Tolkien, "Il Signore degli Anelli"
e la critica italiana
di Gianfranco de Turris
Il caso ormai trentennale di J.R.R. Tolkien costituisce unottima opportunità per verificare in corpore vili, cioè su di uno scrittore e la sua opera, vizi e virtù, idiosincrasie e propensioni della critica italiana cosiddetta "militante" e dei critici cosiddetti "di professione". Sono anni, infatti, che si chiede perché dal dopoguerra almeno sino al 1990 la cultura del nostro paese sia andata a senso unico, abbia privilegiato certi autori e dimenticato (se non ostracizzato) altri, si sia comportata alla fin fine in un modo del tutto "provinciale", riscoprendo e valorizzando con grande ritardo scrittori e filosofi la cui importanza è universalmente riconosciuta. Il caso costituito da Tolkien è una buona cartina di tornasole per capirne i motivi.
La premessa è che la nostra cultura ha, dal 1945, adottato una "pregiudiziale ideologica", in base alla quale tutto quanto non poteva essere classificato genericamente "di sinistra" o "progressista" doveva venire ignorato, bandito, passato sotto silenzio, se non addirittura calunniato e accusato di ogni assurdità. Di questo errore fondamentale oggi, in genere, ma non sempre, ci si è resi conto, si sono recitati i mea culpa, si sono ammessi gli sbagli commessi. Ovvero, si sono recuperati i nomi importanti un tempo ostracizzati e posti sotto processo, senza però che i responsabili di tali comportamenti (critici e giornalisti, ma soprattutto direttori editoriali e consiglieri delle varie case editrici) abbiano fatto alcuna ammenda, fidando sulla scarsa memoria collettiva e sullomertà dei loro sodali.
Uno di questi nomi è Tolkien con la sua opera principale Il Signore degli Anelli. Perché nei suoi confronti la cultura italiana dei giornali e delle riviste si comportò in un modo così negativo e così assurdo? Perché venne denigrato, calunniato, posto negli inferi letterari nonostante il suo grande successo prima internazionale e poi italiano di vendite? Il motivo è essenzialmente "ideologico" e deve essere riportato al clima politico di quegli anni. Le cause sono diverse e concomitanti:

Fig. 11 Copertina delledizione italiana della Rusconi
Si deve dire, a scanso di equivoci e per ravvivare il ricordo degli immemori o di coloro che per letà quei tempi non li hanno vissuti, che fu la cultura egemonizzata e influenzata dalla Sinistra a condannare da subito lopera di Tolkien in recensioni sui quotidiani, i settimanali e le riviste letterarie. Soltanto in seguito giunsero i riscontri positivi dalle poche riviste e dai pochi giornali su cui scrivevano firme classificabili "a destra". Insomma, checché se ne racconti ancor oggi, inizialmente non vi fu alcuna appropriazione e strumentalizzazione da parte della Destra, ma un rifiuto immediato da parte della Sinistra. Che non lo capiva e non aveva intenzione di capirlo. Dato che il metro di giudizio utilizzato non era quello letterario-estetico, ma purtroppo soltanto quello ideologico-politico: poiché Tolkien, cattolico tradizionalista e autore di unopera "fantastica" e "medievaleggiante" non rientrava negli schemi mentali preconfezionati della Sinistra, ma aveva tutti i crismi del "nemico", venne posto al bando. Una aberrazione, ma fu proprio così e chi non ci crede vada a sfogliare le annate delle testate dellepoca che più contavano.
E questo nonostante che avesse avuto un enorme successo di vendite al punto che in cinque mesi (ottobre 1970-febbraio 1971) se ne fecero tre ristampe: il mondo giovanile della "contestazione studentesca", di qualunque tendenza politica esso fosse, lo aveva accolto come una specie di Bibbia. Una nuova edizione in tre volumi a minor prezzo apparve nel 1974 ed ebbe otto ristampe. Nel 1977 uscì una edizione di nuovo in un solo volume ma in brossura: da allora si è succeduta almeno una nuova ristampa allanno.
È chiaro che il suo pubblico era estremamente variegato, ma che de Il signore degli Anelli se ne accorgessero lettori e critici che avevano una preparazione culturale "di destra" e soprattutto "di destra tradizionale" sembra una tale ovvietà da non doversi meravigliare di ciò: può farlo solo chi si culla nellidea che la destra sia per definizione incolta, o che essa viva soltanto per "appropriarsi" di qualcosa che in realtà non le appartiene al fine di nobilitare i suoi oscuri natali. E non cè da meravigliarsene per molti e validi motivi:
Il terreno era quindi più che appropriato perché su di esso venisse creato un culto ed un mito di Tolkien, anche al di là del valore dellopera letteraria in sé, che pur era notevole. Cosa che, sul piano dei contenuti, poteva avvenire con maggiore difficoltà a Sinistra. Certo ed è un punto di viste che ho ripetuto innumerevoli volte Il Signore degli Anelli poteva appassionare, oltre laspetto avventuroso e letterario, per certe idee che allora fermentavano in una certa Sinistra, nei primi ecologisti ed ambientalisti e nella nascente Comunione e Liberazione (anticapitalismo, antimacchinismo, ritorno alla Natura, solidarismo ecc.), ma lafflato mitico, latmosfera da antica saga, il valore del cameratismo e dellamicizia, una spiritualità diffusa non precisamente identificata nel cattolicesimo devozionale, il senso profondissimo del dovere da compiere, leroe inteso per quel che fa e non per quello che è esteriormente, la lotta contro un Male oscuro identificato nel materialismo e nellindustrialismo negatore di ogni valore che non fosse quello economico, la simbologia regale, il riferimento a temi tradizionali come la spada spezzata e i re guaritori, e cosi via, tutto questo complesso di idee e suggestioni poteva essere capito, apprezzato e valorizzato e fatto proprio soltanto da un pubblico che si era già "formato" su letture di autori di Destra, ma soprattutto quelli "tradizionali" come Guénon ed Evola, ad esempio. Critici di sinistra che sui giornali si allarmavano per il fatto che leroe de Il Signore degli Anelli, dopo aver portato a termine la sua missione, tornava a casa e vi "ripristinava lOrdine", come potevano pretendere che i giovani di sinistra che leggevano le loro messe in guardia, ma apprezzavano il romanzo potessero esserne soddisfatti e compiaciuti? O, anche, come potevano pretendere che di un libro simile non se ne occupasse, e a fondo, la cosiddetta "cultura di Destra"? E infatti, molto tempo dopo si sono conosciute le testimonianze di molti ex giovani della sinistra sessantottina divenuti alquanto noti che hanno ammesso di aver "letto di nascosto" il romanzo di Tolkien e allepoca, a causa di quel clima intimidatorio, di non averlo fatto sapere ai loro compagni o ai collettivi cui appartenevano per paura di essere accusati di essere dei "fascisti" o di dover subire un "processo popolare" nelle università!
Il fatto è che la Sinistra cominciò ad allarmarsi fortemente nel momento in cui si accorse del danno che aveva provocato con una simile ostracizzazione aprioristica, cioè quando nel 1977, 1978 e 1980 si svolsero i Campi Hobbit, quando prima il settimanale Candido e poi il quindicinale Linea (1979-1981) iniziarono ad occuparsi con regolarità della letteratura fantasy, e quando due riviste culturali come Diorama Letterario e Dimensione Cosmica dedicarono loro numeri monografici a Tolkien. Tutte iniziative di Destra. La reazione della Sinistra, a livello colto e popolare, non mutò di molto. Su Alfabeta del giugno 1979 Guido Fink tentava di dimostrare come Tolkien fosse ambiguo nei confronti di Bene e Male; in un convegno del 1982 a Cuneo dedicato alla "cultura reazionaria degli anni Ottanta" organizzato dal locale Istituto Storico della Resistenza, Alessandro Portelli ammetteva il ritardo della Sinistra sul piano interpretativo di Tolkien, si lamentava che il sottoscritto esponendo le proprie idee su Linus inquinasse le giovani menti progressiste, e proponeva una interpretazione metaforica (in contrapposizione alla interpretazione simbolica della Destra) de Il Signore degli Anelli per metterlo alla (bassa) portata della Sinistra; mentre Vanni Ronsisvalle, ricordando alla radio il decimo anniversario della morte di Tolkien il 6 febbraio 1983 non era capace daltro che condannare "la violenza del superuomo" (inesistente in Tolkien) e definiva lo scrittore inglese di volta in volta: "conservatore", "reazionario" e "fascista". Insomma nessun passo avanti, anzi molti pervicaci passi indietro.
Dalla metà degli anni Ottanta la Sinistra ha cercato di capire, o almeno di spiegarsi, tutta una serie di autori che secondo antiche "tavole di prescrizione", elaborate soprattutto da Lukàcs, venivano definiti "irrazionali" e, in quanto tali, "fascisti"; comunque ha cercato di collocarli al loro giusto posto nella storia della cultura leggendoli senza farsi troppo condizionare dalla propria ideologia, spesso correndo il rischio di una annessione un po ridicola: da Nietzsche a Marinetti, da Céline a dAnnunzio, da Mishima a Pound, da Eliade a Spengler, da Weininger a Jung, da Guénon a Jünger buon ultimo. Ma Tolkien (e qualche raro altro nome), no, non riesce proprio a capirlo: forse oggi non lo ostracizza più (in fondo sono trascorsi trentanni e certa ideologizzazione forzosa si è annacquata) e si limita ad ignorarlo, ma sta di fatto che non esistono nella pubblicistica culturale e nella critica "di sinistra" veri ed approfonditi studi, complessivi o settoriali. Effettivamente, si deve allora dire, la visione del mondo di Tolkien, calata nelle sue opere, è stratosfericamente lontana dai gusti, dagli interessi, dalla mentalità della cultura che ancor oggi si richiama alla ideologia di "sinistra".
Fa un po ridere, allora, se non suscita profonda indignazione, laccusa che ancora qualche esponente della subcultura (in altro modo non la si può definire) rivolge alla destra di voler "strumentalizzare" Tolkien. Casomai, si dovrebbe dire tutto il contrario, almeno nei confronti degli autori sopraelencati, e di cui la Sinistra ormai si occupa senza problemi psicologici.
Anche loccasione del ventesimo anniversario della scomparsa dello scrittore, nel 1993, è servito a regolare solo in parte i conti fra Tolkien e la critica letteraria e il giornalismo italiani. Allepoca vi fu un vero e proprio punto di vista unanime sulle qualità del padre de Il Signore degli Anelli: nessuno, a parte rarissime eccezioni che confermano la regola, parlò male di lui e della sua opera. Anzi, paradossalmente, venivano esaltate proprio quelle sue qualità che negli anni Settanta e Ottanta avevano attirato gli anatemi dei custodi dellortodossia progressista: mito, simbolo, fantasia, spiritualità, eroismo della gente comune, lotta fra Bene e Male, evasione dalla realtà, contrapposizione alla ideologia imperante, venivano al contrario considerati elementi o positivi o accettabilissimi, alla luce ormai del "superamento delle ideologie". addirittura il suo essere un cattolico conservatore, un anti-modernista, un anti-materialista, non erano affatto motivi di condanna, ma caratteristiche peculiari della sua identità di uomo, di scrittore e di docente.
Peccato, però, che non ci sia stato uno, dicasi uno, degli articolisti o degli intervenuti che abbia fatto ammenda della "caccia alle streghe" cui, ventanni prima, erano stati oggetto lui, il suo libro, il suo editore, i suoi curatori editoriali, i suoi lettori. Su questo indecente comportamento, il silenzio più assoluto: un atteggiamento tipico di chi crede di avere limpunità per diritto acquisito, il permesso di dire sempre tutto e il contrario di tutto senza doverne dare al minima spiegazione. Su un caso emblematico di come siano andate negativamente le cose nella cultura italiana per tanto tempo, la memoria ha ma guarda un po il caso fallito: quella memoria che resta sempre vigile e insonne su altre questioni, altri autori, altri libri per i quali è sempre bene conservarla proponendo sempiterni oblii, magari anche roghi postumi. Il "doppiopesismo" è una regola tipica di certi intellettuali che non si vergognano di applicarla, o non applicarla, a seconda dei casi e delle convenienze.
J.R.R. Tolkien, però, non ha assolutamente bisogno di nulla, né di assoluzioni, né di esaltazioni postume da parte dei suoi ex nemici. La sua opera parla da sé: con la sua storia, i suoi personaggi, con il suo senso intimo che parla, e parlerà, per miti e simboli ancora a lungo. Chi ha una formazione culturale per capirli, li ha capiti, li capisce e li capirà. Chi non ha questa formazione culturale, potrà forse apprezzarne laspetto esteriore, letterario e avventuroso, ma non di più, e magari, nella sua ignoranza di certe cose e nel suo condizionamento ideologico, continuerà a strillare di inesistenti strumentalizzazioni ed a stracciarsi le vesti per lindignazione. (fig. 12)

Fig. 12 Ai margini dellaccampamento. Diego Martinelli 2000