Tolkien, la mitologia e la tradizione
di Marcello Meli
Avevo per questa giornata tolkieniana progettato un discorso sui rapporti fra lopera di Tolkien e la mitologia scandinava; tuttavia glinterventi introduttori che mi hanno preceduto e la natura delluditorio mi hanno convinto a mutare e ampliare, per così dire, la prospettiva per dare sfogo ad alcuni pensieri non altrimenti, se non in questa occasione, formulabili. Ringrazio perciò gli organizzatori di questa giornata tolkieniana dellopportunità che mi concedono. Ho mantenuto anche nella relazione scritta il tono colloquiale della mia chiacchierata, confidando tuttavia di avervi aggiunto chiarezza. Mi scuso se non ho aggiunto le note e i riferimenti necessari in ogni discorso scientifico o, meglio, accademico; ma suppongo che i lettori di questi Atti non siano accademici o, almeno, non lo siano nel senso più deleterio. Mi scuso anche se molto ho dato per scontato, specialmente agli occhi e alle orecchie degli studenti presenti in quellaula de La Sapienza, e se questo è rimasto nella versione scritta della mia comunicazione; sono tuttavia congenitamente refrattario a una "didattica" (termine orribile oggi purtroppo in auge) che fa del discente un ignorante e un imbecille, esaltando una medietà fondata sulla mediocrità e che alla singolarità e individualità delle esperienze antepone lappiattimento delle coscienze.
Due libri hanno senzaltro segnato gli ultimi decenni per quanti si appassionano al Medioevo, pur non essendo libri di storia culturale o letteraria. Sono, in effetti, due romanzi, con qualche tratto in comune e ragguardevoli diversità. Il primo è Il nome della rosa di Umberto Eco, laltro Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Il primo tratto in comune di queste opere è costituito dal fatto che sono entrambe opere di professori universitari, il secondo che hanno per argomento il Medioevo, il terzo che sono romanzi, ma non (nemmeno il primo, strettamente parlando) romanzi storici. Qui le analogie finiscono. Per chi guardi, poi, con occhio filologico alle due opere apparirà evidente e fondamentale una diversità congenita: mentre, infatti, Il nome della rosa appare costruito, con estrema intelligenza occorre dire, a partire da fonti rintracciabili con estrema facilità, Il Signore degli Anelli si mostra sostanzialmente refrattario alla individuazioni di fonti certe e univoche. Il nome della rosa appare perciò collocato in un tempo e in uno spazio a noi familiare, mentre Il Signore degli Anelli si proietta in un Medioevo fantastico, frutto certamente di unimpostazione narrativa di base, ma anche di unelaborazione intuitiva del tutto originale del materiale preesistente, sul quale si sviluppa la narrazione. Si deve a questultimo fattore se possiamo parlare di una "mitologia" in Tolkien; le intenzioni del professore inglese erano dichiaratamente quelle, vale a dire di "costruire" una mitologia inglese, ma non sempre le intenzioni corrispondono al prodotto, ed è la percezione del lettore che, alla fin fine, conta.
In presenza, dunque, di fonti sostanzialmente rielaborate si deve parlare di una "mitologia" in Tolkien e non in Umberto Eco. Questo fatto rende diverso il Medioevo di Tolkien da quello di Eco. Non è il caso di procedere nel confronto fra questi due romanzi, ma apparirà chiaramente perché lopera di Tolkien sia stata considerata di "destra" e quella di Eco di "sinistra". Nella prima centra una particolare concezione degli accadimenti, che non ha nulla a che fare con la storia che conosciamo; nella seconda, il Medioevo è Medioevo, per quanto finemente e intellettualmente rielaborato.
La domanda è ora: che tipo di mitologia è quella di Tolkien? La parola mito si presta a molti usi, ma cè un significato fondamentale che merita, a parer mio, di essere enucleato. La parola mito è un prestito dal greco. In greco antico mythos significa "racconto", ma non un racconto qualsiasi. Se esaminiamo luso che Omero fa della parola in questione, è possibile individuare una vasta gamma di significati: "parola", "discorso", "comando", "richiesta", "giudizio". Tutti questi significati riposano sul fatto che primariamente mythos indicava il discorso tenuto allassemblea; un discorso dunque interlocutorio, una "richiesta" alla collettività dei presenti e un "giudizio" sui fatti, in maniera da poter prendere una decisione, ma anche, una volta che si sia deliberato, un "decreto" e un "comando" da mandare a effetto. La parola mythos ha però una dimensione che si coglie principalmente in una cultura orale, in una cultura in cui lespressione dei testi qualificanti avveniva non attraverso la scrittura, ma attraverso la parola detta e memorizzata. Si comprende, allora, perché mythos abbia assunto il significato di "racconto": mythos era qualsiasi tipo di comunicazione orale degna di essere memorizzata e trasmessa. Con lavvento della scrittura come mezzo di comunicazione privilegiato mythos è divenuto il racconto e, più precisamente, il racconto delle cose un tempo tramandate oralmente.
Tolkien, che vive e opera in una cultura che utilizza primariamente la scrittura, "imita", per così dire, la narrazione mitologica, dislocando gli avvenimenti in un tempo tanto remoto da non tollerare definizioni storiche e in uno spazio in cui le determinazioni geografiche si allontanano irrimediabilmente dalla cartografia attuale. Ma la mitologia di Tolkien è tanto più autentica quanto più si allontana dalle mitologie entrate nella storia culturale e letteraria, dal momento che non sispira direttamente alla mitologia greca, o celtica, o scandinava.
Le connessioni con la mitologia scandinava, che Tolkien conosceva certamente assai bene e da fonti di prima mano, come capita a chiunque si occupi professionalmente di Medioevo anglosassone, sono scarse e irrilevanti. Mancano le figure propriamente divine, dal momento che nani ed elfi sono entità di secondo piano nella tradizione scandinava, la quale esalta invece Asi, Vani e Giganti; manca anche una concezione delleroe "germanico", con il conflitto fra dovere e consapevolezza della morte, che sbocca in una drammaticità ineludibile. Leroe "germanico" non è Beowulf, creatura sovrumana e per natura assai simile ai mostri che combatte, e nemmeno Sigfrido, che si rivela un parvenu di origini incerte il quale aspira invano a una collocazione sociale aristocratica; i tratti eroici si colgono invece nei grandi sovrani della protostoria, dal punto di vista della tradizione dei popoli germanici: Ermanarico, Teoderico di Verona, Gunther (Gunnarr) fra i Burgundi. Analoghi tratti sono individuabili in personaggi della tradizione scandinava: Helgi, Hjálmarr, Gunnarr di Hlíðarendi. Si noti come leroe non sia necessariamente "buono"; può avere caratteristiche "sinistre", come Ermanarico e Attila, ma non negative: la valutazione morale (secondo i nostri parametri) non ha alcuna influenza nella definizione degli Eroi. I due personaggi de Il Signore degli Anelli che più si avvicinano alla concezione "germanica" delleroe sono i fratelli Boromir e Faramir (fig. 4), i quali portano peraltro due esemplari nomi germanici, con qualche venatura longobarda.
Quanto colpisce nelleroe "germanico" è la sostanziale inutilità del suo operare a livello cosmico: Hjálmarr va a morire sapendo che questo è il suo destino, ma non si chiede perché debba accadere, né glinteressa. Abbiamo a che fare con unetica assai simile, per certi aspetti, a quella dei Samurai. Sarebbe assai interessante seguitare a sviscerare questi aspetti, ma il discorso ci porterebbe lontano dal nostro seminato.
Ma nemmeno la concezione che Tolkien ha del ciclo (o dei cicli cosmici) ha a che fare, a parer mio, con la concezione scandinava, nella quale non cè una lotta fra il bene e il male, ma una disputa giuridica fra Asi (e Vani) e Giganti, che si risolve con un duello finale (questo è il significato di ragnarök). Al ciclo che si chiude ne seguirà un altro, con divinità in parte diverse, poiché talune fra le originarie periranno nel corso della battaglia finale.
Credo che quanto ho sostenuto per la mitologia scandinava valga anche per la mitologia celtica e, forse, a maggior ragione, poiché sotto il nome di Celti si considerano entità etniche assai diversificate, a seconda del periodo storico o della collocazione geografica che vien presa in esame. Si torna dunque alla domanda che abbiamo formulato poco sopra: quale mitologia in Tolkien?
Credo che si possano individuare alcuni parametri di fondo. Tolkien concepisce nel ciclo cosmico una progressiva decadenza, da unoriginaria situazione, ideale se non perfetta, di equilibrio, in cui gli elementi di crisi e frattura sono ridotti al minimo. Progressivamente il disordine prevale sullordine, la disarmonia sullarmonia. Ma gli elementi di frattura e crisi sono innati nellordine primievo. E per forza dinerzia che essi accrescono il loro peso. Inoltre a questi due elementi, ordine e disordine, si attribuisce un chiaro valore morale: lordine è il bene, il disordine il male. Questa coloritura si rivela immediatamente al lettore, che è portato istintivamente

Fig. 4 Il sacrificio di Boromir. Fratelli Gentile 1980
a valutare in questa prospettiva la lotta fra la luce, sia pure nelle varie gradazioni, e la tenebra che accompagna lOscuro Signore.
Stupisce, peraltro, in questo quadro limpossibilità dindividuare la presenza di una divinità suprema; vorrei andare oltre: se proprio vogliamo rintracciare una divinità suprema, che domina e regola tutto, limitatamente alla sua sfera, è proprio lOscuro Signore. Se osserviamo il partito del bene, niente è paragonabile al potere assoluto dellOscuro Signore: Tom Bombadil si pone al di fuori di ogni rapporto di potere, gli Elfi non gli sono subordinati, né sono subordinati ad alcuno; e così è, a conti fatti, degli Uomini e degli Hobbit. Lunico che si avvia a instaurare un potere gerarchico e assoluto, è invece Saruman, il quale non a caso, si presenta come una controfigura, alla fine con caratteristiche caricaturali, dellOscuro Signore.
Lultimo elemento che vorrei ricordare è lAnello. Si tratta di un simbolo pregnante, che mette a disagio linterprete. Da un lato compare come depositario di una potenza neutrale e indipendente dai suoi possessori; dallaltro ne condiziona lagire in senso ambiguo. E soltanto col trascorrere del tempo che si mostra pericoloso. NellAnello è forse ravvisabile condensato in un oggetto quanto agisce nel ciclo e che si manifesta in un progressivo e impercettibile, se osservato in tempi brevi, decadimento.
Ho, naturalmente, estratto qui soltanto alcuni aspetti che a me paiono guidare lopera intellettuale di Tolkien e che sovente rimangono sommersi nel rigoglio del racconto e dei personaggi che lanimano. Qualcuno dirà che vi ho voluto vedere quel che mi fa comodo; limportante è, tuttavia, che non sia stato vittima di miraggi.
Se dobbiamo avvicinare, allora, la mitologia di Tolkien a una mitologia qualunque, fra le tante tramandate, credo che il paragone più adeguato sia quello di una "mitologia" gnostica. Più correttamente dovrei però dire che nella mitologia di Tolkien si avvertono elementi gnostici, i quali rinviano non a una scuola particolare della Gnosi, ma piuttosto alla temperie spirituale che permea queste visioni titaniche del destino del mondo e delluomo che hanno condizionato i primi secoli successivi alla nascita di Cristo. Così, lOscuro Signore è il dio creatore, il dio dellAntico Testamento, che viene considerato negativamente da molte scuole gnostiche; così, la progressiva decadenza nel ciclo è accompagnata, se non provocata, da una decadenza che si riverbera sia nella materia che nello spirito; così, il riscatto dellUmanità non è attribuito agli Uomini o a qualche creatura dello stesso rango, ma un essere che compare dimprovviso sulla scena, sebbene la sua azione fosse programmata dal principio, il Cristo. Qui la funzione del Cristo è suffragata dagli Hobbit, esseri sulla cui umanità si è insistito parecchio. Si dovrebbe tuttavia osservare che essi, sono segnati da una contraddizione evidente: sono deboli e forti; e proprio nella loro debolezza sta la loro forza.
Non proseguo in questo confronto perché non è confronto che possa fondarsi su unoperazione cosciente di Tolkien, ma piuttosto su concezioni tradizionali che trovano vita nuova nella stesura, scrittura e riscrittura del romanzo.
Se si è seguito il filo del nostro ragionamento, si sarà visto quanto, da un certo punto di vista, si riveli inutile tentare unanalisi filologica o critico-letteraria dellopera di Tolkien. Non che sia impossibile; semplicemente, una simile analisi corre il rischio di non cogliere lessenziale. Siamo però giunti a una conclusione che credo risolutiva: Tolkien fonda apparentemente una mitologia, ma dietro cè qualcosaltro di più profondo e fondamentale. Se dallopera di Tolkien esce una concezione gnostica della realtà e se questa è, per così dire, incosciente, o meglio affiorante intuitivamente alla coscienza, è allora necessario far riferimento alla Tradizione, a una conoscenza tradizionale.
Vorrei che non apparisse supponente da parte mia tentare di definire in poche parole e in pochi minuti il concetto di Tradizione. Dirò soltanto che essa può concepirsi in due modi. Il primo si basa sul recupero di una letteratura "sommersa" oggi, ma un tempo, più precisamente fra Ottocento e Novecento, evidente. Cito qui un solo esempio, vale a dire lopera di Rudolf Steiner, che ha influenzato poeti come Arturo Onofri in Italia, e altri artisti e pensatori al di fuori del nostro paese. Quella che oggi pare una paccottiglia priva di senso ha effettivamente guidato lopera e la vita di numerose persone. In questa prospettiva ciascuno di noi può agganciarsi, per così dire, a un Maestro e ripercorrerne, attraverso gli scritti, le tappe di un progresso o processo intellettuale e spirituale. Ma, in questo caso, lesperienza della Tradizione viene rintracciata attraverso libri e saggi oppure, raramente, attraverso comunicazioni orali di chi abbia conosciuto questo o quel Maestro e sia in grado di riferirne le parole. Questo capita anche con Tolkien.
Laltro modo cui accennavo è più sottile e immediato, anche se intellettualmente più arrischiato. Si tratta, infatti, di penetrare in quellesperienza intuitiva e vitale che, a partire dai dati della nostra esperienza materiale, conduce a una nuova esperienza. Questo processo deve aver coinvolto Tolkien che non è dunque un mitologo né, tanto meno, un filologo, ma uno scrittore tradizionale. In Tolkien la Tradizione assume una forma riconoscibile e riconducibile nellesperienza di ciascuno.
Mi avvio alla conclusione e permettetemi di riassumere il filo del mio ragionamento. Dalla impossibilità di rintracciare per via filologica fonti certe in Tolkien ho cercato di mostrare come nemmeno sia possibile considerare lopera di Tolkien una mitologia in senso stretto. Ho tuttavia notato unimpronta gnostica nelle concezioni che Il signore degli anelli comunica e rappresenta. Questa impronta è, a parer mio, determinata da una connessione col pensiero tradizionale che affiora in numerosi scrittori e autori vissuti a cavallo fra lOttocento e il Novecento. Tolkien è un autore, dunque, fortemente "tradizionale". Non stupisce affatto allora la sua collocazione a "destra". Resta ancora da definire un aspetto nientaffatto secondario: in quale modo Tolkien si collega alla Tradizione? Si potrebbe, io credo, tentare unanalisi alchemica dellopera di Tolkien, oppure unanalisi astrologica; si potrebbero trovare riferimenti teosofici o antroposofici. Ma oggi queste operazioni avrebbero, almeno al mio naso, uno sgradevole odore di New Age. Non che lAlchimia, lAstrologia (come la concepiva Tolomeo nel Tetrabiblos), la Teosofia o lAntroposofia siano cose poco serie, ma temo lapprossimazione con cui una lettura di Tolkien attraverso queste griglie potrebbe essere condotta.
Credo, invece, che Tolkien imponga unesperienza diretta della Tradizione, immediata e vitale, la quale non ammetta più proiezioni dordine ideologico. Tolkien non offre un modello intellettuale, spirituale o sociale da attuare; né, a conti fatti, delinea una qualche pratica ascetica che conduca a quella che con una terminologia non più in uso si chiamava "iniziazione". Tolkien impone, attraverso la lettura meditata della sua opera, di attingere direttamente alla fonte della Tradizione. Qui finisco, confidando desser stato, se non capito, compreso. (fig. 5)

Fig 5 Palantir al tramonto. Alberto Vigolo 2000