RECENSIONI - Elric, l'eroe albino di Melnibone
di Agostino Maiello

In quello che un po' pomposamente potremmo chiamare "l'immaginario collettivo", l'espressione "eroe fantasy" richiama alle mente un personaggio imponente, muscoloso, forte, sicuro di sé, praticamente invincibile.

Il ciclo di Elric, opera di Michael Moorcock (due volumi editi dalla Editrice Nord), si iscrive a buon diritto nel filone cosiddetto della heroic fantasy; ma il suo protagonista, Elric appunto, è quanto di più lontano ci possa essere dallo stereotipo del supereroe di cui sopra.
Elric è albino, non muscoloso, e men che meno sicuro di sé. Anzi, è probabilmente uno degli eroi più dilaniati da tormenti esistenziali che esistano. Elric, che nascendo ha perso la madre, sopravvive solo grazie alle droghe, a causa della sua debolissima costituzione. Ha letto molto, ha grandi poteri magici, ma ha anche appreso che talvolta è meglio non usarli. Moorcock fin dalle prime pagine ci presenta un eroe ambiguo: reduce da una romantica cavalcata insieme all'amata cugina (con tanto di atto d'amore), Elric assiste con suprema indifferenza alla tortura di due spie.

Per comprendere appieno questo (apparentemente irrazionale) comportamento bisogna illustrare il contesto in cui si ambienta il tutto: in particolare, bisogna precisare che Elric vive a Melniboné, il regno più potente e crudele del mondo ideato da Moorcock, regno di cui Elric stesso è l'attuale imperatore. Colti, decadenti e raffinati, i melniboneani sono un popolo superiore agli uomini, legati a doppio filo con l'affollato pantheon moorcockiano. Per alcuni aspetti assomigliano agli Elfi di Tolkien, e per la pratica con la magia, e per l'essere una specie di gradino intermedio fra uomini e dèi, e per ciò che Moorcock fa intuire quasi subito: il Regno di Melniboné è destinato a scomparire (anche le nascite sono in calo) ed a lasciare il posto ai Regni Giovani, cioè quelli degli umani. Proprio come nella Terra-di-Mezzo. Solo che in Tolkien tutto ciò ha un sapore vagamente nostalgico, laddove la prosa di Moorcock è fredda e lucida, in sintonia con il fatalismo che permea l'intero ciclo.

C'è infatti molto fatalismo, nella saga di Elric: l'eroe albino appare spesso privo di alternative, il suo girovagare picaresco è spesso guidato (o concluso) da un intervento divino. "Le agitazioni fra gli dèi si ripercuotono sugli uomini", si legge (vol. I, pag. 48). E ancora, quando ormai il ciclo volge al termine, Elric a sua moglie: "Non temere: sopravviverò alla battaglia di oggi... perché il fato non ha ancora finito con me, e mi protegge con la premura di una madre affinché io possa assistere ad altre sciagure, fino al giorno in cui tutto sarà terminato per sempre" (II, 360).
Elric, dunque, non è, in effetti, né buono né cattivo. Quando commenta la tortura delle due spie, si giustifica dicendo "Tanto non potrei fare niente". E' una pseudoindifferenza che Moorcock, crediamo volutamente, non risolve. La sua cugina Cymoril, ad un certo punto, afferma: "Melniboné non ha mai rappresentato il Bene ed il Male, ma soltanto sé stessa e la rappresentazione dei propri desideri" (I, 130). Una specie di estetismo decadente ante litteram.

In questo, Moorcock è assai più manicheo, e quindi meno complesso, di Tolkien: egli divide nettamente Legge e Caos, i due principi che si spartiscono le numerose divinità del suo universo, ed è stabilito che Legge e Caos si combattano eternamente, senza che alcuno prevalga sull'altro, in nome di un superiore Equilibrio. Che la Legge coincida col Bene, poi, è tutto da dimostrare: Moorcock non si addentra in giudizi di valore, ma si limita a spiegazioni di tutt'altra natura: "I sostenitori del Caos affermano che tutto è possibile, nel mondo da loro dominato. Gli avversari del Caos, gli alleati delle forze della Legge, affermano che senza la Legge non può esistere nulla di materiale" (I, 342).

Elric, come la sua stirpe, è legato al Caos ("Tu sei impegnato a servire il Caos, come i tuoi avi", gli dice un dio, vol. I, pag. 380), ma ciò non gli impedisce, a seconda delle circostanze, di allearsi temporaneamente con i signori della Legge. Quale ultimo imperatore di Melniboné, l'eroe albino sente di avere un destino tragico e vive le sue avventure con questa feroce consapevolezza, tra abissi di dolore ("Sono felice di annegare, re Straasha", vol. I, pag. 46, cercando di rifiutare un intervento divino volto a salvargli la vita) e vette di arroganza ("In Melniboné, Ossastorte, sono gli imperatori a comandare i demoni, non viceversa", vol. I, pag. 31).

Un eroe diverso, dunque, atipico, a tratti debole, a tratti invincibile. Debole quasi sempre, invincibile quando in possesso della sua spada nera, Stormbringer (Tempestosa nella traduzione italiana). Dotata quasi di un'anima propria, Stormbringer è assegnata ad Elric dal fato e con la morte dell'eroe albino, da essa stessa provocata, termina la sua missione in quel mondo, un po' alla Excalibur.

Arma invincibile, forgiata dal Caos, bevitrice di anime, Stormbringer ha il sopravvento su Elric quando il combattimento è feroce, e proprio a causa di questo, contro il volere di Elric stesso, perdono la vita le persone più care all'albino: da sua cugina Cymoril all'amico Rackhir, dalla moglie Zarozinia al suo alleato più fedele, l'orientale Maldiluna, tutti, o quasi, vittime di una furia berserk della quale, puntualmente, Elric si pente disperatamente, sapendo che non può opporvisi.

Stormbringer beve le anime, e ne passa l'energia ad Elric; che risulta così schiavo di questa spada, conscio del dolore che essa arreca a lui prima ancora che ai suoi nemici, ma conscio anche dell'impossibilità di liberarsene. Stormbringer è un simbolo: è il destino che vuole che Elric faccia qualcosa, ed Elric lo farà, anche contro il suo volere. O forse addirittura Elric è solo una manifestazione della spada stessa, ed in questo senso la sua uccisione assume il significato di un semplice quanto inevitabile ritorno. A missione compiuta, Stormbringer ucciderà Elric e volerà in alto nel cielo con "empia gioia", e non poteva essere altrimenti.

Da dove nasce questo eroe albino? Un'ottima fonte di notizie in tal senso è data dalla prefazione al secondo volume del ciclo, ad opera dello stesso Moorcock. Di un incontro con un addetto della casa editrice Fleetway, Moorcock racconta: "Più tardi, in un pub, io e Ted [Carnell] ci ritrovammo a parlare di Robert E. Howard, e Ted disse che pensava di pubblicare un po' di roba alla Conan in Science Fantasy". Più avanti, recuperando alcuni vecchi scritti, Moorcock li sottopose a Carnell: "Un paio di giorni dopo, gli mandai il primo capitolo e lo schema di un racconto di Conan. A dire il vero, scrivere nello stile di Howard comportava delle limitazioni (e lo stesso eroe era troppo limitato, almeno per i miei gusti), e non mi allettava molto la prospettiva di comporne altre diecimila parole, nel caso che a Ted la storia fosse piaciuta. A Ted piacque - o almeno gli piacque il mio stile - ma c'era stato un malinteso: lui non voleva Conan. Voleva qualcosa dello stesso genere. Questo mi piacque molto di più. Decisi che avrei creato un eroe il più possibile diverso dai soliti eroi della Sword & Sorcery, e di adoperare la narrativa come veicolo per le mie idee più "serie". Molte di quelle idee - mi rendo conto ora - erano piuttosto romantiche e colorate da una prolungata e tragica (per me, a quell'epoca) storia d'amore che non si era ancora conclusa e che confondeva e oscurava la mia visione per la vita. Scrivevo fiumi di spazzatura per la Fleetway e guadagnavo a volte 70 o 80 sterline alla settimana che finivano per lo più in birra e in un mucchio di vetri rotti di tutti i tipi. (...) Sto citando tutto ciò, per darvi un quadro del mio stato d'animo al momento della creazione di Elric. Leggendo le prime storie in particolare, si può vedere che il modo di vedere le cose di Elric era piuttosto simile al mio. E' più esatto dire che Elric ero io (il Moorcock del 1960-1, cioè), e che le qualità mescolate del traditore e del tradito, la perplessità sulla vita in generale, la ricerca di una soluzione di qualche tipo a questo stato confuso, l'espressione di questa perplessità in termini di violenza, il cinismo e il desiderio di vendetta, erano tutte caratteristiche mie".

Più avanti nel suo commento, Moorcock accenna alla robusta presenza di allegorie in tutte le storie del ciclo, cosa del resto abbastanza evidente. E' divertente notare come l'autore si riferisca alla spada Stormbringer: la chiama infatti "la gruccia" ("Stormbringer ... simbolizzava la tendenza mia e degli altri a sorreggersi con grucce mentali o fisiche invece di curare alla sorgente la propria debolezza"). La frequenza di allegorie (uno degli aspetti che maggiormente differenzia Moorcock da Tolkien) è comunque un "di più", un qualcosa che il lettore può afferrare, se vuole, ma che può egualmente trascurare: "Non pensate che vi stia chiedendo di leggere o rileggere le storie con la mente attenta alle allegorie o ai simboli. (...) Le storie di Elric hanno invece anche e soprattutto lo scopo di divertire il lettore, ma, se qualcuno vuole cercare della sostanza sotto il livello di puro intrattenimento, può trovarla".

La sostanza sotto la scrittura, dunque, c'è; non molta, non fondamentale, ma c'è. Lo stile di Moorcock è essenziale, asciutto, scorrevole. Quando la storia è sorretta da un'ispirata inventiva, la lettura è davvero piacevole, e si passa facilmente sopra alla frammentarietà del ciclo; tale frammentarietà è del resto inevitabile, essendo la saga un insieme di racconti scritti e pubblicati in anni diversi, e solo successivamente unificati, dopo un'opportuna revisione, dall'autore. Nel secondo volume, in particolare, in qualche punto si ha l'impressione di avere a che fare con una storia un po' stiracchiata, ma nel complesso la struttura tiene e la piacevolezza della lettura non ne risulta inficiata in misura definitiva.

Concludendo, siamo quindi di fronte ad un'opera fantasy di buon livello, sicuramente in grado di offrire parecchie ore si svago, ed in grado di soddisfare sia i lettori in cerca di pura e semplice narrativa d'intrattenimento sia quelli più attenti ai riferimenti ed all'ambientazione complessiva delle storie che amano leggere.