Gli "eredi" di Tolkien
di Salvatore Santangelo
Non è semplice costruire le coordinate delleredità tolkieniana, perché tale e tanta è stata la sua influenza, che si corre facilmente il rischio di mettere insieme una serie di banalità, comunque ho provato lo stesso a definire ed inquadrare le fascinazioni e le suggestioni del grande maestro, debiti che possono essere di natura estetica - gesti, descrizioni, orizzonti e luoghi - oppure valoriali, questi più complessi da raccogliere data la "non-attualità" e la "non-modernità" dellopera Tolkieniana.
I presupposti da cui si muove Tolkien sono quelli di un uomo che rifiuta totalmente le aberrazioni psicanalitiche che appestano tutta la narrativa dell800, ed i criteri razionalisti della rivoluzione illuminista, senza per questo scadere in atmosfere gotiche o tardo romantiche. Il suo è il mondo dellAssoluto, dove tra il Bene ed il Male non ci sono zone grigie, dove i mezzi non possono essere mai piegati alla logica dei fini: il potere o è sacra rappresentazione di un ordine trascendente o non è che prepotenza e violenza. Il Re è colui che guarisce imponendo le mani, quando lascia scorrere il fluido taumaturgico che è proprio della sua essenza: la Regalità si manifesta risanando le ferite dei corpi e delle anime, degli uomini e della Terra.
LUomo per Tolkien non è la sua Ragione come per gli illuministi o per gli economisti loro epigoni, che riducono le motivazioni che guidano il suo agire al tentativo di massimizzare il profitto minimizzando gli sforzi, oppure la sua Volontà di potenza che degenera facilmente in vuote azioni o vane spinte vitalistiche. Luomo è il risultato di forze che agiscono nel profondo della sua Comunità, perfetto equilibrio tra Tradizione e innovazione, risultato di un processo quasi "alchemico", dove, come nella realizzazione di un qualsiasi prodotto della Terra, come il vino ed il miele a cui vengono spesso attribuite proprietà terapeutiche o divinatorie, ogni fase non solo è indispensabile, ma deve essere eseguita alla perfezione per impedire che il farmaco possa trasformarsi in veleno.
Al contrario la maggior parte dei romanzi fantasy post-tolkieniani sono sì spesso delle vere e proprie riletture dei temi de Il Signore degli Anelli, de Lo Hobbit e de Il Silmarillion, ma quello che manca a tutti è la stessa dimensione epica, anzi pesa in negativo il loro essere immersi in una atmosfera eccessivamente psicologica al limite della psicanalisi. Valga per tutti lesempio della famosa saga di Dragonlance, dove il "plausibile" diventa uno dei motori della narrazione: intrighi erotici ed amorosi degni di una telenovela e drammi esistenziali come quello del mezzelfo reietto e vagabondo, alla ricerca della sua identità smarrita, vittima del suo meticciato, fisico, ma ancor più culturale e spirituale. Anche Tolkien parla di mezzelfi e anchessi spesso devono compiere delle scelte dolorose, ma è proprio nella scelta che si impone tutta la loro superiore maestà e dignità, basti pensare a Elrod, ma ancor più a Luthien ed Arwen. Lincontro tra razze superiori non è mai fonte di imbastardimento, semmai il sangue elfico accresce le potenzialità insite nelluomo, come nella stirpe reale di Nùmeron, dove gli individui che vivono entrambe le eredità, Aragorn in primis, non sono mai un muro, ma sempre un ponte, se pur tenue, gettato tra i due mondi. Al contrario anche la semplice frequentazione delle razze oscure, per Tolkien, conduce a contaminazione e corruzione.
Tralasciando Paul Anderson ed il suo meraviglioso La Spada Spezzata, che attinge alla stessa materia con cui è costruito il "Lord", le tradizioni dellephos nordico, dal Beowulf allEdda Poetica, lo scenario non è dei più esaltanti. Creazioni artistiche fini a se stesse, disordinati parti di menti abbastanza ingenue che riscuotono il successo di un pubblico in cerca di stordimento e di divagazioni soft che li possano distrarre dalla banalità delle loro vite. Così si smarrisce il vero senso dellAvventura, "della santa fuga del prigioniero": si affronta un viaggio, sia esso fisico o culturale, per poi riportare a casa i frutti di questa particolare esperienza, il cambiamento deve essere sempre reale.
La società Tradizionale è una società della Memoria, dove regna una estrema diffidenza nei confronti della parola scritta, di per sé sempre esposta ad un possibile errore di interpretazione, si giunge a delle codificazioni come lIliade, La Repubblica, La Divina Commedia e, perché no, Il Signore degli Anelli in quei momenti in cui si percepisce la necessità di preservare Valori ed Idee che non hanno più riscontro nellesperienza del quotidiano, testimoniando così la possibilità o la speranza dellesistenza di un mondo diverso da quello in cui siamo imprigionati dalla dura legge della casualità. E un ruolo analogo a quello che Guènon attribuisce al Folklore ed alle superstizioni popolari, sopravvivenze che hanno appunto il compito di attestare lesistenza di comportamenti codificati, forse esteriori, ma da considerare giusti o sbagliati alla luce di una tavola di Valori assoluti e che occorre preservare contro linesorabile fluire del Tempo e della storia, in attesa di una nuova rinascita, "quando rifiorirà lAlbero ora secco".
"Ero nella metropolitana di Londra, quando dei balordi presero ad infastidire una ragazza, ero poco più che adolescente che cosa avrei potuto fare? Praticamente nulla, ma la mia situazione non era molto diversa da quelle in cui Frodo Baggins si era trovato decine di volte, riuscendo sempre a superare la paura. Mi feci avanti, me le diedero di santa ragione ma il mio intervento richiamò lattenzione della polizia che arrestò i farabutti questa è la mia eredità tolkieniana". Queste parole sono di David Gemmell, e ben sintetizzano il senso di quello che fino ad ora abbiamo cercato di esemplificare sul valore della scrittura e sullesperienza narrativa, su cui lo stesso Gemmell fa unarguta riflessione, scrittore è colui che cerca ed esegue una performance di tipo letterario, come hanno fatto e fanno molti autori fantasy, al contrario è narratore, tradizionalmente diremmo Bardo o Aedo, colui che si lascia attraversare da un racconto, o meglio dal Racconto e dai suoi archetipi.
Gemmell è arrivato al mestiere di narratore dopo una vita molto particolare e travagliata: orfano di padre, espulso a sedici anni da scuola per aver organizzato il racket del gioco dazzardo, ha fatto svariati lavori: operaio, buttafuori, giornalista, prima di diventare un affermato protagonista del panorama fantasy contemporaneo. E proprio gli esordi della sua carriera danno il senso della sua "originalità" ed "originarietà", infatti il suo primo romanzo, che adombra i temi che lo accompagneranno in tutte le sue opere successive, narra lassedio di una fortezza isolata assediata da unorda di barbari e fu scritto quando gli venne diagnosticato un tumore: la morte è stata la sua più autentica fonte di ispirazione e la narrazione la sua carne. Vale così lantico detto della Tradizione: "vivi come se dovessi morire oggi e pensa come se non dovessi morire mai", proprio la certezza del limite assoluto dà il senso della lucidità e della profondità estrema.
Questo forse lo rende così particolare e diverso da quanti fanno letteratura non-realistica solo per intrattenimento, Gemmell invece si pone pienamente nel solco della Tradizione cercando di interrogarsi sul senso delleroismo, sulla "cerca", e su temi ancora più profondi, come la Caduta e la Redenzione. Personaggi "Umani troppo Umani" diventano coloro che in ultima istanza sono capaci degli slanci più alti e dei gesti di coraggio più puro. Quando gli è stato detto perché si occupa di letteratura fantastica ha risposto che ciò che più lo affascina è la possibilità di infrangere le ferree leggi della storia ed immaginare degli scenari possibili, sempre partendo dal presupposto, oseremmo dire quasi evoliano, che la storia con la S maiuscola non esiste e che sono gli uomini con il loro coraggio o la loro paura a scandire il fluire del Tempo.
Da qui lesaltazione del cameratismo, della Fratellanza dArmi, la suggestione dellunione di pochi uomini, mannerbund o manipoli, in grado di cambiare il corso degli Avvenimenti, segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta: le Termopili, le Ardenne e nel suo universo parallelo la fortezza di Dross Delnoch, la cui epopea è narrata nelle Spade dei Drenai (fantacollana Nord). Quindi contro il fatalismo della storia, la speranza nellUomo. Altro tema importante sviscerato nellEco del Grande Canto (Fanucci) è uno delle tematiche più care agli autori della "Rivoluzione Conservatrice": lo scontro tra una stanca e degenerata civiltà, giunta al culmine della sua Zivilizationen e le giovani ed esplosive energie dei barbari nel pieno della loro Kultur.
I Nadir della steppa, nemico per antonomasia e nemesi dei Drenai, metafora del tardo impero Romano, gridano entusiasti nel campo di battaglia: "Noi Nadir nati giovani, armati dAscia", ma dopo lo scontro ecco ancora la necessità di articolare un comportamento nei confronti dei nuovi venuti. Dunque Roma, che li accetta al di qua del limes o Bisanzio che si chiude dietro il rigido confine che si difende in modo aggressivo e dinamico? Comunque sia la necessità di una qualsiasi Civiltà, se è tale e quindi portatrice di Idee e Valori, di morire sempre e comunque in piedi. (fig. 20)

Fig. 20 Acronimo di J.R.R. Tolkien