Tolkien e il Medioevo
di Adolfo Morganti

Tra i pochi aspetti della scrittura e della vita di John Ronald Reuel Tolkien che dopo l’oceanico successo dei suoi scritti in tutto il mondo non siano stati oggetto di una sistematica rivisitazione, sia in Italia che nel mondo anglosassone, uno in particolare ha colpito la nostra attenzione, proprio in quanto appare essenziale per comprendere in profondità gli intenti, le scelte narrative, la visione del mondo dell’autore de Lo Hobbit e Il Signore degli anelli: il suo rapporto col composito mondo della letteratura cavalleresca medievale europea.

A questo proposito non credo si possano citare come esempi contrari alcuni noti saggi, genericamente dedicati al rapporto tra l’opera tolkieniana e il polimorfo mondo delle mitologie antiche nordeuropee quali, ad esempio, The Mythology of Middle-Earth di Ruth S. Noel del 1977, inutilmente tradotto in italiano sette anni dopo1, e l’assai più stimolante, ma coscientemente metodologico ed introduttivo Omaggio a J.R.R. Tolkien. Fantasia e tradizione di Mario Polia2: il rapporto tra l’opera tolkieniana e il mondo della letteratura medievale esige un’attenzione ulteriore e specifica, aldilà delle ripetizioni di quanto egli stesso nel saggio "On the Fairy Stories", ed in altre pagine poco note al lettore italiano, ha già avuto modo di scrivere3.

Questo interesse in Tolkien inizia negli anni dell’infanzia, crescendo parallelamente all’attenzione nei confronti delle capacità di comunicazione e creazione del linguaggio e ad un profondo vissuto empatico nei confronti del paesaggio della campagna inglese in cui crebbe, con le sue componenti animali e vegetali (queste ultime, in particolar modo, assumeranno nel tempo un’importanza del tutto peculiare, sia dal punto di vista esistenziale che puramente narrativo: i lettori de Il Signore degli Anelli ricorderanno con emozione la scena finale della sollevazione degli alberi contro l’esercito del Male)4.

Come ricorda Humprey Carpenter nella sua amplissima biografia tolkieniana, fin da bambino (all’età di 5-6 anni) egli fu profondamente colpito ed affascinato dalla Saga dei Volsunghi, ed in particolare dall’episodio dell’uccisione del drago Fafnir da parte dell’eroe Sigurd, così come raccontata da Andrew Lang nel suo The Red Fairy Book; altre letture importanti di quel periodo, tali cioè da essere ricordate da Tolkien stesso in età matura, furono i romanzi fantastici di George McDonald e le riscritture per l’infanzia delle leggende di Re Artù e della Tavola Rotonda, mentre al contrario "non apprezzò L’isola del tesoro, né le fiabe di Andersen, né Il Pifferaio magico"5; l’importanza di queste prime impressioni infantili difficilmente può essere esagerata: inquadrate a posteriori nel più ampio contesto dell’esistenza terrena e dell’opera tolkieniana, esse ci risultano fiorire costantemente, sia nella scrittura (il primo racconto tolkieniano con protagonista un drago fu scritto quando l’autore aveva... sette anni) che nei confini più intimi dell’immaginario personale: molti anni dopo Tolkien ebbe a scrivere una considerazione illuminante:

"Desidero i draghi con un desiderio profondo. Naturalmente poiché ho un corpo timido non desidero averli come vicini. Ma il mondo che conteneva anche solo l’idea del drago Fafnir, era più ricco e più bello del nostro, qualunque fosse il prezzo del pericolo" 6. (fig. 17)

Un intero mondo reso più "ricco" e "bello" da un’"idea": senza voler far violenza alle parole è difficile negare che per mezzo della narrazione Tolkien bimbo fu toccato in profondità dalla potenza di un simbolo, quello appunto del drago7. Basti accennare al fatto che il simbolo incarna e nel contempo esaudisce un fondamentale bisogno della psiche umana: quello di dar senso, unificandola, alla complessità del reale.

Per il giovane Tolkien ogni linguaggio rimandava ad un universo completo e concreto, non ricreato artificialmente e ricco di riferimenti storici, spirituali, culturali cui ogni lingua particolare (in quanto parte di una cultura organica) si ricollega; il linguaggio era innanzitutto una potenza evocativa, e la sua precocissima passione per la musicalità del latino (insegnatogli dalla madre sempre attorno ai sei anni di età) e, pochi anni dopo, per il gallese, furono tappe importanti per la maturazione di una coscienza linguistica particolarmente attenta alle potenzialità creatrici e mitopoietiche del linguaggio8.

Fig. 17 Drago. Diego Martinelli 2000

Crescendo, egli avrebbe velocemente allargato il raggio e la profondità di questo interesse: "la sua mente e la sua immaginazione erano state catturate fin dai tempi di scuola da poemi inglesi antichi quali il Beowulf, Sir Gawain and the Green Knight e Pearl, dalla Saga dei Volsunghi e dall’Edda poetica nordiche. Questa era tutta la letteratura della quale sentiva il bisogno."9

Questa (e non un generico mondo favolistico che ai nostri occhi di italiani contemporanei si associa al pathos romantico di Perrault, di Andersen e dei fratelli Grimm, per non parlare della famigerata didattica razionalista rodariana) fu la linfa che fin dall’adolescenza spinse Tolkien verso la mitopoiesi.

All’interno di questo percorso, più che le buone letture, furono essenziali gli incontri con alcuni personaggi che comunicarono al giovane Tolkien un interesse specifico ed autentico amore per il mondo della cultura medievale inglese: a 11 anni, non appena entrato alla King Edward’s School di Birmingham, fu assegnato alla classe del professor Edward Brewerton, medievalista, che iniziò immediatamente ad insegnare e far utilizzare ai giovani allievi i vocaboli più arcaici del vocabolario inglese, incoraggiandoli a leggere Chaucer e declamando egli stesso di fronte a loro i Canterbury Tales nell’inglese medievale originale10. Brewerton sopporta dinanzi alla storia la responsabilità di aver prestato al giovane Tolkien la prima grammatica di anglosassone (la lingua parlata in Inghilterra prima dell’invasione normanna), e l’apertura di quel libro costituì uno di quegli eventi singolari che imprimono un marchio a tutta la vita successiva di chi li compie: lottando con quella grammatica, il nostro giovane Autore riuscì in breve tempo a leggere, dapprima in traduzione poi in lingua originale, il Beowulf, "uno dei più straordinari testi di tutti i tempi"11, in cui ritrovò l’episodio del guerriero, Beowulf, che dopo aver sconfitto due mostri muore a causa dei postumi della lotta contro il drago; e dopo il Beowulf scoprì il Sir Gawain and the Green Knight, e dopo di esso, anche perché conservato nel medesimo manoscritto, il Pearl per poi ancora, immediatamente dopo, dedicarsi allo studio dell’antico norvegese, la lingua in cui fu scritta la maggior parte dell’Edda poetica12.

Nel caso del giovane Tolkien non si trattò mai di intellettualismo indotto dall’ambiente o dalla famiglia, come nel caso della quasi totalità dei "piccoli geni" contemporanei; la conoscenza linguistica crebbe in lui fin dall’inizio di concerto ad una grande carica evocativa (o ad un rigoroso, potremmo anche dire, esercizio della fantasia), che lo condusse a cimentarsi, inizialmente per gioco e poi con sempre maggior serietà, nella creazione di nuovi linguaggi, frutto della fusione personale di elementi tratti dalle diverse lingue successivamente padroneggiate. A nessun lettore di Tolkien sfuggirà l’importanza di questo aspetto della sua costruzione letteraria, che si radica proprio nell’amore precocissimo per le lingue antiche: ebbene, risulta nettissimo in Tolkien il legame storico, prima ancora che letterario, fra filologia e mitopoietica, ossia tra lo studio delle lingue (antiche e nuove), e lo studio del mito:

"Tolkien all’età di diciott’anni circa aveva concepito l’idea di ricreare la "Nordicità" che tanto lo affascinava scrivendo un ciclo di miti e leggende"13.

Questo mondo mitico tipicamente guerriero e cavalleresco divenne presto per Tolkien, oltre che una passione, una missione ed una vocazione accademica, che crebbe per gradi, e per mezzo di momenti e metodi che ritroveremo con scansione regolare nella vita dell’autore de Lo Hobbit: ad esempio i Clubs, che facevano parte integrante e tradizionale del mondo accademico inglese; all’età di 19 anni costituì assieme con alcuni compagni di scuola alla King Edward’s il Gruppo dei Bibliotecari, poi chiamato Tea Club, in cui era solito intrattenere gli amici recitando brani dal Beowulf, dal Sir Gawain e dal Pearl, nonché dalla Saga dei Volsunghi, criticando aspramente l’interpretazione nazionalista e romanticheggiante datane da Richard Wagner14; ed è noto come questo circolo elettivo sarà nella vita di Tolkien solamente il primo di una lunga e feconda serie.

All’interno dell’attività di questo circolo, e di parallele Società Letterarie funzionanti all’interno della stessa scuola, Tolkien iniziò ben presto a discutere pubblicamente le sue idee attorno alle antiche saghe nordiche, confrontandosi criticamente con altre idee ed interpretazioni ed affinando progressivamente la propria capacità dialettica; sempre in quegli anni scoprì un altro testo che l’avrebbe lungamente influenzato: il Kalevala, l’epopea nazionale finlandese; dalla conoscenza dell’antico finlandese Tolkien avrebbe poi elaborato il primo dei linguaggi che in seguito appariranno nei suoi scritti: il Quenya, o "Alto elfico". Prima dei vent’anni ebbe a dichiarare: "Più leggo questi poemi più mi sento a casa e mi diverto"15. In questa frase non c’è solamente un interesse erudito, ma il riconoscimento di una profonda sintonia, di un piacere estetico e spirituale che nasce appunto dalla percezione di qualcosa di simile alla propria profonda natura, dal tornare alla propria casa originaria, alla propria profonda realtà.

La carriera accademica di Tolkien inizia a svilupparsi assai precocemente, negli anni della scuola secondaria. Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale fu infatti ammesso all’Exeter College dell’Università di Oxford, ed in considerazione delle proprie particolari attitudini si iscrisse alla sezione di Studi Classici prima, e di Lingua Inglese poi, scegliendo l’indirizzo linguistico del Corso di Laurea (articolato attorno a tre fondamentali curricoli di studi linguistici: Anglosassone, Inglese medio e Filologia); questa scelta lo fece incontrare nel 1912 con un altro personaggio singolare: il professor Joseph (Joe) Wright, tipico esponente della generazione eroica degli studi filologici europei che a cavallo della fine dell’800 aveva posto le basi ermeneutiche e concettuali della grande espansione di questa giovane scienza; completo autodidatta, operaio in una filanda fin da bambino, formatosi in una scuola serale, aveva superato ogni tipo di sacrificio per poter recarsi a studiare in Germania, all’Università di Heidelberg (a quel tempo il sancta sanctorum europeo di questo tipo di studi), e lì aveva appreso tutte le lingue principali fuoriuscite dall’ecumene indoeuropea, dall’antico inglese al sanscrito, ed i legami che le univano in un’unità originaria. Dopo i primi stimoli di Brewerton la scuola di Wright fu determinante: fece comprendere a Tolkien le immense possibilità aperte dallo studio delle lingue antiche, e quindi delle civiltà che erano nate, cresciute e si erano estinte attorno ad esse. "Come insegnante Wright comunicò a Tolkien il proprio immenso entusiasmo per la filologia, la materia che l’aveva sollevato da un’ignorante oscurità"16.

Questa lezione entusiasta condusse il nostro Autore ad intuire nelle antiche mitologie tramandate nei grandi testi della cultura nordica ed anglosassone una sorta di ispirazione comune, una funzione condivisa da tutte le culture dell’antica Europa: "Queste ballate mitologiche sono piene di quel primitivo sottobosco che la letteratura europea ha tagliato, ridotto e ridisposto con diversa qualità e pienezza per molti secoli ed attraverso differenti popoli". Questa intuizione tolkieniana, che liberava l’eredità filologica ottocentesca da ogni scoria di tipo materialistico (storicistico o razzistico, a seconda delle tendenze nazionali), andava esattamente nella direzione della riscoperta di una fondamentale unità spirituale dei popoli europei, anteriore alla loro differenziazione storica e mantenutasi per secoli nel bagaglio mitico proprio ad ogni cultura: la stessa intuizione guiderà un paio di decenni più tardi il lavoro di tutta una generazione di filologi e storici della religione, la cui figura esemplare è senz’altro Géorges Dumézil, ed imprimerà una svolta radicale alla nostra attuale comprensione delle radici culturali dell’Europa e più in generale delle antiche civiltà17.

Passato nel 1913 definitivamente alla English School, abbandonando quindi gli studi classici, Tolkien iniziò a confrontarsi regolarmente con numerosi testi antichi che avrebbero potentemente influenzato la sua posteriore creazione letteraria, sia in antico inglese (come il Crist di Cynewulf, in cui scoprì il termine Eärendel, che provocò in lui "un curioso fremito come se qualcosa in me si fosse mosso, risvegliato per metà dal sonno", e che gli ispirò il primo poemetto propriamente riferentesi al suo progetto, ancora allo stato embrionale, relativo alla creazione di una nuova mitologia) che in antico norvegese, la sua lingua specialistica (come le due Edda, quella in prosa di Snorri Sturluson e quella, anonima, cosiddetta "poetica")18.

Nello stesso tempo lesse e gradì moltissimo le traduzioni di testi antico-islandesi ed i romanzi fantastici opera di quel curioso personaggio, scrittore, artista, agitatore culturale e propagandista politico, che fu William Morris19.

Fu negli anni tra il 1915 e il 1917 che Tolkien, stimolato anche dal confortante parere di amici e colleghi, iniziò a lavorare all’ossatura della sua produzione mitopoietica, quel The Book of Lost Tales ("Il Libro delle Favole perdute") che sarebbe in seguito, dopo molti decenni, ripensamenti e riscritture, diventato il Silmarillion. La struttura di questo componimento primordiale (nel senso che precede, e quindi dà senso, a scritti concepiti successivamente ma stampati prima, come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli) è tanto singolare nel panorama della letteratura contemporanea quanto ovvio e "obbligato" nel contesto della letteratura epica tradizionale di tutto il mondo. All’interno di una visione sacrale del mondo e della vita anche le vicende più terrene e minute posseggono una dignità, hanno un valore, possono essere proposte all’attenzione dei lettori, non a causa di una loro eccezionalità o bellezza, ma in quanto rispondono ad una funzione esemplare, ricoprono un ruolo specifico nell’unico, autentico, solitario dramma che riempie di sé la storia: la cosmogonia, che non è mai confezione di un insieme inanimato e poi abbandonato, ma impulso originario ad una creazione organicamente vivente e tesa verso una piena realizzazione, che coincide con la completa elevazione in Dio di tutto il Creato. The Book of Lost Tales, il Silmarillion è quindi volutamente, quasi obbligatoriamente una cosmogonia: esso fornisce tutti i criteri ontologici atti a reggere l’universo mitico (e per questo perfettamente ed assolutamente reale) creato da Tolkien, a fondarne le categorie essenziali e le appartenenze morali, le stirpi e le culture, le tradizioni e le consuetudini.

Nel 1917 egli iniziò anche a lavorare sul secondo dei "suoi" linguaggi elfici, il Sindarin, profondamente influenzato dalla sua conoscenza dell’antico gallese.

Subito dopo la prima guerra mondiale, nel 1920, passò dai ranghi degli studenti a quelli dei docenti, e fu nominato Lettore di Lingua inglese all’Università di Leeds; ivi diede immediatamente mostra della sua verve anticonformista elaborando, dietro sollecitazione del prof. Georges Gordon, direttore del Dipartimento di Inglese, una rivoluzionaria proposta di piano di studi per la sezione linguistica del corso di Inglese, che in pratica riduceva al minimo ogni attenzione per la letteratura inglese posteriore a Chaucer, ossia al XIV secolo, a favore di un’estesa rivalutazione di quella anteriore a questa data; è anche necessario notare i ritmi della sua carriera: nel 1924, a soli 32 anni, divenne Docente di Lingua inglese presso questo Ateneo. Sempre assieme a Gordon, aveva dato vita in quegli anni a Leeds ad un circolo studentesco, il "Viking Club", "nel cui segno si riunivano a bere grandi quantità di birra, a leggere saghe e cantare"20.

Tornato ad Oxford nel 1925, come giovanissimo (per gli standard di quel prestigioso Ateneo) Docente di Lingua e letteratura anglosassone, sottopose questo stesso progetto all’approvazione del Consiglio di Facoltà, scatenando feroci discussioni ed ottenendo un serio interesse che in seguito l’avrebbe portato a stringere sodalizi personali e culturali con personaggi del calibro di Clive Staples Lewis; alla fine, comunque, anni dopo e grazie ad inenarrabili manovre accademiche, quel progetto sarebbe stato approvato. In quello stesso anno appariva la sua prima pubblicazione accademica d’alto livello, la traduzione in inglese moderno del Sir Gawain and the Green Knight21, in collaborazione con il collega d’origine canadese E.V. Gordon, presso la Clarendon Press.

Ad Oxford iniziò immediatamente i suoi corsi sul Beowulf, cercando di presentarlo introduttivamente agli studenti non specialisti con un notevolissimo successo. Soprattutto il suo modo di insegnare, che lo portava ad assumere direttamente di fronte agli studenti la parte del menestrello che recita al suo uditorio non una lingua morta, ma un’epopea esemplare, riusciva a comunicare agli studenti la vitalità e la drammaticità di questi antichi testi, e questo era da essi particolarmente apprezzato22.

Proprio perché, aldilà delle competenze professionali da filologo, Tolkien era in primis un poeta, poteva prestare la sua voce ad un poema anglosassone del VIII secolo, rendendolo vivo. Questa capacità vivificatrice fu una delle costanti dell’attività accademica tolkieniana, che fu sempre ben distante dallo stereotipo arido e meccanicistico del filologo quale una certa concezione del sapere linguistico (e, diciamolo pure, la vocazione umana a rifugiarsi dietro a dei ruoli) ha creato. I suoi più celebri contributi storici e filologici (tutti purtroppo inediti in italiano) sono ricchissimi di partecipazione e di rimandi ad una verità del testo che non può esser compresa al di fuori dell’universo spirituale che l’ha creato, nei confronti del quale il nostro Autore riusciva a mettersi in sintonia, rifiutandosi di occuparsi di meri cadaveri linguistici e culturali, anche al fine "nobile" della autopsia: verità esattamente in quanto rivelatrice delle connessioni fra la lettera e lo spirito del testo, in relazione costante e dinamica con le radici della cultura originaria: "Non si tratta di un linguaggio a lungo relegato tra le montagne e che, una volta di più, combatte per esprimersi mediante l’emulazione apologetica dei propri superiori o il disprezzo per ciò che è indecente; ma stiamo parlando piuttosto di un linguaggio che non è mai caduto nell’"indecenza" e che è riuscito a cavarsela anche in tempi difficili, mantenendo il contegno di un gentleman, semmai di un gentleman di campagna. Ha tradizioni, ha qualche consuetudine con i libri e con la penna, ma coltiva anche strette relazioni con una buona lingua orale, con un concreto suolo d’Inghilterra" ("Ancrene Wisse and Hali Meidhhad", edito nel volume Essays and Studies by Members of the English Association, Clarendon Press, Oxford 1929, vol. XIV, pp. 104-26).

Queste frasi, che appartengono ad un celebre saggio tolkieniano del 1929 su un testo religioso minore medievale, l’Ancrene Wisse, ci svelano con chiarezza che cosa, per Tolkien, rendesse un testo vero: coerenza con una tradizione, una padronanza della lingua scritta (o "colta") almeno discreta, profonde radici nell’humus della cultura popolare. Non ci possiamo quindi stupire se ritroveremo gli stessi elementi linguistici nella costruzione della sua produzione narrativa: "Le radici profonde non gelano"...

Come filologo, quindi, Tolkien espresse accanto ad una precoce e crescente padronanza della materia anche una vis imaginifica che fu notata ed apprezzata da allievi e colleghi, facendone un eccellente scienziato, e nel contempo un uomo che amava profondamente gli oggetti (i testi) e gli strumenti ermeneutici e concettuali del proprio mestiere, trasmettendoli a studenti e colleghi come cose vive, in grado di insegnare a noi uomini moderni molte cose che abbiamo scordato, proprio perché vissuti con identica profondità e partecipazione.

È quindi probabilmente esagerata la pretesa di Humphrey Carpenter di farne "il fondatore di una nuova scuola di filologia"23; certamente però la lezione accademica tolkieniana si inserisce con piena dignità nel solco di quella rivoluzione, spirituale prima ancora che scientifica, che condusse nella prima metà di questo secolo alla rinascita e ad una metamorfosi delle scienze storiche del linguaggio, portandole aldilà delle secche delle contrapposte ideologie romantica (irrazionalistica) e storicistica (razionalista): come ebbe egli stesso a scrivere, "La concezione di Max Müller della mitologia come di una "malattia del linguaggio" può essere abbandonata senza rimpianti. La mitologia non è affatto una malattia, benché, al pari di tutte le cose umane, possa ammalarsi; tanto varrebbe dire che il pensiero è uno stato patologico della mente. Più vicina alla verità sarebbe l’affermazione che le lingue, soprattutto le europee moderne, sono una malattia della mitologia"24. Per questo il filologo oxoniense John Reuel Ronald Tolkien può essere collocato allo stesso livello di un Émile Benveniste, di un George Dumézil o (relativamente alla concezione del mito) di un Mircea Eliade, anche se, a causa principalmente del proprio scrupolo scientifico senza limiti (scrisse di lui C.S. Lewis: "Di fronte alle critiche reagisce in due modi: o ricomincia dall’inizio a riscrivere il lavoro o non ne tiene assolutamente conto") la maggior parte dei frutti del suo lavoro di filologo e critico non fu data alle stampe se non addirittura dopo la sua morte, a cura del figlio Christopher.

Anche ad Oxford Tolkien fondò un Club per leggere e discutere le saghe islandesi nel proprio linguaggio originario, e lo chiamò Kolbítar, termine antico-islandese che significa "I mangiatori di carbone"; l’unica differenza rispetto al Viking Club di Leeds era che questo Club era riservato a Docenti universitari: alle sue riunioni informali parteciparono i migliori insegnanti di Oxford, creando una comunità umana e culturale destinata ad ampi ed imprevisti sviluppi, quali ad esempio la conversione al cristianesimo di quel formidabile apologeta moderno che fu Clive Staples Lewis e la successiva costituzione di quell’altro Club informale, di estrema importanza letteraria e culturale, che furono gli Inklings25, una comunità dotata di una precisa identità culturale che si esprimeva nel riconoscere il valore delle testimonianze delle antiche civiltà europee e la loro attualità spirituale, nel condividere quella che oggi siamo abituati a chiamare una "concezione sacrale dell’esistenza", e nel porsi in maniera esplicitamente critica nei confronti delle diverse mode culturali che ad intervalli regolari invadevano l’Università di Oxford come il resto della società europea: da questo punto di vista un bersaglio polemico tipico fu il dandismo ("e l’implicita omosessualità", come commenta Carpenter, La vita..., p. 190) degli "esteti" alla Oscar Wilde, che tra gli anni ‘20 e ‘30 era penetrato anche tra le austere mura di Oxford.

A queste "novazioni" Tolkien personalmente non contrapponeva come C.S. Lewis un furor polemico esplicito, estroverso ed efficace, ma un completo distacco dalle vanità transitorie (vestiti, tenore di vita, atteggiamenti e ruoli sociali), motivato dalla chiara coscienza di vivere in un mondo menomato dalla Caduta (la "quarta età" de Il Signore degli Anelli e della concezione tradizionale del divenire storico germanico, celtico, greco e romano, che segna la massima lontananza del divino dal mondo e quindi un clima spirituale e sociale di decadenza e degenerazione), in cui felicità e perfezione assolute sono impossibili, e dove l’uomo può vivere degnamente solamente rammentando costantemente il proprio destino proiettato oltre i confini dell’esistenza terrena, intimamente "di passaggio": homo viator, direbbe oggi Franco Cardini.

"In questo senso si trattava di una disposizione alla vita profondamente cristiana e ascetica"26; da parte nostra correggeremmo un aggettivo: la weltanschauung tolkieniana, proprio perché forgiatasi sull’amore e la conoscenza per le grandi testimonianze dell’antichità e del medioevo nordico europeo, era sicuramente ascetica, benché in una chiave tipicamente laicale e cavalleresca, ma oltre a ciò compiutamente cattolica, con tutto quanto questo, nella concreta situazione inglese significava e significa in termini di scomodità, di emarginazione sociale e di sacrificio personale.

Per la nostra sensibilità di contemporanei, per di più influenzati dal consueto individualismo d’eredità illuminista, rimane difficoltoso comprendere la capacità di formazione in profondità che questi Clubs riuscivano ad assicurare, senza essere delle istituzioni ufficiali né civili né religiose, e senza alcun vincolo esteriore che ne obbligasse i membri ad una presenza che era vissuta come un piacere, prima ancora che un dovere (e poi, nei confronti di chi?): queste piccole comunità di spirito divenivano spontaneamente centri di irradiamento di una "nuova cultura", capace di accordare passato e presente, radici ed attualità, il più cristallino rigore scientifico con un profondo coinvolgimento esistenziale, con un raggio d’azione che, passando per il meridiano del cuore, consentiva di estendere la propria influenza aldilà di ogni struttura accademica o mondana.

In breve, un’élite culturale destinata a formare un’intera generazione di studenti, chiamata a raccolta non da un’ideologia o da filosofemi, ma dal fascino sempiterno della voce del mito, unito alla volontà di valorizzarne il messaggio nel clima algido della modernità. Le radici profonde, appunto, non gelano.

Il suo robusto radicamento nella tradizione cattolica (un’eredità materna di incredibile importanza per il complesso dell’opera tolkieniana) condusse Tolkien a rivalutare in profondità, come una grande opportunità spirituale, la creazione mitica all’interno di una concezione cristocentrica dell’universo, che nelle sue parole rivela la linfa arcaica, profondamente medievale, che contribuisce a nutrirla: "Veniamo da Dio, e, inevitabilmente, i miti da noi tessuti, pur contenendo errori, rifletteranno anche una scintilla della luce vera: la verità eterna che è con Dio. Infatti, solo creando miti, solo diventando un sub-creatore di storie l’uomo può aspirare a tornare allo stato di perfezione che conobbe prima della caduta."27 Chi abbia presente l’assoluta gravitas spirituale tolkieniana, e la sua siderale distanza da ogni velleità gnostica e superomistica può da queste parole comprendere con quale valore spirituale il nostro Autore vivesse il gesto della creazione letteraria.

Buon esempio di questa gravitas nella creazione letteraria fu la stesura, attorno al 1930, di un poema originale di argomento arturiano, The Fall of Arthur, "l’unica incursione di Tolkien nel ciclo di Re Artù"28, che dopo diversi tentativi dell’Autore di portarlo a termine, rimase infine incompiuto.

In questo componimento Tolkien poneva in secondo piano la tematica graalica (come d’altronde tutte le fonti arturiane originali fino agli inizi del XIII secolo)29, per concentrarsi sulla dinamica fra la "Fratellanza d’armi" tra Artù e Galvano e l’insana attrazione sessuale di Mordred verso Guinever (Ginevra), che infine lo spinse al tradimento: due tipi d’amore contrapposti e dagli esiti opposti, che nella struttura del poema divenivano simboli di salvezza e perdizione.

Questo tema della tensione spirituale fra l’elevazione e la degradazione come spazio della libertà dell’uomo e suo destino, oltre ad evidenziare la profondità esistenziale con cui Tolkien visse e proiettò nella scrittura l’ambiguità radicale dell’uomo "caduto", rende anche ragione di una distinzione da lui avanzata nel suo noto saggio On the Fairy Stories, tra "Fantasia" e "morbosa illusione", spesso mal compresa ed interpretata in chiave polemica nei confronti della narrativa contemporanea o, peggio, moralistica. In realtà questa distinzione rimanda all’inesausta possibilità creatrice dell’uomo, che è libero anche di estraniarsi dal Vero e dal Buono per tentare di affermare un’impossibile autosufficienza ed immortalità personale che spalanca le porte all’anarchia/disarmonia, alla volontà di potenza, ed in ultima istanza alla propria distruzione. Tra parentesi, la genesi e lo sviluppo del "Male" occuperanno uno spazio fondamentale in tutta l’epopea mitica del Sillmarillion e de Il Signore degli Anelli, ove la gerarchia oscura si presenta in effetti come una parodia invertita della Gerarchia luminosa30, e dove le vicende dello scontro cosmico fra la Luce e l’Ombra reggono tutta la struttura della narrazione e divengono la lotta che intride di sé tutta la manifestazione, mentre la storia (da quella reale del nostro tempo decaduto a quella mitica delle Prime Età) diviene lo spazio in cui si svolge l’agone in cui il Male tenta in ogni modo, ed inutilmente, di sfuggire alla profondità dell’armonia cosmica quale è dispiegata da Dio, l’Unico, Ilùvatar, il "Padre del Tutto".

Da quegli anni fino ai decenni successivi Tolkien diede alle stampe una serie di altre traduzioni ed edizioni critiche di testi medievali, spesso ed indicativamente proprio quegli stessi testi che durante la giovinezza l’avevano colpito ed affascinato: il Pearl31, il Sir Orfeo, ulteriori edizioni e revisioni del Sir Gawain, accanto a fonti minori e meno note ed a prefazioni ed introduzioni ad edizioni critiche curate da allievi, come nel caso del Beowulf. Possiamo dire che alla fine degli anni ‘30, raggiunta la maturità personale ed accademica, l’equilibrio fra lo studio e la creazione letteraria divenne completo: a partire da quel periodo, mentre la produzione scientifica continuava, iniziò la grande stagione della creatività tolkieniana: digerita la materia, essa prendeva lentamente, ma inesorabilmente forma.

"Fu quindi durante gli anni Venti e Trenta che l’immaginazione di Tolkien si mise a correre lungo due binari paralleli. Da un lato c’erano le storie scritte per puro divertimento, spesso per i suoi bambini. Dall’altro c’erano i temi più vasti, talvolta arturiani o celtici, ma sempre associabili alle sue leggende. Nel frattempo non fu pubblicato nulla, a parte pochi poemi sull’Oxford Magazine, che indicavano ai suoi colleghi che Tolkien si divertiva con i tesori dei draghi e con simpatici ometti dal nome strano, come Tom Bombadil..."32 (fig. 18)

Fig. 18 Tom Bombadil Calendario 1976

Tutto il pluridecennale percorso culturale, oltre che accademico, di Tolkien fu ritmato dall’amore verso questa cultura, profondamente impregnata di spiritualità cattolica e cavalleresca, con un rigore che talvolta appare eccessivo e che lo condusse ad emettere giudizi su quelle stesse fonti medievali che costituivano il nucleo del proprio lavoro che ci appaiono provocatori, e che fanno pensare, come ad esempio questo riferimento alla letteratura medievale italiana: "Dante non mi attrae. È pieno di spregio e di malizia. Non mi interessano i suoi rapporti meschini con gente meschina di città meschine."33. Anche se questa valutazione è veramente ingenerosa, essa deve essere avvicinata alla caustica stroncatura tolkieniana della fantascienza, intesa come letteratura di semplice anticipazione scientifica in cui "è difficile ricavare, dalle loro pagine, ciò che gli uomini faranno veramente... A giudicare da alcuni di questi racconti, gli uomini continueranno ad essere lussuriosi, vendicativi ed avidi come sempre; e gli ideali dei loro idealisti di rado si spingono al di là della splendida idea di costruire altre città dello stesso tipo su altri pianeti. E’ veramente, la nostra, un’epoca di mezzi migliori per scopi peggiori." ("Sulla fiaba", in Albero e Foglia, p.81).

Né questa profonda passione divenne mai un atteggiamento monomaniacale, sostitutivo di un rapporto attivo e cosciente con la propria realtà storica concreta: negli anni della seconda guerra mondiale la corrispondenza di Tolkien coi figli Michael e Christopher, pilota della RAF, sia pure nel contesto di un colloquio familiare a distanza è ricca di valutazioni attorno alla situazione bellica, le sue cause, i suoi pericoli ed i possibili esiti che restano oggi di impressionante (facilmente verrebbe da sbilanciarsi, definendola profetica) attualità: il linguaggio mitico del Silmarillion e de Il Signore degli Anelli si svela perfettamente capace di descrivere quel presente, creando come una comunicazione in codice tra padre e figli (che probabilmente avrà stupefatto non poco gli addetti alla censura militare) e rende in grado di interpretare il presente in profondità, gettando uno sguardo realistico e preoccupato sul futuro aperto dalla pace34.

Nel secondo dopoguerra le intersezioni fra lo studio delle fonti e la creazione originale si fecero sempre più variegate: ad esempio, nel 1945 Tolkien scrisse una sorta di continuazione in versi inglesi moderni del celebre poema anglosassone The Battle of Maldon, da lui lungamente studiato, intitolato Il Ritorno di Beorhthnoth, figlio di Beorthelm35, che alcuni anni dopo fu trasformata in commedia radiofonica, trasmessa nel 1954 dalla BBC36.

Egli stesso, parlando in molte occasioni della propria produzione letteraria, tornerà su questi testi, sulle stesse fonti, come esempi paradigmatici da cui nel tempo svilupperà il secondary world che giungerà dalla cosmogonia del Silmarillion all’epopea de Il Signore degli Anelli, e questo anche con esiti apparentemente paradossali, come quando nel saggio sulla fiaba sostiene: "quella della corte di re Artù, nel bene e nel male, è assai più "storia di fate" di quanto non sia questa favola di Oberon" (tipico personaggio "fatato" a noi noto se non altro per il Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, e al pubblico giovanile per alcuni interessanti fumetti di Hugo Pratt)37.

Lo spazio della narrazione è quindi per Tolkien il luogo del dispiegamento di un’immaginazione primordiale coerente con un disegno cosmogonico di immediata impronta divina, che responsabilizza l’uomo nei termini di una collaborazione concreta con questo disegno: e gli archetipi narrativi con cui si costruiscono i mondi della sub-creazione non sono affatto frutto di invenzione individuale, ma al contrario nascono da una digestione profonda di quel mondo letterario, spirituale e culturale che nella letteratura medievale nordica, in primis nel ciclo arturiano, ha uno tra gli esempi più fulgidi.

Benché Humphrey Carpenter, proiettando su Tolkien una sua personale idiosincrasia, gli attribuisca nella sua biografia un atteggiamento critico e distaccato nei confronti dei cicli arturiani, leggendo direttamente gli scritti tolkieniani è difficile non rendersi conto del serrato ordito di legami che li uniscono alla sua creazione letteraria, sia nel senso che da essi Tolkien assorbì i simboli portanti della sua sub-creazione (l’Albero secco, il Re guaritore e restauratore dell’Ordine cosmico, la lotta contro il mostro, la Cerca come purificazione ed ascesi, la Cavalleria...), sia per il contributo "teorico" che essi dettero a priori della costruzione narrativa:

"La traduzione più esatta di Feeria è forse Magia, ma si tratta di magia d’un genere e d’un potere particolari, al polo opposto dei volgari stratagemmi del mago laborioso, scientifico. Con un’unica condizione: anche se il racconto ha risvolti satirici, di una cosa non ci si può far beffe, ed è la magia stessa. Questa nella storia deve essere presa sul serio, non la si può deridere, non si può fornirne spiegazioni. E di tale serietà costituisce un mirabile esempio il racconto medioevale Sir Gawain e il Cavaliere Verde"38.

La scelta cosciente di un universo simbolico che coincide con esperienze storiche concrete, quelle del medioevo europeo, non appare casuale, né Tolkien si perita di nasconderne le valenze "antimoderne": "E se per un momento mettiamo da parte la "fantasia" non credo che il lettore o l’inventore di fiabe debbano vergognarsi dell’"evasione" costituita dall’arcaicità: della preferenza accordata, non dico a draghi, bensì a cavalli, a castelli, a navi a vela, ad archi e frecce; non soltanto ad elfi, ma anche a cavalieri, re e sacerdoti. Infatti, dopo tutto è possibile, per un essere ragionevole, giungere, previa riflessione (...) alla condanna (...) di cose progressiste come le fabbriche, oppure le mitragliatrici e le bombe che sembrano essere i loro più naturali ed inevitabili, diciamo pure "inesorabili" prodotti."39

Su questi temi, a cavallo tra erudizione storico-letteraria e valutazione critica della civilizzazione contemporanea, le citazioni tolkieniane potrebbero essere facilmente moltiplicate, particolarmente attingendo dall’Epistolario, e dal saggio di Carpenter sugli Inklings. Per brevità preferiamo tuttavia unicamente elencare queste fonti, invitando il lettore interessato ad avvicinarsi direttamente, in prima persona, al Tolkien filologo medievale, che è sempre, e nello stesso tempo, un Tolkien critico severo e coerente del proprio tempo; ed oltre a ciò, si vedano anche le considerazioni comparative che Tolkien sviluppa paragonando il Beowulf al Sir Gawain40, e le intelligenti note di Christopher Tolkien ad introduzione dell’edizione critica paterna del Sir Gawain and the Green Knight, del Pearl e del Sir Orfeo41. In tal modo sarà soddisfatto chi, al tempo della dittatura culturale dell’"impegno" accusava la "fuga del prigioniero" tolkieniana di essere volgarmente escapista, e il suo secondary world una mera consolazione irrazionalistica: proprio grazie alla sua creazione poetica e letteraria, Tolkien si svela essere un intelligente e concreto testimone del nostro tempo, sempre attento a percepire nei fatti della storia l’impronta del conflitto cosmico tra l’Unico e l’Oscuro Signore, anche e soprattutto aldilà degli steccati ideologici che nella loro rigidità (soprattutto oggi che sono abbattuti) lasciano spazio solamente alla desolazione ed al nulla. Ovviamente non è indispensabile leggere le valutazioni tolkieniane sulla democrazia, la sapienza nordica ed il nazionalsocialismo per poter apprezzare le sue storie; tuttavia senza di esse si faticherà in eterno a comprendere il mistero della loro creazione.

Ecco quindi che si spalanca per lo studioso di letteratura cavalleresca, così come per il semplice appassionato di letteratura fantastica, uno spazio di approfondimento di grande vastità, ma di incredibile interesse: da un lato difficilmente il tessuto ricchissimo dell’opera tolkieniana potrà essere veramente compreso in profondità prescindendo da un’adeguata conoscenza di fonti, simboli e topòi della letteratura epica e graalico-cavalleresca, che tornano nelle pagine (ad esempio) de Il Signore degli Anelli in molti punti cruciali della narrazione; d’altro canto il nostro professore di Oxford ha dimostrato come, abbeverandosi alle fonti stesse dell’ispirazione mitopoietica, parti di un mondo e di una visione dell’uomo quanto mai distanti ed irriducibili a quelli attualmente egemoni, resti sempre possibile all’uomo contemporaneo riappropriarsi, per mezzo della "sapienza del cuore", di quell’universo di significati mitici, simbolici e storici che ininterrottamente si ripropongono all’homo europaeus come cuore vivente della sua stessa identità.

 

1. Trad. it. Rusconi, Milano 1984, col titolo La mitologia di Tolkien. L’Autrice, col vezzo tipicamente statunitense della vulgata ad uso di un pubblico di minus habens, ha confezionato un riassunto di fonti mitico-letterarie di impressionante arretratezza critica, cercando di proporre ancora nell’ambito delle scienze del mito le tesi impregnate da un positivismo ammuffito di un J. Frazer e di un R. Graves, mentre nomi quali quelli di M. Eliade, G. Durand, G. Dumézil, J. Ries, J. Campbell e, per quanto concerne la celticità, della coppia Le Roux-Guyonvarc’h restano incogniti per evidente incapacità bibliografica. Per divertirci abbiamo immaginato una scenetta in cui l’Autrice avesse dovuto presentarsi ad un esame di letteratura inglese proprio di fronte a Tolkien, il quale ne avrebbe senz’altro ricavato, oltre che un certo divertimento, amene considerazioni sui "cugini" d’oltreoceano in aggiunta a quelle già note grazie alla sua corrispondenza.

2. Edizioni Il Cerchio, Rimini 1980, che si limita a porre delle questioni e sollevare degli stimoli ad ulteriori riflessioni che (è necessario ammettere) non hanno trovato grande eco né all’interno della cultura à la page italiana né tanto meno nei meandri di quella "alternativa". Per render conto al lettore contemporaneo, oramai figlio di un mondo senza steccati ideologici, del clima di starnazzante scandalo che avvolse la pretesa di Mario Polia, antropologo e storico delle religioni, di "dire la sua" sull’opera tolkieniana, basterà questa citazione tratta dalla biografia di Tolkien opera di Oriana Palusci, orgogliosa esponente della corporazione degli esperti accademici ufficiali con tutte le tessere al proprio posto (La Nuova Italia, Firenze 1983), a pag. 149:

"Testimonianza recente degli equivoci ideologici che l’opera di Tolkien ha sembrato favorire nel nostro paese è Omaggio a J.R.R. Tolkien di Mario Polia (...) dove The Lord of the Rings viene visto come una sorte (sic!) di trattato filosofico e religioso", che non solo si permette di dir verbo senza una "qualsiasi seria indicazione bibliografica", ma, horroresco referens, utilizza il libro di Tolkien come "pretesto per alcune virulente tirate contro la civiltà contemporanea". Quanto questo spirito critico nei confronti della modernità fosse estraneo al professore di Oxford, ci penseranno in seguito la pubblicazione dell’epistolario e della biografia di Humphrey Carpenter a dimostrarlo.

3. Tradotto in italiano in Albero e foglia, Rusconi editore, Milano 1976. Nello stesso volume attorno all’argomento che ci interessa va senz’alcun dubbio rivalutato l’articolo "Il ritorno di Beorhtnoth, figlio di Beorhthelm", pp. 183-217, sulle cui considerazioni torneremo più avanti.

4. H. Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, tradotta in italiano da Paolo Pugni e pubblicata dalla casa editrice cattolica Ares nel 1991, con un’ampia introduzione ed utili note per il lettore italiano a cura di Gianfranco De Turris. Le pagine relative all’infanzia ed alla prima giovinezza di Tolkien, preziose per comprendere i molteplici fattori che comunque influiranno sulla sua personalità, sono le pp. 59-76.

5. H. Carpenter, cit., pp. 65-66.

6. Idem, p. 66.

7. Sul simbolismo del drago, con particolare riguardo alla cultura tradizionale europea, vedi introduttivamente F. Cardini, "Il drago nell’immaginario medievale", in Abstracta, nn°8 e 9, entrambi a p. 42; L. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire du Christ, Milano 1980 (ristampa anastatica Paris 1940), pp. 391-401.

8. Attorno al rapporto tra cultura, linguaggio e spiritualità vedi A. Mordini, Verità del linguaggio, Volpe, Roma 1970.

9. H. Carpenter, Gli Inklings. Tolkien, Lewis, Williams & Co., Jaca Book, Milano 1985, p. 40.

10. H. Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, cit., pp. 72-3.

11. Idem, p. 81. Del Beowulf si veda ora la nuovissima traduzione italiana con testo a fronte a c. di D. Murray e C. Ciuferri, Il Cerchio, Rimini 2000..

12. Ibidem, pp. 81-82.

13. H. Carpenter, Gli Inklings, cit., p. 44.

14. Sulla storia del Tea Club vedi H. Carpenter, La vita..., cit., p. 4 e segg.

15. Cit. in H. Carpenter, La vita..., cit., p. 100. Il Kalevala è attualmente disponibile in una buona traduzione italiana, a c. di G.Agrati e M.L.Magini, edita da Mondadori, Milano 1991.

16. Cfr. Idem, pp. 108 e segg.

17. Cfr. Idem, p. 113. Attorno agli ultimi sviluppi della linguistica comparata nello studio delle antiche civiltà europee, in una direzione perfettamente parallela alle intuizioni originarie ed al successivo lavoro di J.R.R. Tolkien in ambito accademico, vedi introduttivamente E. Benveniste, Dizionario delle Istituzioni indoeuropee, 2 voll., Einaudi, Torino 1990, e G. Dumézil, L’ideologia tripartita degli Indoeuropei, Il Cerchio, Rimini 1988, ed ivi in particolare l’utilissima Introduzione di Julien Ries.18. Cit. in H. Carpenter, p. 119. Tutti questi testi sono da tempo disponibili in traduzioni italiane: il Crist di Cynewulf a cura di A. Ricci (Biblioteca Sansoniana Straniera, Firenze 1983, ristampa anastatica dell’edizione del 1926), l’Edda di Snorri nella eccellente traduzione a c. di Gianna Chiesa Isnardi, Rusconi, Milano 1974, e l’Edda in poesia, oggetto di diverse traduzioni integrali, la più aggiornata delle quali è senza dubbio quella a c. di Piergiuseppe Scardigli (Il Canzoniere eddico, Garzanti editore, Milano 1982). Il libro fondamentale dell’Edda poetica, il testo mitico e cosmogonico chiamato Voluspä, è stato anche oggetto di una traduzione commentata a c. di M. Polia, Il Cerchio, Rimini 1982.

19. L’importanza degli scritti storici, artistici e dell’inventiva letteraria di William Morris (e di tutto il composito movimento "Preraffaellita") nel contesto della cultura di lingua inglese dell’ultimo secolo può difficilmente essere esagerata. Attorno alla sua attività di narratore, vedi la vasta Introduzione di Gianfranco De Turris al romanzo Il bosco oltre il mondo (Edizioni Akropolis, Roma 1980). Humphrey Carpenter sostiene che fu innanzitutto il suo metodo narrativo, la ricostruzione di un mondo "reale", ad influenzare in profondità ed in maniera duratura Tolkien.

20. Cfr. H. Carpenter, La vita..., cit., p. 168 e segg.

21. Circostanza ricordata da Christopher Tolkien, nella sua Prefazione alla ristampa di queste traduzioni del padre (Allen & Unwin, London 1975, p.8). Del Sir Gawain esiste da pochi anni una buona traduzione italiana a cura di P. Boitani (Adelphi, Milano 1989) debitrice appunto dell’edizione critica tolkieniana, con in appendice un prezioso saggio di Ananda K. Coomaraswamy sul medesimo testo, che consigliamo caldamente al lettore italiano che voglia rendersi conto delle peculiarità e dello spessore simbolico e spirituale di questo scritto, che i nostri pregiudizi contemporanei su "che cosa sia la letteratura" non aiutano certo ad emergere dal testo.

22. In merito alla capacità mitopoietica personale di Tolkien nelle sue funzioni di insegnante, bastino queste parole di W.H. Auden, che assistette personalmente alle lezioni sul Beowulf: "Non credo di averle mai detto quale indimenticabile esperienza fosse per me, da studente, ascoltarla mentre recitava il Beowulf. La sua voce era la voce di Gandalf" (in H. Carpenter, La vita..., cit., p. 202.

23. Cit. in H. Carpenter, La vita..., p. 204.

24. "Sulla Fiaba", in Albero e Foglia, cit., p. 28.

25. Sugli anni dell’insegnamento di Tolkien ad Oxford, vedi H. Carpenter, La vita..., pp. 177 e segg. Sui rapporti tra Tolkien, Lewis e gli altri uomini di cultura che frequentavano Oxford, vedi Idem, pp. 214 e segg. Il tema dell’ultimo Club costituitosi attorno a Tolkien, Lewis ed altri è affrontato in maniera ricchissima da H. Carpenter, Gli Inklings, tr.it. Milano 1984.

26. Idem, p. 193. Sull’importanza della nozione di "caduta" in Tolkien vedi H. Carpenter, Gli Inklings, cit., pp.203 e segg. Sulla concezione ciclica della storia propria a tutte le antiche civiltà fuoriuscite dalla comune radice indoeuropea, vedasi G. Géorgel, Le quattro età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia, Il Cerchio, Rimini 1981.

27. Cit. in H. Carpenter, La vita..., cit., p. 219. Il concetto di "sub-creazione" è certamente il più complesso fra quelli normalmente utilizzati da Tolkien per render ragione della propria attività narrativa, e tuttavia deve anche essere considerato come il più stimolante e ricco di potenziali sviluppi in ambito letterario, filosofico, antropologico e religioso. Un tentativo di lettura di questa categoria è quello di M. Polia, Omaggio a J.R.R. Tolkien, cit., che giustamente lo fa risalire al complesso della cultura storico-religiosa medievale.

28. H. Carpenter, La vita..., cit., p. 245. Benché il poema non fosse mai pubblicato, fu letto da alcuni colleghi di Tolkien, fra i quali Robert W. Chambers, al tempo docente di Inglese alla London University che lo definì "...una grande opera: realmente eroica, che va oltre il valore intrinseco poiché mostra come la metrica del Beowulf possa essere utilizzata in inglese moderno" (idem).

29. La tematica del Ciclo della Tavola Rotonda e del mito graalico è troppo vasta e complessa per poter esser qui anche solamente sintetizzata. Gli interessati potranno utilmente rifarsi al saggio di M. Polia, Il Mistero Imperiale del Graal e della Dama, Roma 1980, ed ai riferimenti ivi compresi.

30. Attorno a questi temi, vedi M. Polia, Omaggio a J.R.R. Tolkien, cit., pp. 14-34.

31. Trad. it. a cura di Enrico Giaccherini, edita all’interno della preziosa collana "Biblioteca medievale" delle Edizioni Pratiche, Roma 1990. Il curatore, nelle sue eruditissime Note, informativa e bibliografica cita più volte la traduzione tolkieniana in inglese moderno: J.R.R. Tolkien (a c.), Sir Gawain and the Green Knight - Pearl - Sir Orfeo, Allen & Unwin, London 1975, a cui anche noi faremo riferimento a più riprese.

32. H. Carpenter, La Vita..., cit., p. 250.

33. Cit. in H. Carpenter, Gli Inklings, cit., p. 216.

34. La corrispondenza tolkieniana degli anni di guerra ci è nota grazie all’antologia La realtà in trasparenza (lettere 1914- 1973), a cura di C. Tolkien, Rusconi, Milano 1991. Chi vorrà confrontarsi con questo affascinante epistolario troverà alcune diagnosi del nostro Autore in merito all’ambiguità della tecnica, al neocolonialismo statunitense, al rapporto tra mito e politica, di profonda levatura morale, e soprattutto perfettamente sovrapponibili a quello che la realtà ci ha riservato in questi ultimissimi anni. Altre interessanti valutazioni tolkieniane sui "problemi dell’ora presente" sono presentate da H. Carpenter nel suo Gli Inklings, cit., particolarmente per quanto concerne il rapporto personale tra J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis (p. 193 e segg.). E’ opportuno ricordare che nel contesto degli incontri degli Inklings i problemi più attuali e scottanti fossero sempre affrontati da Tolkien a partire da una concezione organica dell’uomo e della storia, di tipo religioso.

35. The Battle of Maldon, ed. a c. di E.V. Gordon, Manchester University Press, 1976, ristampa della prima edizione del 1937, nella cui Prefazione il Curatore ringrazia Tolkien che "with characteristic generosity, gave me the solution to many of the textual and philological problems discussed in the following pages" (p. VI). Il saggio "Il Ritorno di Beorhthnoth, figlio di Beorhthelm" è stato tradotto in italiano in Albero e Foglia, cit., p.183-217.

36. Cit. in H. Carpenter, La vita..., p. 306.

37. A pag. 12 dell’edizione italiana, cit. Il fumetto di Hugo Pratt cui ci riferiamo è Sogno di una notte di mezza estate, edito nel volume Le Celtiche, Bompiani, Milano 1980.

38. In "Sulla Fiaba", in Albero e Foglia, cit., p. 16.

39. Idem, p. 80.

40. Nel già citato saggio "Il Ritorno di Beorhthnoth, figlio di Beorhthelm", p. 214 e segg.

41. In J.R.R. Tolkien (a c.), Sir Gawain and the Green Knight - Pearl - Sir Orfeo, cit., pp. 13 e segg. (fig. 19)