto degli altri principi degli elfi, molto sospettosi rispetto agli uomini,

Ma Maedhros, sapendo la debolezza dei Noldor e degli Edain, laddove gli abissi di Angband sembravano contenere riserve inesauribili e perennemente rinnovate, strinse alleanza con gli Uomini neovenuti [gli Uomini scuri], offrendo la propria amicizia ai maggiori dei loro capi, Bór e Ulfang (p.194) ;

e anche dei loro stessi fratelli :

I figli di Bór erano Borlad, Borlach e Borthand, i quali però seguirono Maedhros e Maglor e delusero le speranze di Morgoth, mostrandosi fedeli. I figli di Ulfang il Nero furono Ulfast, Ulwarth e Uldor il maledetto ; e costoro si misero al seguito di Caranthir, giurandogli fedeltà, ma si mostrarono sleali (p.194, miei i corsivetti).

Il rapporto che correva tra i due fratelli è certamente di sincera amicizia dal momento che vengono spesso menzionati insieme (soprattutto Maglor, che è citato pochissime volte senza che si faccia riferimento al fratello) ed emerge chiaramente che nell’intreccio della storia il loro destino è indissolubilmente legato, come appare soprattutto verso la fine del Quenta Silmarillion, quando :

Ciascuno di loro tenne per sé un Silmaril, poiché così ragionarono : "Siccome uno di loro è per noi perduto, e ne rimangono solo due, e due soli fratelli siamo rimasti, è evidente che il destino vuole che noi si divida l’eredità di nostro padre" (p.319, miei i corsivetti).

E per di più nella mente di Tolkien le loro sorti si interscambiarono più volte, come si vede dalle precedenti versioni di questa parte cruciale della storia. In tal senso rimando a J. R. R. Tolkien, The shaping of the Middle Earth, IV volume di History of the Middle Earth, UNWIN, London 1988, pp.201-202. Difficile coglierne il motivo, io mi limito a sottolineare che la costante è questa : Maglor prese con sé comunque uno dei Silmaril, indipendentemente da quale sarebbe poi stata la sua sorte, a differenza di Maidros/Maedhros che in alcune versioni non vi mette mai mano. Nel Silmarillion vi mettono mano entrambi, ma Maedhros si suicida e solo Maglor rimane in vita.
Perché questo privilegio di Maglor ? Per intuirlo dobbiamo indagare più profondamente questo personaggio, e i simboli in relazione con il quale Tolkien ce lo presenta.

Il canto e il mare

I sette figli di Fëanor furono : Maedhros l'alto ; Maglor il possente cantore, la cui voce si udiva da lungi per terra e per mare ; Celegorm il chiaro e Caranthir lo scuro ; Curufin il destro, che ereditò gran parte delle abilità manuali di suo padre ; e i più giovani Amrod e Amras, che erano gemelli, simili per modi e per sembiante (p.68).

Innanzitutto che cosa significa il nome Maglor ? Per la verità non ne ho idea — lo dico per avvisare che ora mi muoverò su un terreno di ipotesi e perciò stesso poco sicuro —, non sono riuscito in alcun modo a rintracciarne un’etimologia, eppure sappiamo quanto i nomi e il loro significato fossero importanti e stessero a cuore all’autore. Se gli etimi del nome di un personaggio importante come questo non vengono spiegati nell’appendice del Silmarillion, non appaiono neppure in alcun altro nome e addirittura non si riesce a rintracciarne un’etimologia a posteriori (del tipo quella di "hole–dweller" per hobbit) allora questo è un apax tolkieniamo. Eppure questo nome è di lunga data e non è mai scomparso nelle varie redazioni, anzi è rimasto sempre invariato, laddove per esempio Maidros è divenuto Maedhros e Fionwë Finwë. E la cosa mi stupisce ancor di più perché un tempo il nome di Maglor era attribuito al personaggio di Beren, certamente uno dei più cari in assoluto a Tolkien.
Maglor è un cantore, un narratore — e anche solo per questo deve essere caro al suo autore — "la cui voce si udiva da lungi per terra e per mare". Perché anche per mare ? Per di più alla fine della sua vicenda ci viene detto che "dipoi vagò per sempre sui lidi, cantando il suo dolore e il suo rimpianto accanto alle onde" (p.319, miei i corsivetti).
Forse Tolkien colse l’ispirazione sentendo qualcosa di simile a questa voce carica di tremenda sofferenza e insanabile malinconia sulle rive del mare. Il mare è il regno di Ulmo che sta sempre solitario nei suoi domini,

Ciò non toglie che Ulmo ami sia Elfi che Uomini, e mai li abbandoni, anche quando sono colpiti dall'ira dei Valar. A volte egli approda, non visto, alle rive della Terra-di-Mezzo o si spinge all'interno lungo estuari, e quivi intona la musica con i suoi grandi corni, gli Ulumúri, che sono ricavati da candide conchiglie ; e coloro ai quali quella musica giunge, sempre poi la odono nei propri cuori, e il desiderio del mare mai più li abbandona (p.25).

Proprio nel mare Maglor restituì al mondo il Silmaril che era in mano sua (il Silmaril delle acque !), e forse fu per benvolere di Ulmo che trovò la forza di rinunciare al proposito di suo padre e dei suoi fratelli, e per lungo tempo anche suo, che nessuno mai se non loro avrebbe avuto le gemme ; e accanto alle onde del mare trovò consolazione del suo dolore.
Nel mare e nel canto, ovverosia nella consolazione artistica, nella poesia, che per Tolkien è una cosa serissima se ci narra che il mondo stesso fu creato per mezzo della musica — l’Ainulindalë —, la musica che è profondamente connessa con la sorte stessa degli elfi. Essi infatti rappresentano l’Arte, l’anima artistica e sub–creativa, e se pure è vero che tutto involve e distrugge il tempo solo il canto resta imperituro, come dichiara Fëanor a Mandos : ""le imprese che compiremo saranno materia di canto fino agli ultimi giorni di Arda"" (p.104), sono parole pronunciate dopo la strage dei Teleri. Come pure poco prima :

"[…] Tanto danno farò quanto meno all’Avversario dei Valar, che persino i possenti che stanno nell’Anello della Sorte resteranno a bocca aperta all’udirlo. Proprio così, e alla fine mi seguiranno. Addio !".

In quel momento la voce di Fëanor risuonò così vasta e potente, che persino l’araldo dei Valar si inchinò di fronte a lui come chi sia pienamente soddisfatto della risposta avuta, e se ne andò ; e i Noldor ne furono soggiogati (pp.99-100, miei i corsivetti).

L’immortalità degli elfi e quella della poesia sono legate a doppio filo. E forse è per questo che Maglor rimane nella Terra–di–Mezzo per sempre, e non solo lui, ma anche un altro cantore, la cui sorte è assai simile, Daeron del Doriath :

[…] Lúthien era scomparsa. A lungo l’avevano cercata invano. E si dice che in quell’occasione Daeron, il menestrello di Thingol, si fosse allontanato dal paese, e non fu più visto. Era stato lui a comporre la musica per le danze e i canti di Lúthien prima che Beren si recasse nel Doriath ; e la amava, e nelle sue note metteva tutto il bene che le portava. Era così divenuto il massimo di tutti i menestrelli degli Elfi a est del Mare, più rinomato perfino di Maglor figlio di Fëanor. Ma, messosi alla ricerca di Lúthien in preda alla disperazione, vagò per sentieri ignoti e, varcati i monti, giunse nella parte orientale della Terra–di–Mezzo, dove per molte età stette accanto a scure acque a lamentare Lúthien, figlia di Thingol, la più bella di tutte le creature viventi (pp.227-228).

Anche lui si stacca dal suo popolo, è preda di un dolore insanabile e insaziabile, Lúthien per lui è persa per sempre, come il Silmaril era "perso" per Maglor prima ancora che egli lo gettasse nel mare, e anche lui infine trova conforto accanto alle acque e nel lamento.
Oramai degli elfi, nel nostro mondo, restano queste voci, voci colme di sconfinata malinconia. Ma restano, restano nonostante la caduta dei loro cantori ; proprio come l’uomo caduto conserva ancora la sua possibilità di collaborare alla creazione, nella fede che un giorno quello che ha narrato possa essere redento e venire a far parte di un mondo nuovo (la Seconda Musica degli Ainur insieme ai figli di Ilùvatar ?), dove quello che conta davvero sono i rapporti interpersonali e l’attività creativa, come il giardino in cui Niggle ritrova Parish alla fine del racconto Foglia di Niggle.
Per il suo rapporto con la musica e con le acque, infine, mi pare che Maglor assomigli molto di più a un Sinda che a un Noldo, come appare limpidissimamente in questo passo :

In molte parti del paese, i Noldor e i Sindar si fusero in un unico popolo, parlando la stessa lingua, sebbene questa differenza restasse tra loro, che cioè i Noldor possedevano maggior potere del corpo e della mente ed erano più valenti come guerrieri e più sapienti, e le loro costruzioni erano di pietra ed essi amavano le pendici dei colli e le terre aperte, laddove i Sindar avevano voci più belle ed erano più versati nella musica, salvo il solo Maglor figlio di Fëanor, e amavano i boschi e le rive dei fiumi ; e alcuni degli Elfi Grigi ancora vagavano qua e là senza fissa dimora, e andando cantavano (p.141, miei i corsivetti).

Maglor con quelli del suo seguito teneva il Varco di Maglor, una terra di boschi fra i due rami settentrionali del Gelion, fra infiniti piccoli e grandi rivoli d’acqua ("Tra i rami del Gelion stava a difesa Maglor", p.151), e non appare quasi mai in vesti eroiche e in grandi imprese di forza (l’unica narrata è quella contro Uldor il maledetto, un semplice uomo, p.240), sebbene non si può negare che fosse coraggioso, la sua infatti era una regione aperta, che spesso subiva i primi assalti degli orchi, e proprio da lì passò Glaurung, il Grande Verme, per portare rovina e distruzione nel Doriath (p.189), e anche allora Maglor non fuggì ma si unì a suo fratello Maedhros nella fortezza di Himring.
E infine, per testimoniare il profondo legame delle acque con la musica :

dopo il Sirion, Ulmo amava il Gelion sopra tutte le acque del mondo occidentale. [... Gli Elfi Verdi] andavano vestiti di verde in primavera e in estate, e il suono dei loro canti poteva udirsi persino oltre le acque del Gelion ; onde per cui i Noldor denominavano quella contrada Lindon, cioè terra della musica (p.150, miei i corsivetti).

La sorte di Mandos

"Lacrime innumerevoli voi verserete ; e i Valar fortificheranno Valinor contro di voi e ve ne escluderanno e neppure l'eco del vostro lamento varcherà le montagne. Sulla casa di Fëanor, l'ira dei Valar piomberà da Occidente fino all'Oriente estremo, ed essa sarà anche su tutti coloro che ne seguiranno i membri. Il loro Giuramento li impellerà, e tuttavia li tradirà, per sempre privandoli di quei tesori che hanno giurato di perseguire. A un'infausta fine volgeranno tutte le cose che essi ben cominciano ; e questo accadrà per il tradimento dell'una stirpe verso l'altra, e per la paura del tradimento. Gli Spodestati, essi saranno per sempre.

"Voi avete sparso ingiustamente il sangue dei vostri fratelli e avete insozzato la terra di Aman. Sconterete il sangue col sangue, e fuori da Aman dimorerete nell'ombra di Morte. Ché, sebbene Eru vi abbia destinati a non morire in Eä e sebbene le malattie non vi assalgano, pure potete essere uccisi, e uccisi sarete : da armi e tormento e dolore ; e i vostri spiriti raminghi verranno poi da Mandos. Ivi a lungo dimorerete bramando i vostri corpi, e troverete scarsa pietà sebbene tutti coloro che avete ucciso impetrino per voi. E coloro che perdureranno nella Terra-di-Mezzo e non verranno a Mandos, finiranno per essere stanchi del mondo come di un greve fardello, e deperiranno e diverranno quali ombre di rimorso agli occhi della razza più giovane che verrà. I Valar han detto" (p.103, miei i corsivetti).

Quasi tutti i figli di Fëanor perirono nel disperato tentativo di tener fede al loro Giuramento, uccisi mentre versavano il sangue dei loro fratelli per impadronirsi del Silmaril riportato nel Doriath da Beren e Lúthien, sono loro quelli i cui "spiriti raminghi" giunsero a Mandos, cioè nelle aule dei morti. L’eccezione è Maglor, ché l’attendeva l’altra sorte, quella di diventare un’"ombra di rimorso" abbandonata nella Terra-di-Mezzo.
È una sorte terribile perché il suo dolore e la sua sofferenza non potrebbero avere pace fino alla fine del mondo, perché agli elfi è negata la morte, una sorte peggiore di quella di qualsiasi personaggio romantico. Eppure Maglor non si suicida come Maedhors, buttatosi in una voragine infuocata, non si getta nel mare, e questo deve avere un significato, perché non è sempre stato così nella mente di Tolkien, come si è visto dal già citato passo di Shaping of the Middle Earth. Né basta la consolazione della musica come lenitivo a un dolore così forte e insopprimibile, e carico di sensi di colpa.
Infatti l’ultima azione di Maglor fra gli elfi fu comporre un canto che ripercorreva l’eccidio dei Teleri, il primo sangue di un elfo versato da un elfo : "Del Fratricidio in Alqualondë più ampiamente si narra in quel lai che è detto Noldolantë, la Caduta dei Noldor, composto da Maglor prima di scomparire" (p.102). Spesso la sua riflessione doveva essersi fermata sui tristi fatti di sangue cui egli stesso aveva partecipato, riempiendolo di rimorso e di desolazione.
Ma la riflessione e il riconoscimento dei propri errori è l’unico passo possibile per una conversione, cioè per un cambiamento di vita e di intenti,

E allorché la nuova stella venne scorta sul far della sera, Maedhros, rivolto al fratello Maglor disse : "Di certo, quello è un Silmaril che splende in Occidente". E Maglor replicò : "Se è davvero il Silmaril che abbiamo visto sprofondare in mare e che risorge grazie al potere dei Valar, ebbene, rallegriamoci, ché la sua gloria ora è vista da molti, e il Silmaril è al sicuro da ogni male". E gli Elfi, volgendo lo sguardo all'insù, più non disperavano, mentre Morgoth cadde in preda al dubbio (p.315, miei i corsivetti).

In questo passo in cui per la prima volta Eärendil solca il cielo con la fronte coronata dal Silmaril ci rendiamo conto che il cuore di Maglor è già profondamente mutato, perché invita il fratello a rallegrarsi ed esprime consolazione per il fatto che il Silmaril possa essere visto da molti, perché desiderava certo che la sua bellezza, al pari di quella musica che gratuitamente spargeva, non venisse nascosta, ma risplendesse per la gioia di tutti.
Eppure, alla fine della Guerra dell'Ira Maedhros e Maglor "si apprestarono, sebbene ora stancamente, a malincuore, a tentare di tener ad ogni costo fede al loro giuramento" (p.317), proprio secondo la previsione di Mandos : "Il loro Giuramento li impellerà, e tuttavia li tradirà, per sempre privandoli di quei tesori che hanno giurato di perseguire". Infatti alla loro ambasciata

Eönwë rispose che il diritto all'opera del loro padre, in precedenza spettante ai figli di Fëanor, era ormai decaduto a causa delle molte e spietate malefatte che avevano commesso perché accecati dal loro giuramento, in primo luogo l'assassinio di Dior e l'assalto ai Porti. La luce del Silmaril ora doveva tornare all'Ovest, donde era venuta all'inizio ; e in Valinor dovevano tornare Maedhros e Maglor, e lì sottomettersi al giudizio dei Valar […]. Il desiderio di Maglor fu di sottomettersi, essendo il suo cuore pieno di tristezza (p.318, miei i corsivetti).

Maglor anzi arrivò al punto di dire a Maedhros che se ne nessuno avesse potuto liberarli da un giuramento fatto in nome di Ilúvatar stesso : ""la Tenebra Eterna sarà la nostra sorte, che noi si tenga fede al nostro giuramento o lo si infranga, ma sarà minore il male che faremo infrangendolo"" (pp.318-319).

Pure, alla fine cedette alla volontà di Maedhros, e i due si consigliarono tra loro su come mettere le mani sui Silmaril (p.319).

Maglor non è un "buonino", un pentito creato ad arte, ma è un personaggio vivo, dilaniato, debole, piegato al male nonostante il suo desiderio di fare il bene, di sacrificarsi anzi per il bene, ma senza speranza.
Davanti a questa perseveranza nel male i due fratelli avrebbero meritato la morte dopo l’assassinio delle guardie dei Silmaril, "Eönwë però non volle acconsentire allo sterminio dei figli di Fëanor i quali, senza incontrare resistenza, si dipartirono a fuggire lontano" (p.319).
Questo è un atto di Misericordia, la stessa che a detta di Gandalf aveva fermato la mano di Bilbo dal colpire Gollum :

‘It was Pity that stayed his hand. Pity, and Mercy : not to strike without need. […] My heart tells me that he has some part to play yet, for good or ill, before the end ; and when that comes, the pity of Bilbo may rule the fate of many—yours not least’.

Questo permise "che i Silmaril trovassero le loro dimore tanto attese : uno nelle arie del cielo, uno nei fuochi dentro il cuore del mondo, uno nelle acque profonde" (p.319), perché probabilmente non era destino che essi ritornassero nella chiusa beatitudine di Valinor ; non era destino, cioè non era questa la volontà di Ilúvatar, che neppure i Valar penetrano appieno.
Allora forse il destino di Maglor, più che una condanna, potrebbe essere un’occasione di misericordia e pertanto di conversione. E Maedhros ? Entrambi furono risparmiati, ma egli, né più né meno colpevole del fratello (e credo non meno pentito), non riconobbe la grazia che gli era stata usata, perché preso dalla disperazione, il nemico più terribile :

Ciascuno di loro tenne per sé un Silmaril [...]. Ma la gemma bruciò la mano di Maedhros con dolore insopportabile ; ed egli s'avvide che era come Eönwë aveva detto, che cioè il suo diritto al possesso del Silmaril era nullo, e vano il giuramento. E, in preda all'angoscia e alla disperazione, si gettò in una voragine infuocata, e così finì ; e il Silmaril che aveva con sé fu accolto nel seno della Terra.

Di Maglor invece si dice che neppure lui poté sopportare il dolore onde fu tormentato dal Silmaril, sicché alla fine lo gettò nel Mare, e dipoi vagò per sempre sui lidi, cantando il suo dolore e il suo rimpianto accanto alle onde. Maglor infatti era grande tra i cantori di un tempo, superato in fama solo da Daeron del Doriath ; né più fece ritorno tra il popolo degli Elfi (p.319).

Infatti

il giuramento di Fëanor forse neppure Manwë avrebbe potuto annullarlo, finché non se ne fossero verificate le estreme conseguenze e i figli di Fëanor non rinunciassero ai Silmaril (p.307, miei i corsivetti).

E Maglor, solo tra i suoi fratelli, rinunciò.

Il romanticismo di Maglor
Maglor è un’anima bella e amabile, nonostante tutti i crimini e i misfatti che ha compiuto per tener fede al Giuramento che esacerba il suo cuore, perché in lui c’è ancora spazio per l’amicizia e per la pietà. Dico addirittura amabile, perché : "Eärendil ed Elwing […] temevano che [i loro figli] venissero uccisi, ma così non fu. Maglor infatti si impietosì di Elros ed Elrond, e si affezionò a loro, e anche in quelli nacque amore per lui, per quanto incredibile possa sembrare ; ma il cuore di Maglor era esulcerato dal peso del terribile giuramento" (p.311, miei i corsivetti). E come Adelchi soffre, ma spera.
L’insaziabile ricerca di opera nuove e dell’ignoto, il giuramento e il sangue di suo padre che scorreva come un fuoco imperituro nelle sue vene (Streben) lo spinsero a grandi azioni eroiche ma anche ai più miserevoli misfatti (titanismo), vittima di un destino oscuro (vittimismo). Eppure è questo l’oggetto di canti imperituri fino alla fine del mondo preannunziato da Fëanor e accettato da Manwë (""le imprese che compiremo saranno materia di canto fino agli ultimi giorni di Arda"" p.104), grandezza e miseria insieme, ma trasfigurate dalla musica e alla fin fine destinate ad accrescere la bellezza del mondo oltre ogni singolo disegno di uomo o elfo, secondo le parole dette da Ilúvatar a Melkor :

"Potenti sono gli Ainur, e potentissimo tra loro è Melkor, ma questo egli deve sapere, e con lui tutti gli Ainur, che io sono Ilúvatar, e le cose che avete cantato io le esibirò sì che voi vediate ciò che avete fatto. E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare" (pp.13-14).

La consapevolezza della sua colpevolezza è voluptas dolendi, di essere "heautontimorumenos" ("punitore di se stesso"), e lo porta a desiderare la sua stessa distruzione e dannazione (""la Tenebra Eterna sarà la nostra sorte, che noi si tenga fede al nostro giuramento o lo si infranga, ma sarà minore il male che faremo infrangendolo"" (pp.318-319)).
Ma rinunciando al Silmaril, e quindi alla logica perversa del giuramento, per lui giunge una salvezza, sebbene non al di fuori delle mura di questo mondo, come avviene per personaggi umani.

Nel suo saggio The Road to Middle Earth (GRAFTON 1992) T. A. Shippey scrive :

In another tale Tolkien had probably read, the Scottish story of ‘The Woman of Peace and the Bible Reader’ […] an elf–woman approaches an old man reading his Bible and asks ‘if there was any hope given in the holy Scripture for such as she’. The old man replies kindly, but says there is no mention of salvation in the Good Book ‘for any but the sinful sons of Adam’ — at which the lady gives a cry of despair and hurls herself into the sea. The old man’s answer is strict and orthodox but (as with the view that preconversion heroes like Beowulf or Aragorn could not be saved) hardly seems fair. Why should only the ‘sinful’ be saved ? However it was not Tolkien’s way to deny orthodoxy : nor to abjure equally old and traditional belief in the allure of elves and their separation from evil. He looked for a middle path

(p.211). Maglor fa esattamente il contrario della fanciulla elfica di questa storia, non si getta nelle acque e tuttavia la sua sorte per il tempo futuro è diversa anche da quella degli altri elfi che abbandonarono la Terra di Mezzo pur rimanendo in Eä per tutta la vita del mondo. Egli invece rimane, e non è punizione ma "espiazione".
Il "dipoi vagò per sempre sui lidi, cantando il suo dolore e il suo rimpianto accanto alle onde" non è frutto di disperazione (che per Maedhros è condanna e suicidio), ma della speranza, seppur vaga ed imprecisa, di poter ancora essere salvato.
E così il Sehnsucht romantico diviene (per Maglor ma successivamente per tutti gli elfi !) una via penitenziale per la salvezza, anche se essi non sanno quale sarà la loro sorte alla fine di Arda e se parteciperanno alla Seconda Musica, infatti "gli Elfi rimangono sino alla fine dei giorni, e il loro amore per la Terra e per il mondo tutto è tanto più unico e profondo, e con il trascorrere degli anni sempre più intriso di malinconia. Gli Elfi infatti non muoiono finché il mondo non muore, […] ma Ilúvatar non ha rivelato quali siano i suoi propositi per ciò che attiene agli Elfi una volta che il mondo sia finito, e Melkor non li ha scoperti" (p.44).
Per tornare a come l’avrebbe veduta il nostro Manzoni : una volta rinunciato al Silmaril Maglor da oppressore si fa oppresso, da vincitore vinto. È questa per lui una "provvida sventura" che, al pari di Ermenganda, di Adelchi e del Conte di Carmagnola lo riscatta, lo purifica attraverso il dolore… e il canto, che si sparge dolce, come un balsamo consolatore, sul grande mistero del mondo, della vita e della sofferenza.