Mi si consenta...
di Roberto Di Scala

Due interventi sui numeri 4 e 5 di Terra di Mezzo hanno sollevato la questione circa l’appropriatezza delle scelte traduttive riguardo due brevi componimenti in versi del Signore degli Anelli, ovvero la canzoncina che Bilbo intona congedandosi da Gandalf e dalla Contea per recarsi a Gran Burrone e la poesiola che accompagna la lettera in cui Gandalf spiega a Frodo chi sia in realtà Grampasso.

Nel numero 4 di Terra di Mezzo Edoardo Sbaffi lamentava alcune imprecisioni delle traduzioni di Vicky Alliata di Villafranca (datate 1977), soprattutto per quanto riguarda la resa di I cannot say, ultime parole della canzone di Bilbo. A questo proposito sono state chiamate in causa motivazioni religiose che, benché rigorose e ineccepibili, mi sembrano nel contesto una lieve esagerazione per contestare una traduzione molto libera (ma questo mio giudizio non va al di là di una semplice opinione personale dal valore, conseguentemente, molto limitato).

Mi trova pienamente d’accordo, invece, un passo dello stesso intervento che riguarda la traduzione del Signore degli Anelli in generale e che vorrei di nuovo citare: "Purtroppo, tradurre Tolkien non è come tradurre un qualsiasi romanzo fantastico inglese: è un lavoro delicato e richiede una pignoleria pari almeno a quella (proverbiale) dell’autore stesso".

Da questo stesso passaggio parte, in pratica, l’intervento di Franco Tauceri (Terra di Mezzo no. 5) che non condivide la "veemenza" della critica di Sbaffi, sottolineando come la Alliata di Villafranca abbia voluto "privilegiare la potenza evocativa alla metrica, il messaggio alla lirica", concludendo che tradurre Tolkien richiede anche "metodo, conoscenza, umiltà ed amore. Doti che sono richieste sia ai traduttori, sia, in misura almeno uguale, ai loro critici".

Prima di questo, Tauceri propone una sua traduzione della poesiola che accompagna la lettera di Gandalf, in cui rende gli ottonari inglesi in altrettanti ottonari italiani (tranne il quinto verso, che è un novenario).

E qui mi sono sentito in dovere di aggiungere alle osservazioni di Sbaffi e Tauceri anche le mie, cominciando proprio dalla poesiola della lettera di Gandalf di cui, per comodità, riporto il testo originale.

All that is gold does not glitter,
Not all those who wander are lost;
The old that is strong does not wither,
Deep roots are not reached by the frost.
From the ashes a fire shall be woken,
A light from the shadows shall spring;
Renewed shall be blade that was broken,
The crownless again shall be king.

Qualunque traduttore sa che, quando deve tradurre una poesia, ha di fronte un compito da far tremare i polsi. In questi casi non è una vigliaccheria, ma semplice presa di coscienza, farsi scudo di quanto Jakobson dice nei suoi Saggi di linguistica generale (Feltrinelli, 1966) sulla poesia che è "intraducibile per definizione. E’ possibile soltanto la trasposizione creativa" (p. 63). Così ogni scelta, sempre che non contenga errori d’interpretazione né eccessi di riformulazione, può essere giustificabile e accettabile. Quando la Alliata di Villafranca ha scelto di porre l’accento sul messaggio anziché sulla metrica ha optato di enfatizzare, lecitamente, quella che Jakobson definisce la funzione poetica del linguaggio. Nel far questo, però, ha deciso di ignorare due elementi importantissimi, ovvero le rime e le allitterazioni.

Queste componenti, a mio avviso, sono troppo esplicitamente presenti nei versi originari per poter essere tralasciate. Si tenga anche conto, nel riflettere su questo punto, che Tolkien sviluppa la sua poesia (ma anche la prosa, naturalmente) sul principio dell’eufonia e sul senso evocatore dei suoni dei vocaboli da lui adottati e combinati in modo tale che risultino quasi musicali. Rime e assonanze, oltre che a porsi in una posizione privilegiata in virtù di quanto sopra, sono oltretutto parti essenziali della versificazione anglosassone, cui Tolkien non era affatto estraneo. Se è vero che la maggior parte delle liriche del Signore degli Anelli sono lontane dai modelli anglosassoni, come succede invece per i lai del Beleriand (rime interne, allitterazione, divisione del verso in emistichi), è pur vero che versi come quelli citati nella lettera di Gandalf vi si avvicinano in una qual misura.

Privarli di tali elementi, conseguentemente, equivale, a mio avviso, a tradire in pieno il loro spirito tolkieniano.
La questione della traduzione, perciò, non si deve limitare al solo rispetto del significato letterale dei versi, né tanto meno a riprodurne la metrica. Tentando di preservare il significato e gli elementi allitterativi, oltre che le rime, ho provato a cimentarmi con la "trasposizione creativa" dei versi.

Sempre l’oro non luce rifrange,
né quei ch’erra è sempre perduto;
vecchio forte vecchiaia non tange,
s’imo il seme è da gel non raggiunto.
Dalle ceneri fiamma destarsi,
e dall’ombre una luce sprigiona;
lama rotta tornerà a rinnovarsi,
nuovo re chi or senza corona.

Lo schema metrico è ABAB CDCD, come nell’originale, e i versi sono decasillabi (tranne il settimo) allitteranti.
Si può obiettare che ho tradotto roots, "radici", con seme, prendendomi una libertà che qualcuno giudicherà eccessiva. La mia scelta è caduta su "seme" per ragioni di metrica e allitterazione, confortato in ciò dal fatto che, a ben guardare, sia il seme che le radici sono il germe della vita delle piante, e tutt’e due, quando profondi, non vengono bruciati dal gelo.
Lo stesso processo di preservazione della rima m’ha spinto a proporre una mia versione della canzoncina di Bilbo. Nei versi originali l’allitterazione è pressoché inesistente perché il tipo di versi, molto semplici, adatti più all’ambito rurale della Contea che alle altisonanti evocazioni epiche di altri contesti, non richiede una struttura "alta". E’, questa, una tipica composizione hobbit, in cui l’elemento che più salta all’occhio (o, meglio, all’orecchio) è la rima.
Conservando il significato letterale dell’originale, ho reso il tutto in endecasillabi che seguono lo schema metrico scelto da Tolkien (ABAB CDCD), ecco la mia proposta messa a confronto con il testo tolkieniano.

The Road goes ever on and on
Down from the door where it began.
Now far ahead the Road has gone,
And I must follow, if I can,
Pursuing it with eager feet,
Until it joins some larger way
Where many paths and errands meet.
And whither then? I cannot say.

La Strada avanza senz’interruzione
scendendo dall’uscio dal quale iniziò.
La Strada avanza in lontana regione,
seguirla io devo, se solo potrò,
a piedi correndo assai volentieri,
finché si vada a più larga via a unire
dove s’incrocian messaggi e sentieri.
E poi dove andrò? Io non lo so dire.

Cercando di arrivare a una conclusione, ribadisco che le mie proposte, in quanto tali, non hanno pretesa alcuna, tanto più che credere che una traduzione possa essere la traduzione è assurda chimera. Esistono traduzioni più o meno fedeli, o più o meno vicine allo spirito del testo d’origine, ma restano sempre parti di un paradigma traduttivo vasto e variegato.

Con i miei due tentativi ho voluto inoltre porre l’attenzione su alcuni elementi che ho ritenuto importanti e che, a quanto pare, sia Sbaffi che Tauceri hanno tralasciato. E questo mi stupisce soprattutto per quanto Tauceri ha affermato circa il metodo e la conoscenza richiesti ai traduttori, oltre alla pignoleria. Può aver deliberatamente ignorato - mi chiedo - rime e allitterazioni?

Ma il discorso sulla traduzione di Tolkien, sia in prosa che in versi, potrebbe continuare fino a toccare altri argomenti (i nomi di persona e la toponomastica in primis), rischiando di diventare troppo lungo, pedante e complesso. Quest’intervento, perciò, è meglio che si concluda qui.