Tolkien e l’Alchimia
di Paolo Paron

Quanto può sentirsi fuori dal mondo un uomo che ami le epiche gesta, le visioni cavalleresche, la cerca e la profondità di un'esistenza lontana dall'appiattimento moderno? Quanto la narrazione fantastica, che non è altro se non l'attualizzazione del mito e del racconto ancestrale, può aiutare l'uomo moderno a trovare una dimensione esistenziale che lo porti a contatto con la profondità di se stesso e non solo con l'ordinaria superficialità dell'esistenza? Questi sono quesiti che noi a posteriori ci poniamo stringendo fra le mani "Il Signore degli Anelli", ma che sicuramente non turbavano John Ronald Reuel Tolkien (fig. 1) mentre lavorava alle sue opere, perché lui viveva a cavallo di questi mondi, da ciò traeva forza ed ispirazione. Era un uomo antico nell'animo.

Fig. 1 John Ronald Reuel Tolkien

Nacque in Sudafrica nel 1892 perché suo padre vi si era trasferito per lavoro; pochi mesi dopo la nascita di John la madre tornò in Inghilterra, insieme ai suoi figlioli, ma il padre non riuscì mai a raggiungerli, perché fu poco dopo stroncato dalla malattia. Gli anni dell'infanzia furono difficili per Tolkien, allevato nella fede cattolica, in un paese protestante, rimase poi orfano anche della madre e fu allevato da Padre Francis. Furono anni di collegi e tristezza, ma già in lui germinava l'amore per le fiabe e le narrazioni. Un’interpretazione sociologica (oggi così di moda) potrebbe tranquillamente leggere l'amore di Tolkien per miti e leggende come fuga dalla sua solitudine e dalla tristezza, ci sembra molto più semplice pensare che l'innato amore per l'arcano e solare mondo di quella che poi diventerà la "Terra di Mezzo" semplicemente abbia preservato lo scrittore dall'abbattimento e dalla malinconia, giungendo poi fino agli apici stupendi della sua poesia. Ritroviamo il giovane Tolkien, nei pantani delle trincee della Prima Guerra Mondiale, mentre scrive all'amata Edith (la sua donna di tutta una vita) di dedicare ogni attimo libero all'arricchimento del linguaggio delle fate da lui creato, e che tutto questo gli risulta particolarmente incredibile nella realtà atroce in cui si trova. Tornò dal fronte, si laureò e cominciò ad insegnare fino a diventare il professore noto e riverito dell'ultima parte della sua vita. Si spense nel 1973, due anni dopo la sua adorata Luthien, lui che vi si fece seppellire vicino, vicino, quasi a toccarla e chiese che fosse scritto Beren sulla lapide. Il coronamento di un amore al di là della vita. La sua opera offre varie chiavi d'interpretazione e lo scopo principale della Società Tolkieniana consiste proprio nel cercare i rimandi tradizionali e le fonti che hanno ispirato Tolkien, perché abbiamo certezza che nulla sia stato inventato, ma che straordinaria sia stata l'ispirazione ed avvincente la costruzione della narrazione. Non abbiamo il tempo materiale per analizzare minutamente i racconti del professore, ma sicuramente possiamo soffermarci su un aspetto ed evidenziarne i richiami tradizionali. Ben poco si può aggiungere al senso della "cerca", e fiumi di parole sono stati già scritti su questo argomento, ma l'intuizione dell'autore è stata veramente grande quando ha creato la cerca al contrario: l'obiettivo consiste non nel cercare un oggetto, ma nel distruggerlo. Da questo primo e fondamentale obiettivo nasce poi tutta una splendida e coinvolgente narrazione che porta il lettore a non riuscire a staccarsi dal libro sino alla sua conclusione. Potremmo fermarci a parlare delle splendide creature che popolano la Terra di Mezzo, oppure degli esseri terrificanti ed orrorifici che turbano l'esistenza dei suoi abitanti, ma intendiamo per ora soffermarci soprattutto sulle splendide pagine alchemiche che si trovano nel Signore degli Anelli. Il tutto comincia nelle caverne di Moria quando la Compagnia si trova costretta a rinunciare all'attraversamento montano del Caradhras e deve cercare di superare la catena montuosa passando dalle viscere della terra, scavate ed intarsiate dai nani di Durin.

Giungono fino al ponte sull'abisso e lì incontrano il Balrog. Solo Gandalf (fig. 2) è in grado di affrontarlo e si qualifica come il Custode del Fuoco Segreto, mentre si oppone al servo del fuoco distruttore (il Surdr della mitologia germanica). I due lottano strenuamente e precipitano avvinti nell'abisso di Moria.

Fig. 2 Gandalf "il Grigio"

Dobbiamo premettere che Gandalf è ancora il Grigio, a simboleggiare la grande potenzialità espressa dal sapiente, ma non è ancora giunto alle alte vette della realizzazione. Maia (dio di rango inferiore di nascita) viene invitato dagli Dei a raggiungere la Terra di Mezzo, insieme ad altri quattro Istari, ed a lottare contro l'Oscuro Signore. Già all'attracco della sua nave viene riconosciuto dal Custode dei Porti Grigi come essere di grande spiritualità e riceve in dono l'anello di fuoco, dormiente nelle estreme propaggini delle terre occidentali. Per oltre mille anni Gandalf vaga, apprende, intesse trame di sapienza e conoscenza, fino a giungere alla fine della Terza Era ed a partecipare alla grande cerca dell'anello. Questo è il personaggio che precipita nel cuore del mondo e lotta a lungo col suo nemico nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Gandalf dice:

"Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. Non erano state scavate dal popolo di Durin, Gimli figlio di Glòin. Giù, molto più giù dei più profondi scavi dei Nani, esseri senza nome rodono la terra. Persino Sauron non li conosce. Essi sono più vecchi di lui. Adesso io ho camminato in quei luoghi, ma non narrerò nulla che possa oscurare la luce del sole".

Siamo all'opera al nero, l'oscurità più assoluta impedisce all'uomo di cogliere il fascino profondo dell'esistenza, di percepirne la bellezza, un oscuro tarlo ne rode la gioia, ma questa è un'operazione di grande efficacia. L'uomo si rattrappisce, come un otre chiude ogni apertura e lentamente distilla il suo argento. Non ci sono appigli. Solo la determinazione e la volontà possono condurlo oltre la prova. La solitudine amata ed odiata è un grande alleato, ma anche un terribile nemico. E' un camminare sul filo della spada, spossante, terribile, ma di una bellezza assoluta. Lentamente il ricercatore riemerge dalle brume oscure e si appiglia di nuovo alla vita, all'amore, alla gioia. E, come narra Gandalf:

"Disperato com'ero, il mio nemico era l'unica speranza che avessi, e lo inseguii afferrandogli le caviglie. Così mi condusse dopo molto tempo nei segreti passaggi di Khazad-dum, che conosceva molto bene. Poi continuammo a salire, sempre più in alto e giungemmo all'Interminabile Scala. S'inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta, una spirale ininterrotta di molte migliaia di gradini che ascende sino alla Torre di Durin, scavata nella viva roccia del Zirakzikil, la punta estrema di Dentargento".

Il ricercatore ora potrebbe staccarsi dal suo nemico, ma ciò è impossibile perché questi è comunque parte indissolubile di se stesso. Entrambi ed uno solo, ora si scontrano perché le essenze lentamente al contatto con l'aria si separano e la spiritualità tende a librarsi. L'opera al bianco si va realizzando, il vaso ormai è rotto.

"Ivi, in cima al Celebdil, vi era una solitaria finestra nella neve, e al di là di essa, uno stretto spazio, che pareva un vertiginoso nido d'uccello rapace, sovrastante le nebbie del mondo. Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi. Lui con un balzo fu all'aperto e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme. Nessuno ci vide, altrimenti, nei secoli a venire, forse si canterebbero canzoni sulla Lotta del Picco. Scaraventai giù il mio nemico e lui precipitando dall'alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde".

E' interessante sottolineare come il Balrog non possa sicuramente essere ucciso da una caduta, così come non muore precipitando in Moria ed allora cosa accade veramente se non una totale e schiacciante vittoria interiore che, unica, può stroncare l'oscuro essere? Gandalf ormai è assurto alle assolute vette della realizzazione. Il fuoco dell'opera al rosso avvampa e distrugge il nemico.

"Allora fui avvolto dall'oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai per sentieri che non menzionerò".

Questo è il secondo momento che Gandalf non descrive, così come non narra delle atroci oscurità, allo stesso modo non racconta delle assolute altezze da lui toccate. Non esiste la descrizione di momenti del genere solo l'esperienza conta, altro non è possibile. Stupenda è poi la conclusione:

"E giacqui nudo in cima alla montagna. Ero solo, dimenticato, senza speranza di salvezza, sul duro corno del mondo. Ivi, supino, guardavo sopra di me le stelle compiere il loro ciclo e ogni giorno era lungo come una vita terrena. Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti, mi prese con sé e mi portò via".

Fin troppo facile a questo punto sottolineare il simbolismo dell'aquila, come messaggero dello spirito e quel "mi portò via" così denso di significati.
Gandalf il Bianco, l'essere liberato, colui che aveva raggiunto la sua meta interiore ora torna alla battaglia e ritorna nel mondo. (fig. 3)

Fig. 3 Mappa della Terra di Mezzo