L'ultimo
viaggio
di Leonardo "Beleg" Cappelli
I Due Compagni si ritrovarono accanto quasi per caso, sulla Via
Silente, mentre andavano entrambi a rendere omaggio a Re Elessar, morto quattro
giorni prima. Legolas e Gimli non si vedevano da diversi mesi: i loro compiti
presso i rispettivi popoli li avevano tenuti lontani. Gimli era un Re, e aveva
incarichi importanti da svolgere, e Legolas era ugualmente un personaggio molto
importante tra gli Elfi Verdi dell'Ithilien.
Gimli portava al collo, come sempre, il gioiello in cui aveva racchiuso i tre
capelli che Dama Galadriel gli aveva regalato a Lothlórien. Con l'abilità
delle sue mani di Nano era riuscito ad inserire i capelli dentro un diamante
grande quasi quanto un uovo: i punti in cui la pietra era stata aperta per inserire
la ciocca erano assolutamente invisibili, e i capelli sembravano nati dentro
la gemma. I riflessi dorati si moltiplicavano all'infinito nelle sfaccettature
della pietra, e il meraviglioso gioiello, chiuso in un castone di mithril e
appeso ad una catena anch'essa di mithril, era il vanto di Re Gimli e dei Nani
delle Caverne Scintillanti.
I due fecero qualche passo affiancati, poi Gimli chiese improvvisamente, come
continuando un discorso interrotto appena pochi istanti prima:
"Dove vanno gli Uomini quando abbandonano la Terra di Mezzo, Legolas?"
"Gli Elfi non lo sanno, e si dice che non lo sappiano neppure i Valar.
Strano dono, quello fatto da Ilúvatar agli Uomini, dato che nessuno riesce
a comprenderlo fino in fondo."
"E forse" proseguì Gimli "ci potremmo domandare anche
dove andrà la Terra di Mezzo dopo Re Elessar. Questa Quarta Era mi piace
poco, Legolas, e questi nuovi Uomini mi piacciono ancora meno. Non so, amico
mio, noi avevamo l'Ombra da combattere, e sapevamo dov'era, e sapevamo quali
erano i Popoli Liberi. Adesso sembra già che gli Uomini stentino a capire,
e che l'Ombra a volte rinasca, non nella Torre Nera, ma direttamente dentro
il cuore degli Uomini."
"E` pur troppo vero" rispose Legolas "ed è per questo
che sono triste, mio caro amico. Non per la morte di Re Elessar, ché
il Dono di Ilúvatar deve essere accettato con letizia. Sono triste perché
Re Elessar è stato l'ultimo Amico degli Elfi, l'ultimo Uomo cresciuto
a Imladris, l'ultimo legame tra i Priminati e i Successivi. Sento che da oggi
la Terra di Mezzo non mi appartiene più."
I due sostarono un momento davanti alla camera funeraria di Re Elessar. Sdraiato
sul letto di morte, l'Erede di Isildur si mostrava in tutta la sua bellezza
e magnificenza: i tratti splendidi del suo volto ricordavano, sì, Elendil
il Fedele e Isildur suo figlio, ma finanche Elros Tar-Minyatur, e Elrond suo
fratello maestro di sapienza, che in un giorno di tanti anni prima aveva abbandonato
la Terra di Mezzo e sedeva adesso in Valinor tra le Potenze. La sapienza degli
Elfi gli splendeva in volto, assieme alla forza degli Uomini.
Lo sguardo di Gimli si posò per un attimo sul gioiello che portava al
collo: nella bellezza elfica di Sire Elessar rivedeva quella stessa luce che
splendeva nella ciocca di Galadriel.
Gimli sospirò: molti e molti anni erano trascorsi da quando Galadriel
era partita per l'Ovest con l'Ultima Nave, assieme a Elrond, Gandalf, i Tre
Anelli, Bilbo e Frodo. Gimli si scoprì a pensare ai suoi amici, alla
Compagnia dell'Anello, e soprattutto a Dama Galadriel, alla sua amicizia e al
suo dono.
Chissà se adesso, nell'Ovest beato, qualche volta si ricordava ancora
della Terra di Mezzo... e magari di Gimli il Nano. "Sicuramente no"
si disse. "Galadriel adesso vive con i Valar... che motivo ha di ricordare
gli anni bui passati in esilio? E perché pensare ancora ai Nani, che
tanti dissapori hanno avuto con gli Elfi?" E distogliendo la sua mente
da quei pensieri malinconici, tornò a guardare Re Elessar e gli rivolse
un ultimo saluto.
Legolas e Gimli rimasero qualche giorno a Minas Tirith, ospiti di Re Eldarion:
ma mesti erano i loro pasti e senza gioia i loro discorsi. Dopo una settimana,
salutarono Re Eldarion e si incamminarono verso l'Ithilien.
Era intenzione di Gimli accompagnare l'amico fino alla sua dimora e di lì
proseguire verso le Caverne Scintillanti, per trascorrere là il poco
tempo che ancora gli rimaneva; avrebbe presto compiuto 262 anni, età
quanto mai anomala per la razza dei Nani che, se arriva spesso a 250 anni, raramente
li supera.
Gimli si era chiesto spesso il perché di tanta longevità, e dopo
la morte di Re Elessar si era convinto che, per uno strano capriccio del destino,
spettasse a lui il ruolo di ultimo membro della Compagnia dell'Anello a dipartirsi
dalla Terra di mezzo. Legolas avrebbe presto fatto rotta verso Ovest, avendo
resistito al richiamo del Mare sin troppo a lungo, e allora sarebbe giunto il
suo momento.
Giunti alla dimora di Legolas nell'Ithilien, Gimli insistette per proseguire
subito verso la sua dimora. Sentiva di non avere più niente da dire all'amico,
sentiva che era giunto il momento di sedersi e attendere la fine: inutile perdere
tempo in addii.
Legolas apparentemente acconsentì. "Sta bene" disse. "Sento
anch'io che la fine della Compagnia è vicina, e non serve prolungarla
oltre. Siamo rimasti soltanto noi due, e il cuore mi dice che il nostro posto
non è più nella Terra di Mezzo, adesso. Tuttavia vorrei che tu
venissi nella mia dimora, un'ultima volta. Ho qualcosa da mostrarti, e solo
dopo averla vista deciderai."
Entrati nella dimora di Legolas, questi lo condusse in una piccola stanza, illuminata
solo da una torcia. Fece sedere il suo amico su di un piccolo sgabello davanti
ad un tavolino rotondo coperto con un panno, e lentamente sollevò il
panno.
Gimli riconobbe immediatamente, nel globo di cristallo scuro che aveva davanti,
nientemeno che un Palantír. "E` il Palantír di Re Elessar?"
chiese a Legolas. "Sì" rispose questi. "Qualche giorno
prima di lasciare la Terra di Mezzo, mi ha chiamato e mi ha affidato la Pietra.
'Legolas, più caro fra gli amici, ti affido questo Palantír; il
tempo dei Numenoreani è terminato, e il dono degli Elfi a Númenor
deve essere restituito. Dama Undómiel mi ha rivelato che il compito spetta
a te; ma non ti preoccupare, credo che l'Ultimo Viaggio della Compagnia dell'Anello
non sarà un viaggio solitario.' Così mi disse, e adesso ho capito".
"Cosa intendi?" chiese Gimli incuriosito.
"Siediti e guarda, amico mio" fu la risposta solenne dell'Elfo.
Gimli si sedette. La pietra divenne grigia, come piena di fumo, ma dopo qualche
istante una luce si irradiò dal centro, ingrandendosi fino a rendere
tutta la pietra luminosa. Gimli vide con chiarezza una torre bianca, e sulla
sommità, dietro una pietra molto più grande di quella che aveva
davanti, sedeva una dama, anch'essa vestita di bianco.
Se avesse conosciuto meglio la storia delle Pietre Veggenti, Gimli avrebbe saputo
subito che l'unica Pietra ancora esistente e attiva si trovava sulla torre di
Avallónë in Eressëa, la Pietra Padrona delle Palantíri.
Molti anni fa era stata creata, lei e le sue sorelle, dall'abilità degli
Elfi di Eressëa, e la Pietra Padrona fu collocata sulla sommità
di Avallónë per comunicare con le altre, e a quel che si dice sarà
frantumata solo dal fragore dell'Ultima Battaglia.
La dama dall'altra parte del Palantír parlò, e Gimli sentì
risuonare le parole nella sua mente come se ella gli fosse stata accanto; ma
volgendosi verso Legolas, si accorse che l'Elfo non riusciva a sentire, e lo
stava osservando con un sorriso. Evidentemente le Pietre stavano creando una
sorta di dialogo mentale.
"Ben trovato, Gimli figlio di Glóin" disse la dama.
Era Dama Galadriel, e tutti i ricordi e i sentimenti di Gimli gli si affollarono
nel cuore e nello stomaco fino quasi a soffocarlo.
"Mia Signora!..." fu l'unica cosa che riuscì a dire, con voce
strozzata. Si era dimenticato quanto fosse bella Galadriel; o forse era lei
che adesso era ancora più bella, con la luce di Valinor che gli splendeva
in volto. I suoi capelli, adesso, avevano un colore che neanche l'oro più
puro e più splendente potrà mai raggiungere, e la sua pelle era
bianca e luminosa più di quanto Gimli avesse mai potuto immaginare.
Gimli dovette lottare contro se stesso per non piangere (il suo orgoglio di
Nano non l'avrebbe mai tollerato): si rese conto che per tutta la sua vita aveva
solo sperato di rivederla, e che amava quella dama in una maniera che nessuno
avrebbe mai potuto capire. La sua mano si strinse intorno al gioiello che portava
al collo così strettamente che il castone di mithril gli ferì
il palmo.
"La vita ti è stata lieve, Scrigno della Ciocca?" disse Dama
Galadriel. "So che hai avuto onori e ricchezze in misura maggiore di molti
altri della tua razza".
"Mia Signora!..." fu l'unica cosa che riuscì a ripetere Gimli.
Tutto ciò che avrebbe voluto dire, i pensieri di molti lunghi anni si
affacciavano così confusamente che non riuscì a formulare nessuna
frase. Galadriel sorrise.
"Sei forse diventato timido, Gimli figlio di Glóin? So che non è
una caratteristica comune in un Nano."
"Non mi sarei più aspettato di rivederti, mia Signora" riuscì
infine a rispondere Gimli.
"Così non è, invece: spero che la cosa ti faccia piacere,
comunque."
"Non intendevo questo..." cominciò a rispondere Gimli.
"Lo so" disse calma Galadriel. "Conosco la tua devozione, e quella
dei tuoi sudditi; mai Elfo fu tenuto in tanta considerazione presso i Nani,
e di questo posso solo ringraziarti". Il volto di Galadriel si aprì
in un sorriso di affetto, e il cuore di Gimli sembrò scoppiare.
"Ma non è per questo che ti ho cercato; Gimli, tu possiedi qualcosa
che mi appartiene." disse infine Galadriel: il suo sorriso si spense per
un attimo, e Gimli rimase ancora più confuso di prima.
La sua mano lasciò lentamente la presa, e sollevò piano il diamante
con incastonata la ciocca fino a portarlo davanti al Palantír.
"La tua ciocca di capelli, mia Signora. L'ho conservata come meglio potevo."
Lo sguardo di Galadriel si fissò per un attimo sul gioiello, che sembrò
illuminarsi. La dama non riuscì a nascondere un sorriso di compiacimento.
"Abili sono le mani dei Nani, Gimli figlio di Glóin; codesto gioiello
è degno di una regina."
"Come posso donarti questa pietra?" disse d'impulso Gimli; si sarebbe
gettato seduta stante nell'Anduin e avrebbe nuotato fino a Valinor, se solo
la dama gliel'avesse chiesto. Ma Galadriel tornò seria, e il fervore
di Gimli si raffreddò un poco.
"Non è codesto il punto, mio buon Nano. I Noldor sono partiti, e
i Tempi Antichi non sono più, e i Tempi Nuovi sono sconosciuti persino
ai Valar. I Noldor appartengono ormai al passato, come gli Anelli, e il sangue
di Arwen Undómiel presto si perderà in mezzo a quello degli Uomini.
Gimli, la ciocca che possiedi appartiene ormai al passato anch'essa, a quelli
che saranno ben presto i Tempi Antichi. E` stato decretato da Manwë che
ciò che appartiene agli Elfi debba scomparire dalla Terra di Mezzo prima
che il Tempo degli Uomini si compia. Il Palantír che vedi e la ciocca
che possiedi devono essere riportati a Valinor. Così hanno deciso i Valar."
Gimli ebbe un attimo di riflessione, ma la situazione si chiarì abbastanza
in fretta nella sua mente: Legolas l'Elfo, che poteva ancora trovare la Strada
Diritta, avrebbe riportato in Valinor i due oggetti. Ciò lo rese di colpo
triste: gli dispiaceva separarsi dal dono di Galadriel, e gli sembrava che avrebbe
perso in quel modo anche il ricordo. Ma il senso pratico dei Nani ebbe subito
il sopravvento; la gemma sarebbe andata in Valinor, e la storia dei Due Compagni
finiva lì. Inutile insistere.
Gimli si rivolse di nuovo alla Pietra: "Ho capito" disse. "Mia
Signora, sappi che tutto l'oro che possiedo non mi ha reso ricco quanto la tua
conoscenza; i miei sudditi canteranno per sempre le lodi degli Elfi e di Dama
Galadriel, e le mie grotte più splendenti sono e saranno a te dedicate,
nella vana speranza di riuscire a creare una bellezza che ricordi la tua. Acconsenti
a indossare il gioiello che Legolas ti porterà, in ricordo di Gimli il
Nano?"
"No." rispose secca Galadriel. "Io non riceverò da Legolas
Verdefoglia nessun dono, in quanto il suo compito è consegnare la Pietra
Veggente agli Elfi di Eressëa. Questa è l'unica cosa che gli è
consentita."
"E allora come...?" si lasciò sfuggire Gimli.
"La Ciocca di Dama Galadriel" proseguì solenne la dama "sarà
portata in Valinor dal suo custode. Tu verrai a Valinor, e dalle tue mani sarò
ben lieta di accettare un simile regalo."
"Io? Un Nano? Ma non è consentito..." obiettò Gimli.
"Cosa sai tu di cosa è consentito, Gimli figlio di Glóin?
Conosci tu forse i pensieri di Manwë Súlimo, o di Aulë tuo
signore?"
Al sentir pronunciare il nome di Aulë, Gimli sbiancò in volto. La
devozione dei Nani verso Aulë è molto più profonda di quella
delle altre razze nei confronti dei Valar, persino più grande della devozione
degli Elfi verso Varda. Aulë ha creato i Nani, e Aulë li raccoglie
alla fine della loro vita, e si dice che solo nel Canto Finale sarà svelato
il loro ruolo nella Musica degli Ainur. Tuttavia la devozione dei Nani verso
Aulë non è conosciuta dagli altri popoli, in quanto i Nani non ne
parlano mai, come del resto accade per molti dei loro usi.
"Io stessa" proseguì Galadriel "sono andata a parlare
al Concilio dei Valar, nell'Anello della Sorte, e ho espresso il parere che
a Gimli figlio di Glóin, Amico degli Elfi, Scrigno della Ciocca, sia
consentito di soggiornare in Valinor quale ricompensa per il ruolo svolto nella
Guerra dell'Anello. Aulë ha acconsentito, e Manwë non ha posto obiezioni."
"La Terra Imperitura non prolungherà la tua vita, ma potrai soggiornare
qualche tempo nel Reame Beato, e al momento opportuno sarai condotto nelle aule
riservate alla tua razza direttamente dal tuo signore, grazia che a nessun altro
Nano è mai stata concessa."
Galadriel fece un attimo di pausa, per dare il tempo a Gimli di realizzare cosa
gli stesse proponendo, e infine concluse, con un sorriso affettuoso: "Spero
che questo sia un dono sufficiente a ripagarti della tua devozione."
Gimli non rispose: ogni frase sarebbe stata superflua. Guardò il suo
amico Legolas, che evidentemente era a conoscenza dei progetti di Galadriel:
si scambiarono uno sguardo di intesa, felicità, commozione che valeva
anch'esso più di mille parole. Poi Gimli guardò nuovamente verso
il Palantír, ed ebbe appena il tempo di vedere la figura di Galadriel
che lentamente svaniva; il globo mandò ancora qualche riflesso tremolante,
poi si scurì del tutto.
Una sera di marzo, un contadino dell'Ithilien vide passare, su un'imbarcazione
di legno chiaro, Legolas Verdefoglia e Gimli Amico degli Elfi, che discendevano
il corso dell'Anduin remando blandamente. Salutò con deferenza i Due
Compagni, il cui rango e le cui storie erano conosciute fin dall'ultimo abitante
dell'Ithilien; dopo tutto, se egli aveva delle terre da coltivare adesso, era
grazie al successo nella Guerra dell'Anello, in cui Legolas e Gimli tanta parte
avevano avuto.
L'uomo immaginò che i Compagni discendessero l'Anduin per andare a fare
visita al Principe di Dol Amroth, oppure a qualche altro signore delle terre
alle foci dell'Anduin; nella sua vita non aveva mai visto gli Elfi veleggiare
verso l'Ovest, e Valinor era per lui nient'altro che un nome. Mai avrebbe immaginato
che i Due Compagni, con quella fragile barca, abbandonavano la Terra di Mezzo
e andavano verso il Reame Beato dell'Ovest, di là dal Grande Mare. Eppure
così era, e Legolas e Gimli stavano veleggiando verso Valinor, per riportare
il Palantír degli Elfi di Eressëa e la Ciocca di Dama Galadriel
ai loro rispettivi proprietari.
Questa storia non narra come i Due Compagni riuscirono a trovare la Via Diritta
tanti anni dopo che l'Ultima Nave era salpata dalle rive della Terra di Mezzo;
ché lunga è la mano delle Potenze di Arda, e profonda e insondabile
la mente di Manwë Signore Supremo, in cui si rispecchia il pensiero di
Ilúvatar.