Via spirituale e via guerriera in Tolkien
di Vittorio Vernole

L’ipotesi da cui muove il presente contributo è che nell’opera di Tolkien siano rintracciabili alcuni elementi sapienziali, che l’autore mutuò sia dalla sua profonda fede cristiana, cattolica, sia dalla sua conoscenza delle leggende e dell’immaginario medievale.

Come è noto Tolkien era solito definire la propria opera (e quella degli scrittori di ‘autentiche’ fiabe) come "sub-creazione". Con questo termine egli indicava diverse cose allo stesso tempo, ma soprattutto invitava a cercare nelle fiabe i frammenti di quella Verità superiore, che all’uomo era stata rivelata pienamente nell’evangelium cristiano. In questa prospettiva il corpus delle sue opere, come numerose delle sue lettere testimoniano (insieme col fondamentale saggio "Sulla fiaba" e con la poesia "Mitopoeia"), appare inseparabile da questa profonda ispirazione ideale e da una forte esigenza comunicativa, volta a creare un mito, un’epopea per gli uomini del suo secolo. Ciò è particolarmente in evidenza nell’opera principale di Tolkien, Il Signore degli Anelli su cui avremo modo di soffermarci. Può essere opportuno, prima di addentrarsi nelle questioni di cui intendo trattare, fornire qualche breve spiegazione sul titolo. Via spirituale e via guerriera possono apparire infatti termini di non immediata decifrazione, possono suscitare incomprensioni e ambiguità.

Nel corso di questa comunicazione si intenderà per "via guerriera e spirituale" un dato atteggiamento nei confronti del mondo o, meglio, una specifica vocazione, di ordine superiore, che determina e impegna l’uomo nella sua esperienza esistenziale. Non a caso ho usato il termine vocazione, per indicare che siamo qui di fronte a qualcosa di più di una "scelta", di un atto di volontà... In realtà una simile terminologia non è affatto arbitraria. Anche se essa appare diffusa oggi soprattutto nell’ambito delle culture orientali, come quella giapponese ad esempio, dove la parola "kendo" ("La via della spada") non significa soltanto lo studio e l’impegno dedicato all’apprendimento della spada, ma anche un certo atteggiamento nei confronti della vita, una specifica tensione verso un modello di vita e, anche, di spiritualità.

In senso più ampio sarà bene osservare come sia nelle culture occidentali, sia in quelle orientali, la "via guerriera" non vada intesa strictu sensu come disciplina marziale o esercizio del mestiere delle armi, ma come "via dell’azione", attitudine ad agire nel mondo, con tutto quello che ciò comporta. La via dell’azione, la via del guerriero si percorre facendosi carico dei problemi e delle sfide che investono il dominio temporale, la sfera della vita sociale, il corretto modo di vivere tra gli uomini.

L’idea che la vita dell’uomo possa essere definita da queste due vie, complementari e non opposte, è di antica data. Nei testi sacri dell’India antica troviamo frequenti riferimenti ad una visione dell’uomo come essere caratterizzato da differenti modalità spirituali, corrispondenti alle rispettive funzioni che gli uomini svolgerebbero - o dovrebbero svolgere - nella società. In questo senso l’appartenenza alla casta dei sacerdoti (i brahmani) o a quella dei guerrieri (gli ksatriya), così come le funzioni sociali corrispondenti ad esse, l’esercizio del potere temporale e l’autorità spirituale, sono in diretta correlazione con la natura propria degli uni e degli altri. Saggezza e forza sono gli attributi rispettivi dei Brahmani e degli Ksatriya; nella natura dei primi predomina un orientamento verso la conoscenza del trascendente, la ricerca e la contemplazione della verità superiore (potremmo dire, semplificando, un orientamento "religioso"); nella nature dei secondi predomina un’altra qualità, quella tesa alla "realizzazione delle possibilità comprese nello stato umano.

Sebbene l’insieme di queste dottrine costituisca un elemento specifico dell’antica civiltà indù, sarebbe un errore pensare che questa concezione dell’uomo e della società sia del tutto estranea alla cultura occidentale. In Esiodo, poeta greco vissuto attorno al VII secolo a.C., troviamo narrato il mito delle cinque età, mito secondo cui la storia dell’uomo sarebbe stata segnata dal succedersi di cinque età differenti, ognuna delle quali corrispondente ad una certa ‘forma spirituale’. Non è difficile individuare gli elementi che in questo racconto appaiono in consonanza con analoghe dottrine della tradizione indù. L’esempio più rappresentativo della presenza nel mondo classico di tale orientamento è senza dubbio quello di Eracle, che conquista il proprio diritto a sedere fra gli dei mediante le proprie imprese. E’ possibile ricordare poi la dottrina (di derivazione stoica) conservata da Cicerone nel c.d. Somnium Scipionis (una parte della sua opera De re publica dedicata allo Stato), dove si parla della dimora ultraterrena destinata a quanti hanno agito in favore della patria. Il principio che attraverso la grandezza delle proprie gesta si possa giungere ad uno status privilegiato dopo la morte (i "Campi elisi") è presente anche in Virgilio, nella famosa catabasi di Enea nel VI libro dell’Eneide.

Lo studioso di mitologia comparata G.Dumézil, nel corso di una ricerca durata alcuni decenni, è riuscito a dimostrare che le popolazioni di origine indoeuropea condividevano uno stesso sistema di rappresentazioni simboliche, incentrato sull’idea che l’ordinato funzionamento del cosmo e della società dipendesse dal corretto rapporto tra le funzioni della sovranità (magica e religiosa), della guerra e della produzione. I medievisti hanno individuato la presenza del medesimo schema tripartito nella cultura dell’Europa del Medioevo.

L’importanza della vocazione guerriera e di quella spirituale (e i rapporti stretti che tra queste esistono) appare in evidenza nella raffigurazione che Dante fa di San Francesco e San Domenico (nei canti XI e XII del Paradiso) attraverso immagini e metafore tratte dal linguaggio cavalleresco ed eroico. Del resto la similitudine tra la sequela di Cristo e la militia si trova già espressa nel cristianesimo antico, senza dover per forza scomodare gli ordini monastico-guerrieri o i numerosissimi santi militari. Si ricordi infine il brano della lettera di Paolo agli Efesini (6 11,ss.) in cui l’apostolo invita a rivestirsi "dell’armatura di Dio...".

Il carattere più o meno convincente delle precedenti riflessioni va tuttavia messo in relazione con la possibilità di individuare una analoga consapevolezza anche nell’opera dello scrittore inglese. Da questo punto di vista possiamo notare come E. Lodigiani, autrice di "Introduzione alla lettura di Tolkien", sottolineava la presenza di due itinerari principali della vicenda: quello percorso da Frodo verso Monte Fato (fig. 13) allo scopo di gettarvi l’anello del potere, quello di Grampasso/Aragorn volto alla reintegrazione della legittima regalità.

"I due intrecci - scrive la studiosa - vengono ad assumere simbolicamente l’aspetto delle due possibili vie per vincere il male: il viaggio di Frodo è un viaggio verso l’interno, le sue prove sono essenzialmente di natura morale e le scelte sono drammatiche lotte contro se stesso: la via negativa dei mistici, la strada della solitudine e del ritiro dal mondo. Il viaggio di Aragorn è un viaggio verso l’esterno, le prove sono quelle che lo aiutano a sviluppare le caratteristiche del leader e le scelte hanno sempre come base la relazione con gli altri, sono di carattere politico più che morale: è la via positiva dell’immersione nel mondo dei guerrieri e dei grandi costruttori."

Al di là di qualche forzatura la linea interpretativa della Lodigiani mi sembra cogliere pienamente nel segno e tanto più essa appare interessante in quanto discende da una precisa tecnica di analisi del testo (di matrice strutturalista). In altre parole tale interpretazione si appoggia ad una metodologia critica seria e controllata, che conduce la studiosa a penetrare quel livello sapienziale della fiaba tolkieniana che ad altri è rimasto precluso.

Il saggio in questione coglie infatti uno dei punti chiave della struttura narrativa della trilogia: solo la collaborazione tra le due vie si rivela capace di vincere il Male. Ma forse non basta dire collaborazione, poiché Tolkien stabilisce una precisa gerarchia che deve regolare il giusto rapporto fra queste. Proprio il ricorso alle tecniche ‘strutturaliste’ di analisi del testo ci mostra come il fulcro di tutta la narrazione, il punto in cui la tensione si fa più alta è la lotta (fisica e spirituale) sul baratro di Monte Fato, là dove, per un capriccio della sorte, o per la volontà di una Provvidenza superiore, il potere di Sauron viene annientato. Rispetto a questo scontro la provocazione insita nella sfida ‘guerriera’ lanciata da Aragorn ha l’unico fine di distogliere l’occhio del Nemico, di attrarlo nel solo dominio a lui congeniale, quello della forza.

La scelta di Aragorn e di Gandalf è quella di puntare tutto sulla folle speranza rappresentata dai due coraggiosi Hobbit, sulla rinuncia ad utilizzare le armi del Nemico. Appare qui in tutta la sua importanza l’ispirazione cristiana del racconto di Tolkien: nella fiaba del Signore degli Anelli così come nel racconto del Vangelo la salvezza giunge per vie che gli uomini sapienti non comprendono ("la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo" si dice del Cristo), per vie che i semplici possono percorrere meglio di ogni altro. Nei testi catechistici del manicheismo si trova scritto che scopo del bene non è distruggere il male, ma accettare di essere distrutti perché il male non prevalga... (fig. 14)

Fig. 14 Bilbo a Rivendell. Calendario 1976