La caduta di Fornost
di Alberto "Tarabas" Ladavas

La pioggia cadeva dritta e fitta, penetrando tra i vestiti e nelle ossa, quando tre figure avvolte in grigi mantelli entrarono nella locanda del "Drago d’oro" a Brea. Dopo aver chiuso la pesante porta d’ingresso, le tre figure avanzarono di un paio di passi nella locanda, togliendosi la pioggia accumulata sul mantello e buttando indietro sulle spalle i cappucci. I pochi avventori presenti nella locanda li squadrarono dall’alto in basso, e più d’uno mise una mano sull’elsa della propria spada. Quando i cappucci scesero completamente sulle spalle, rivelarono i volti di tre Elfi: uno più vecchio, apparentemente il capo della compagnia, uno più giovane ma dall’aspetto agile e resistente, e una giovane Elfa, che per la sua bellezza attrasse subito l’interesse di più di un avventore.

Inaspettatamente, il giovane Elfo parlò per primo in Ovestron, e rivolgendosi all’oste dietro al bancone, chiese: "Avete una stanza libera? Siamo dei viaggiatori e stiamo cercando riparo per questa notte. Domani mattina, molto presto, ce ne andremo".

"No, e anche se ce l’avessi non ve la darei", rispose l’uomo. "Non voglio degli strani ‘orecchie-a-punta’ nella mia locanda, quindi, se volete uscire con le buone, andatevene subito, altrimenti vi persuaderò con le mie mani!", e così dicendo il rozzo oste ficcò una mano sotto il bancone, sfilandone un grosso e nodoso randello, e si avviò verso i tre viandanti con aria minacciosa.

La rozza reazione dell’oste, anche se non si può scusare, si può perlomeno capire, visto che il periodo storico in cui si svolge questa storia, è l’inverno del 1974 della Terza Era, quando il Regno del Nord si stava preparando per subire l’assalto finale da parte di Angmar; è perciò logico che la maggior parte della popolazione di Brea nutrisse diffidenza per gli stranieri e ne avesse paura, soprattutto per coloro che non fossero di natura umana, o al massimo Hobbit.

L’oste, armato di randello, stava quindi andando verso i tre Elfi, facendosi largo tra i tavoli, quando improvvisamente, un grosso e possente Uomo, tirò fuori da sotto il tavolo una sua gamba, e la mise proprio davanti all’oste, facendolo cadere a terra come un sacco di patate e con la faccia contro il pavimento. Ma il grosso e rozzo oste si riebbe velocemente dalla botta subita e stava per rialzarsi per vedere chi aveva osato atterrarlo, quando il compagno di tavolo del grosso uomo con uno scatto fulmineo balzò in piedi e sguainò la spada, puntandola alla gola dell’oste.

"Così non vuoi nessuno ‘strano orecchie-a-punta’ nella tua locanda, brutto locandiere inospitale!", disse il compagno. "Bene, se è così, dovrai buttare fuori anche me, perché si dà il caso che nelle mie vene scorra metà sangue di Uomo e metà sangue di Elfo, ma a giudicare dalle tue condizioni attuali, non mi sembri molto in grado di nuocermi!", e finì esplodendo in una risata.

"Basta Mordelwen", disse il grosso Uomo. "Rinfodera la tua spada, e tu oste, non provare a fare mosse strane o dirò al mio amico di puntartela un’altra volta alla gola, ma questa volta magari un po’ più a fondo! Il mio nome è Alphtalion, e sono un Dunedain, come te e tutti gli Uomini in questa locanda, e come tali abbiamo il dovere di ospitare questi tre viandanti Elfi, come nostri amici e alleati contro Angmar, anche se molti di noi diffidano di loro, perché li trovano diversi da noi o perché come dice il nostro ospite ci sembrano strani. Perciò vi invito, amici Elfi, a sedervi al mio tavolo e a ristorarvi dal lungo viaggio che vedo nella stanchezza sui vostri volti, brindando con me alla sconfitta di Angmar. E voi oste, andate a preparare una camera per questi tre viaggiatori, e non vi preoccupate, domani mattina se ne saranno già andati come hanno promesso".

Nessuno degli avventori della locanda ebbe nulla da ridire al discorso di Alphtalion, anche perché costui, come abbiamo già visto, era un Uomo grosso e possente, ma anche di bell’aspetto, e dai vestiti che indossava (una cotta di maglia lunga fino alle ginocchia), rivelava di essere un guerriero, mentre tutti gli altri avventori erano comuni cittadini di Brea o contadini dei dintorni.

I tre Elfi accettarono cortesemente l’invito del guerriero e del suo compagno sedendosi al loro tavolo, mentre l’oste si ritirò con la coda tra le gambe al piano superiore a preparare una camera e a meditare vendetta, ma senza avere abbastanza coraggio per attuarla.

Dopo che i tre Elfi furono seduti, il più anziano parlò rivolgendosi ad Alphtalion: "Prima di poter godere della vostra ospitalità lasciate che presenti me e ed i miei compagni. Io sono Issendil, della stirpe dei Noldor, e provengo da Rivendell, o Gran Burrone come lo chiamate voi Uomini, anche se sono originario del Lindon; sono mago e consigliere di Elrond il Mezzelfo, e sono lieto di sedere al tavolo con un giovane della sua razza", e così dicendo guardò verso Mordelwen che sorrise compiaciuto.

"Lei è Miriwen", continuò il mago indicando la giovane elfa. "E’ la mia assistente, ed anche lei proviene da Rivendell ed è della mia razza. Il mio giovane amico che ha appena avuto quel piccolo diverbio con l’oste, è invece Taurelion, e proviene da molto più lontano di noi, dal lontano Est, dal reame degli Elfi Silvani in Bosco Atro. E’ giunto a Rivendell come messaggero di Re Thranduil, e si è offerto di farci da guida per il nostro percorso".

"E, se posso chiedervelo, qual è il vostro percorso?", lo interruppe il guerriero.

"In tempi di oscurità come i giorni che stiamo vivendo, sarebbe meglio non rivelare i propri progetti al primo Uomo che si incontra in una locanda, ma i miei occhi leggono nel vostro cuore purezza ed onestà, e, fino ad oggi, il mio cuore non ha mai sbagliato, per cui vi parlerò con sincerità. Elrond ci ha incaricato di recarci a Fornost, a parlare con Re Arvedui, per rincuorarlo e per dirgli che presto arriveranno rinforzi sia da Sud che da Est e forse Angmar potrà essere sconfitto".

"Perbacco, queste si che sono buone notizie! Bene, vedo che il vostro viaggio è molto importante, per cui, io e Mordelwen ci mettiamo al vostro servizio, e vi scorteremo e guideremo fino a Fornost. Non dubito assolutamente delle capacità di Taurelion, ma queste contrade sono oggi molto pericolose, ed io e il mio compagno le conosciamo molto bene, zolla per zolla, avendovi viaggiato da così tanti anni che ne abbiamo perso il conto!", e così dicendo diede una forte pacca sulle spalle a Mordelwen, e insieme scoppiarono a ridere fragorosamente. "Ma ora basta con questi discorsi, è ora di incominciare a mangiare, e poi, i servi di Angmar si possono annidare in ogni luogo, e i nostri discorsi non sono fatti per essere uditi dalle loro orecchie. Oh, ecco finalmente l’oste che arriva con la cena! Non sarà di certo un pasto elfico ma spero che sarà comunque di vostro gradimento!", e scoppiò in un'altra risata.

Proprio mentre stavano incominciando a mangiare, un Uomo avvolto in nero mantello, seduto vicino al tavolo della nostra compagnia, si alzò in fretta e uscì dalla locanda, immergendosi nel buio della notte che ormai era scesa su Brea. Alphtalion e Mordelwen lo notarono, ma non lo ritennero un pericolo, e mai giudizio fu forse più errato, come il futuro avrebbe poi mostrato ai nostri compagni.

Dopo l’abbondante cena, la compagnia si trattenne ancora fino a tardi nella sala comune della locanda, discorrendo su diversi argomenti e fumando nelle pipe del buon tabacco della Contea. Solo Taurelion non rimase a lungo nella locanda, ma preferì recarsi nelle stalle per controllare che i cavalli fossero stati sistemati nel modo migliore, e per dargli una buona strigliata. Comunque, quando Orione fu alto nel cielo, tutti i membri della compagnia che si era formata attorno al tavolo nella locanda, si erano recati nella propria stanza per godere i benefici di un buon sonno ristoratore.

La mattina successiva, il primo a svegliarsi dei tre Elfi fu Taurelion. Aveva l’abitudine di alzarsi presto per vedere sorgere il sole tra gli alti rami degli alberi di Bosco Atro, ed anche se ormai si trovava molto lontano da casa, non riusciva a perderla. Decise perciò di scendere nelle stalle a vedere come avevano passato la notte i cavalli, ma quando vi giunse, vi trovò con grande stupore Alphtalion che stava stringendo le cinghie dei finimenti del suo cavallo come se fosse l’ultimo preparativo prima della partenza.

"Ben svegliato!", disse il guerriero. "Se aveste tardato ancora un po’, giuro che sarei venuto di sopra a buttarvi giù dal letto! Su, forza, va a svegliare i tuoi amici. Il sole sta per sorgere, e ciò vuol dire che è già tardi, perché Fornost è lontana, e se non ci sbrighiamo, per questa notte non saremo arrivati. Ah, ecco Mordelwen che torna con le provviste! Bene, bene, affrettiamoci", e così dicendo uscì dalla stalla, senza dare il tempo a Taurelion di dire una parola. L’Elfo, comunque corse subito su per le scale a svegliare i suoi compagni, ed in poco tempo, tutta la compagnia fu in sella ai cavalli nel cortile della locanda.

"Uomo, ho appena pagato il locandiere, perciò possiamo andare", disse Mordelwen rivolgendosi al guerriero.

"E sia allora, partiamo, e possa il nostro viaggio essere veloce e sicuro!", rispose Alphtalion, dopodiché spronò il cavallo e si lanciò al galoppo lungo la strada che portava al Cancello Nord di Brea, dove gli Uomini di guardia, vedendoli passare li salutarono.

Brea e Fornost distavano circa cento miglia, e il viaggio per coprire questa distanza fu lungo e faticoso, specialmente per uno strano vento molto freddo e tagliente proveniente da Nord, che sembrava preannunciare l’imminente arrivo delle oscure armate di Angmar. La compagnia cavalcò senza sosta per tutto il giorno attraverso le praterie comprese tra il fiume Baranduin a Ovest e le Colline Vento ad Est, fermandosi solo verso mezzogiorno per consumare un pasto frugale, e finalmente, quando il sole era ormai calato e le prime stelle incominciavano a scintillare nel buio della notte, giunsero a Fornost, appena in tempo per entrare nella città prima che le guardie chiudessero i pesanti battenti di bronzo della porta principale.

Appena entrato, Alphtalion smontò da cavallo, e si rivolse al capitano delle guardie: "Buon uomo, dobbiamo parlare urgentemente con il Re. Rechiamo importanti notizie. Dove possiamo trovarlo? Potete accompagnarci da lui?".

"Nessuno straniero può parlare con il Re, ma vista la stanchezza dei vostri cavalli, il messaggio che portate deve essere davvero importante, per cui, due delle mie guardie vi scorteranno fino a palazzo, dove potrete chiedere udienza straordinaria al Re. Lasciate qui i vostri cavalli, e non temete, saranno trattati meglio dei nostri!".

"Voi due", continuò il capitano, "Scortate gli stranieri a palazzo, dopodiché tornate subito qui. Non so perché, ma stasera ho un brutto presentimento. E’ come se il vento continuasse a sussurrarmi nelle orecchie messaggi di morte e distruzione, ma probabilmente è solo la stanchezza! Su adesso, andate!", e così dicendo, risalì alla torre di guardia sopra la porta.

"E’ un brutto segnale", disse Issendil ad Alphtalion. "Queste sono le malie del Signore di Angmar che si fanno più forti, e ciò vuol dire che si sta avvicinando. Dobbiamo sbrigarci, o sarà troppo tardi!", e si incamminò dietro le due guardie, seguito dal resto della compagnia.

Percorsero delle strette vie che sembravano portare verso il centro della città, ma non videro mai alcun essere vivente, solo qualche luce accesa nelle case e dei rumori di canti e risa provenire dalle locande che incontravano. Improvvisamente Taurelion si fermò e chiese: "Non sentite anche voi uno strano brontolio in lontananza? Una specie di rullare di molti tamburi. Ma forse ha ragione il capitano, il vento questa sera sussurra davvero strane cose!", e riprese a camminare.

Svoltando a destra ad un angolo, finalmente incominciarono a scorgere il palazzo di Re Arvedui, ma improvvisamente Mordelwen incominciò a scorgere nel cielo dei piccoli bagliori rossastri avvicinarsi alla città. All’inizio non comprese subito cosa fossero, ma dopo qualche secondo si fermò, prese per il braccio Alphtalion, e indicando il cielo, gridò: "Frecce incendiarie! Stanno tirando sulla città frecce incendiarie! Angmar sta attaccando!".

Allo stesso tempo, più campane incominciarono a suonare in diversi punti della città, e la gente impaurita incominciò a correre per le strade gridando e coprendo il suono dei corni che chiamavano a raccolta gli uomini d’arme sulle mura per combattere.

In poco tempo le strade furono invase dai cittadini, e i drappelli di soldati facevano fatica a farsi largo tra la folla; uno squadrone di cavalleria si diresse subito al galoppo verso la porta principale facendo tremare il terreno e passando di fianco alla nostra compagnia, che al primo richiamo dei corni era stata abbandonata dalle due guardie. Ora i cinque compagni si trovavano in completa balia della folla, che li spingeva ora da una parte, ora dall’altra senza potersi opporre.

All’improvviso Alphtalion vide davanti a sé un compatto gruppo di una decina di Nani pesantemente armati che gli si fece incontro. Tra di essi, il più grande gli urlò: "Presto, seguiteci, o morirete sotto le frecce e il fuoco del Nemico! Non perdete tempo, ogni secondo è prezioso!".

"Un momento, io non seguo nessun nanerottolo!", disse Taurelion. "Non mi sono mai fidato di un Nano, e non incomincerò certo in una situazione di pericolo come questa. Ci porterà sicuramente in qualche cunicolo per ucciderci e derubarci del nostro oro, avidi come sono!".

"Taurelion, ricordati del Drago d’oro e ricordati che i Nani sono nostri alleati", disse Issendil. "Perciò ora ci fideremo di loro, anche perché hanno ragione: se restiamo qui, finiremo sicuramente uccisi. Senza aiuti esterni Fornost non può resistere ad un assalto di Angmar, anche se combatterà con coraggio e valore, perciò forza Nani, fateci strada!".

A queste parole, il Nano più robusto impartì alcuni ordini in Khazad, la lingua dei Nani, ai suoi compagni, che incominciarono ad aprire un varco tra la folla, in cui i cinque compagni si infilarono, spinti dal robusto Nano. Corsero per le strade per parecchio tempo, finché non giunsero davanti ad una massiccia costruzione in pietra, in cui il Nano esortò la compagnia ad entrare.

Intanto, tutt’intorno a Fornost, l’esercito di Angmar si era dispiegato, precludendo ogni via di fuga agli assediati. L’esercito era composto da numerose bande di Orchetti, lupi ed Uomini selvaggi, e poteva contare anche su numerosi gruppi di ben organizzati ed assetati di sangue Uruk-hai, parecchi Troll e numerose macchine da guerra come catapulte e baliste. Il grosso dell’esercito si schierò davanti all’ingresso principale, dove apparve anche un enorme ariete spinto da un numero incredibile di Orchetti, che incominciò a battere sui possenti battenti di bronzo della porta principale. Molte scale furono appoggiate alle mura per poterle scalare, e molte volte i valorosi guerrieri Dunedain di Fornost le respinsero, ma troppo vasta era l’orda di Angmar perché si potesse reggere il suo impeto, e a poco a poco, gli Uomini incominciarono a cedere terreno, arretrando dalle mura e ritirandosi verso il palazzo del Re al centro della città. Il colpo di grazia arrivò quando l’ariete riuscì a scardinare il portale di ingresso: una vera orda di Orchetti si riversò nella città saccheggiando e uccidendo tutto ciò che in essa vi era di vivo.

Mentre i primi colpi dell’ariete contro il portale di bronzo risuonavano cupamente come delle campane a morto, la nostra compagnia entrò insieme ai Nani nella massiccia costruzione a cui erano giunti. L’ingresso dava in una grande stanza rettangolare, il cui soffitto era sostenuto da tonde e lisce colonne; alle pareti erano appese numerose fiaccole, che furono subito raccolte da quattro Nani dopo che il Nano più robusto glielo ebbe ordinato, dopodiché si diressero verso una porta sul fondo della stanza e ne aprirono i pesanti battenti di legno rinforzati con sbarre di metallo.

"Presto, infilatevi nella porta. Gli Orchetti non ci metteranno molto ad abbattere il portone di bronzo!", disse il Nano, dopodiché si mise sul fianco destro della porta esortando i suoi compagni ad entrarvi.

La porta dava accesso ad uno stretto e buio corridoio, e quando tutti vi furono entrati, il Nano richiuse la porta dietro di sé e la sbarrò con numerosi chiavistelli e una grossa asse di legno, dopodiché si girò e disse ad Alphtalion: "Seguite i miei compagni e non abbiate timore. Io resterò qui insieme a qualche altro amico, nel caso dovessero arrivare degli Orchetti. Le nostre asce berranno il loro sangue! Forza, andate ora!".

La compagnia seguì così il resto dei Nani per gli stretti cunicoli in cui li condussero, e dopo un tempo che sembrò interminabile incominciarono a scorgere sul fondo dello stretto corridoio una fioca luce, e giunsero così in una piccola stanza quadrata, piena di barili di birra, e nel cui centro stava seduto, su uno di questi barili, il più grasso e brutto Nano che avessero mai visto.

"Oh, ecco i nuovi arrivati!", disse il Nano. "Venite avanti, non abbiate paura, non vi farò del male. Bene, vediamo di fare presto, gli Orchetti stanno per entrare, e ho proprio voglia di mozzarne un po’ di teste. Il mio nome è Groìn, e sono partito dalla mia casa negli Ered Luin insieme ai miei compagni per portare aiuto a Re Arvedui contro il Nemico, il cui nome noi non osiamo pronunciare. So che anche voi avete fatto lo stesso, poiché il Nemico non è l’unico ad avere buone orecchie, e poiché conosco Issendil, saggio tra gli Eldar. La vostra missione non ha più senso, qualcuno deve avere informato il Nemico dei rinforzi imminenti per Arvedui, così egli ha deciso di attaccare subito, a sorpresa. Però, per evitare a sua volta brutte sorprese, ha deciso di non intervenire direttamente, poiché i miei scout mi hanno riferito che chi comanda l’esercito assediante è un grosso e repellente Uruk-hai, alloggiato sotto una tonda montata su di una collina a Nord".

"Perché ci hai detto tutto questo?", chiese Alphtalion. "Noi cosa c’entriamo?".

Il grosso Nano prese un boccale di birra, lo svuotò in un sol colpo e accarezzò la grande ascia bipenne che teneva sulle ginocchia, poi continuò: "Per il Re non c’è speranza, se rimane a Fornost sarà ucciso, e se Arvedui muore, tutto il Regno del Nord presto cadrà sotto i malefici influssi del Nemico. La sua unica possibilità è fuggire, magari verso gli Ered Luin, dove ho già dato ordini per la sua accoglienza, ma per fare ciò, deve passare attraverso le truppe che circondano la città, fatto parecchio difficile, visto le numerose sentinelle che il Nemico ha piazzato sul campo proprio per evitare questa eventualità. Perciò bisognerebbe creare un diversivo, ed io ho pensato che uccidere il comandante Uruk-hai potrebbe creare abbastanza scompiglio tra le fila del Nemico per permettere ad Arvedui di fuggire insieme ad un piccolo drappello di cavalieri. Ovviamente questo è il vostro compito".

Appena il Nano ebbe finito di parlare un profondo boato risuonò nella stanza e tra i cunicoli, allarmando tutti i Nani presenti. "Maledizione! Il portale di bronzo ha ceduto! Ora gli Orchetti si riverseranno nella città come un fiume in piena, dovete iniziare a muovervi se volete compiere la vostra missione", disse Groìn.

Nessuno della compagnia ebbe il coraggio, o se si vuole la viltà, di rifiutare il compito assegnato, ed Alphtalion parlò allora per tutti: "Va bene Nano, indicaci la strada per uscire da questo sotterraneo, e compiremo la nostra missione!".

"Molto bene!", rispose Groìn. "La Terra-di-mezzo ha bisogno di gente audace e coraggiosa come te Alpthalion, ed è per questo che ti dono con gioia, per aiutarti in questo gravoso compito, la mia ascia da battaglia. E’ appartenuta alla mia famiglia per numerose generazioni, ma siccome io oggi morirò, non voglio che cada tra le luride mani di qualche sporco Orchetto!".

In quel momento irruppe di corsa nella stanza un Nano urlando: "Gli Orchetti! Sono arrivati! Stanno sfondando il portone Groìn!".

Il Nano scese allora dal barile, si fece dare un’ascia da un compagno, ed ordinò ad altri due Nani di spostare un grosso barile dalla parete alla sua destra. Dietro il barile si apriva un buio cunicolo, in cui Groìn invitò la nostra compagnia ad entrare.

"Prendete queste torce", disse "e procedete lungo questo cunicolo. Giungerete all’esterno delle mura, per cui fate attenzione alle sentinelle. Adesso vi devo salutare, il mio destino mi sta chiamando. Addio", e così dicendo si incamminò nel cunicolo che portava al portone insieme agli altri Nani.

La nostra compagnia procedette silenziosamente nel buio cunicolo dietro al barile, e dopo mezz’ora circa giunse in vista di una lunga scala, in cima alla quale si scorgeva un pianerottolo con una tonda grata che dava sull’esterno. Tutti salirono precipitosamente le scale, ed arrivati in cima constatarono che la grata era in ferro, e all’apparenza sembrava molto solida.

"Mettetevi contro le pareti", disse Mordelwen. "Io e Alphtalion cercheremo di abbattere la grata a spallate".

Il Mezzelfo ed il guerriero presero una breve rincorsa, e si slanciarono con tutto il peso del proprio corpo contro la grata, ma tutto fu vano, poiché la grata era troppo robusta per cedere ad alcune spallate.

"Fate provare me", disse Issendil. "Se la forza non ha potuto niente, forse potrà la magia".

"Va bene", rispose Mordelwen. "Ma lascia che io sostenga la grata nel caso debba cadere verso l’interno".

Issendil assentì con un cenno del capo, ed in quel momento Taurelion incominciò a distinguere un vociare proveniente dal fondo del cunicolo. "Presto, sbrighiamoci!", disse. "Gli Orchetti stanno per arrivare!".

Issendil si piazzò davanti alla grata, ma a circa cinque passi da essa. Unì le mani davanti al viso e si concentrò per alcuni attimi che sembrarono lunghi come secoli, mentre le voci degli Orchetti si facevano sempre più vicine. Improvvisamente il mago disgiunse le mani, ma molto lentamente, e pronunciando una breve formula in elfico, indicò il terreno circostante la grata, che incominciò a trasformarsi in polvere e cadere ai piedi di Mordelwen. In un primo momento il Mezzelfo riuscì a sostenere il peso dell’enorme grata, ma quando questa fu completamente libera, il peso si fece insostenibile, ed egli cadde, rotolando giù per le scale, schiacciato dal peso della grata.

Agli Orchetti mancavano ormai poche decine di metri per raggiungere la compagnia, ma Alphtalion e Taurelion reagirono prontamente, scendendo le scale per soccorrere Mordelwen. Insieme tolsero la pesante grata dal corpo del Mezzelfo, che era svenuto ed aveva riportato gravi ferite nella caduta, dopodiché il guerriero disse: "Taurelion, coprimi mentre porto Mordelwen fuori di qui!", e si caricò il corpo dell’amico sulle spalle.

L’Elfo prese l’arco che portava a tracolla, ed incominciò a scagliare frecce sulla massa di Orchetti che avanzava nel tunnel, mentre saliva le scale dietro ad Alphtalion, che invece urlò ad Issendil ed alla sua assistente: "Uscite! Fate presto! Uscite!".

Ogni freccia scoccata da Taurelion era un Orchetto disteso a terra morto, ma ciò non bastava ad arrestare la loro avanzata, anzi si facevano sempre più vicini.

Appena uscita all’aperto Miriwen scorse poco distante una sentinella, ma prima che questa si accorgesse della sua presenza, gli lancio un incantesimo del sonno, che fece addormentare profondamente la sentinella facendola crollare a terra. Dopo Miriwen uscì Issendil, seguito da Alphtalion con in spalla il suo amico e da Taurelion.

Quest’ultimo si fermò sulla soglia dell’uscita continuando a scoccare frecce contro gli Orchetti, che ora erano talmente vicini, che uno di essi tentò di assalire l’Elfo con una pesante scimitarra, ma questi fu più veloce di lui: schivò il colpo e gli conficcò il suo pugnale in fronte, facendolo rotolare giù per le scale addosso ai suoi compagni rallentando così la loro salita.

Con un balzo Taurelion si allontanò dall’uscita del cunicolo, ed urlò ad Issendil: "Presto, fai crollare l’uscita sugli Orchetti! Crea un piccolo smottamento del terreno!".

Il mago non si fece pregare due volte: alzò le braccia verso il cielo, recitò una formula in elfico, e fece cadere le braccia lungo i fianchi, ed insieme ad esse cadde la volta del cunicolo, seppellendo parecchi Orchetti sotto qualche metro di terra, e impedendo per sempre agli altri di uscire da quella parte.

La nostra compagnia si trovava ora in uno stretto avvallamento del terreno, posto in direzione del cunicolo, che probabilmente una volta doveva servire come canale. Dopo qualche minuto, tutti si riebbero dalla paura del pericolo che li aveva sfiorati così da vicino e si preoccuparono delle condizioni di Mordelwen. Il guerriero lo sdraiò a terra, e nel buio della notte, cercò di valutarne le condizioni.

"Ha una brutta ferita al volto", disse. "Un lungo taglio che parte dall’attaccatura dei capelli e arriva sino al mento, ma per fortuna, l’occhio non ha subito lesioni. Deve anche aver battuto la testa… c’è una ferita poco profonda, solo un graffio… Maledizione! La gamba sinistra è rotta! Anche se rinviene non potrà esserci di molto aiuto. Ha parecchie botte sparse sul corpo, ma la ferita più grave è quella al volto. Dobbiamo fermare il sangue, e sarebbe meglio non muoverlo troppo".

"Guardate laggiù!", disse Taurelion. "C’è un ponte che attraversa questo avvallamento. Se ci ripariamo là sotto e con il favore del buio, difficilmente qualcuno ci troverà, e là potremo curare meglio Mordelwen".

"Va bene, andiamo là sotto", rispose Alphtalion, che si caricò sulle spalle il Mezzelfo.

Il ponte era a circa duecento metri dall’uscita del cunicolo, e lungo questo tratto la compagnia avanzò silenziosamente senza incontrare più nessuna sentinella. Giunti sotto il ponte Miriwen stese un mantello per terra, e il guerriero vi mise sopra l’amico, coprendolo poi con un altro mantello. Spalmò sulle ferite un unguento a base di erbe, e le fasciò ben strette per fermare la fuoriuscita del sangue, e quando ebbe finito si sedette e chiese: "E adesso cosa facciamo? Dobbiamo compiere la nostra missione!"

"Lo faremo", disse Taurelion. "Mentre tu stavi fasciando Mordelwen, sono uscito cautamente da questo avvallamento e sono avanzato strisciando per qualche metro. La fortuna ci ha assistito, o forse quel Nano è stato bravo ad indicarci questa uscita, perché a circa mezzo miglio da qui c’è la tenda del comandante, che ho appena visto entrarvi insieme ad un paio di guardie del corpo. Sfortunatamente però, attorno alla tenda, stanno montando la guardia una ventina di grossi Uruk-hai dall’aspetto poco rassicurante. Non sarà facile avvicinarsi alla tenda, no davvero!".

"Ma forse, non dobbiamo avvicinarci", disse Issendil. "La tua bravura con l’arco, noi tutti prima l’abbiamo potuta osservare, perciò per te non dovrebbe essere difficile colpire un bersaglio grosso come un Uruk-hai ad una distanza diciamo di circa trecento passi".

"No, direi di no", rispose l’Elfo.

"Benissimo", proseguì il mago. "Perciò, Alphtalion, tu ed io usciremo dal canale, e ci avvicineremo a circa duecento passi dalla tenda stando attenti a non farci scoprire, mentre Miriwen per sicurezza resterà qui a curare e proteggere Mordelwen".

"E poi, cosa faremo?", intervenne il guerriero.

"Ci giocheremo tutto in pochi istanti. Io lancerò una piccolo dardo di fuoco sulla tenda del comandante per farla incendiare, e quando questi sarà uscito dalla tenda per non restarvi intrappolato, Taurelion tenderà il suo arco e lo colpirà, mentre tu ci proteggerai da qualche Uruk-hai che potrebbe cercare di attaccarci. Quello che accadrà dopo è nelle mani di Iluvatar, perciò Miriwen, se dopo poco tempo non ci vedrai tornare, nasconditi o fuggi, ma non preoccuparti per noi, e soprattutto non venire a cercarci".

"Mi hai convinto, io vengo!", disse Alphtalion.

"Anch’io", aggiunse l’arciere.

"Bene, allora è deciso!", concluse Issendil.

I tre compagni lasciarono buona parte del loro equipaggiamento a Miriwen, portando con loro solo lo stretto necessario. Silenziosamente salirono lo scosceso bordo del canale, e camminando chinati arrivarono a circa un quarto di miglio dalla tenda del comandante, dopodiché si sdraiarono a terra e continuarono ad avanzare, facendo meno rumore possibile. A circa cento passi dalle guardie si fermarono, aspettando il momento opportuno per mettere in atto il loro piano. Di fronte a loro avevano due guardie Uruk-hai, che parlavano tra loro emettendo cupi versi gutturali.

Improvvisamente la discussione si animò, e i due incominciarono a litigare, degenerando poi in una rissa. Uno dei due sfoderò una corta e larga spada, e cercò di colpire l’altro che però schivò agilmente il colpo. Questi stava giusto per rispondere lanciando un grosso pugnale, quando sopraggiunsero altri quattro Uruk-hai guidati da un Orchetto più grande che sembrava essere il loro capo. I nuovi arrivati divisero i due contendenti, e il capo diede loro l’ordine di portarli nella tenda del comandante, dove probabilmente sarebbero stati sottoposti al suo giudizio.

In pochi istanti, il terreno davanti alla nostra compagnia fu libero da ogni sentinella, perciò, Issendil, Alphtalion e Taurelion, si scambiarono un cenno d’intesa ed incominciarono ad agire.

Il mago saltò in piedi e incominciò a concentrarsi per lanciare il dardo di fuoco, mentre l’arciere si inginocchiò, incoccò una freccia nell’arco e lo tese, pronto a lasciare andare la corda in ogni istante. Il guerriero si mise in piedi e prese nella mano destra la pesante ascia del Nano, pronto a fare a pezzi chiunque avesse tentato di ostacolarli.

Dopo pochi ma lunghissimi attimi, Issendil fu pronto: stese il braccio destro verso la tenda, puntò l’indice verso di essa e pronunciò poche parole in elfico. Subito dal suo dito saettò verso la tenda una piccola fiammella bluastra, che si infranse contro di essa incendiandola.

Gli Uruk-hai non si accorsero subito di quanto era successo, ma quando un sottile odore di bruciato si sparse nell’aria, incominciarono ad urlare emettendo rauchi grugniti. Tutti gli occupanti della tenda uscirono all’aperto, e tra di essi si ergeva il comandante, un alto e massiccio Uruk-hai, che probabilmente, non ritenendo di essere in pericolo, indossava solamente un corpetto di cuoio grezzo.

Taurelion lo allineò alla punta della sua freccia, trattenne il respiro per avere una mira più precisa, e mollò la corda dell’arco. La freccia elfica saettò nell’aria come un fulmine, ma proprio mentre stava per raggiungere il comandante, questi si girò, richiamato dall’urlo di un Uruk-hai, e così essa lo sfiorò solamente alla testa senza colpirlo in pieno, ma abbastanza a fondo da provocargli un dolore così forte da farlo crollare senza sensi.

Vedendo crollare il proprio capo, senza un’apparente motivo, la ventina di Uruk-hai che circondavano la tenda furono colti dal panico, e una quindicina di essi scapparono verso la campagna gettando a terra le proprie armi. Quattro di loro corsero in direzione dei nostri tre amici, ma prima che potessero percorrere una ventina di metri, tutti giacevano al suolo con una freccia elfica piantata nel collo.

Gli unici cinque Uruk-hai che non si spaventarono, sollevarono il corpo del proprio capo e incominciarono a trasportarlo verso Fornost, che ormai era stata completamente conquistata.

Alphtalion e Taurelion si gettarono al loro inseguimento e, correndo, l’Elfo riuscì a scoccare altre due frecce, che corrisposero ad altrettanti corpi stesi al suolo. Il guerriero corse più velocemente del suo amico, e quando raggiunse gli Uruk-hai in fuga si avventò su di loro come una furia. Ancora in corsa, sollevò la grande ascia nanesca e, con un poderoso fendente, staccò di netto la testa di un Uruk-hai. A questo punto, gli altri due che stavano trasportando il corpo del comandante, lo lasciarono cadere al suolo e sfoderarono le spade. Prima che uno di loro avesse il tempo di agire, il guerriero gli piantò l’ascia in testa spaccandogliela a metà, ma sfortunatamente l’arma rimase conficcata nella testa del mostro. L’altro Uruk-hai approfittò subito di questo attimo di difficoltà, e si avventò su Alphtalion con un lungo affondo. Il guerriero però schivò abilmente il colpo gettandosi di fianco, estrasse il pugnale dal fodero appeso alla cintura, e lo conficcò fino all’impugnatura nella schiena dell’Uruk-hai, all’altezza del cuore, facendolo cadere a terra senza vita.

Anche se allo stremo delle forze, Alpthalion tolse la sua ascia dallo testa dell’Uruk-hai morto, e si avvicinò al corpo del comandante. Con un ultimo sforzo alzò l’arma sopra la propria testa, e con tutta la forza che gli era rimasta in corpo, calò un fendente sul collo del massiccio Uruk-hai, e il colpo fu talmente forte da staccarne la testa e farla rotolare per qualche metro. Nello stesso istante, sopraggiunsero i due Elfi, che insieme al guerriero si lasciarono cadere a terra, stremati.

"Ce l’abbiamo fatta!", disse Alphtalion, "Ce l’abbiamo fatta!".

"Si, è vero", disse Issendil. "Abbiamo compiuto la nostra missione, ma ora tutto dipende solo da Re Arvedui e dai sui prodi cavalieri. Forza, torniamo da Miriwen e dal tuo amico, noi non possiamo fare più niente".

I tre compagni si alzarono faticosamente, e lentamente si incamminarono verso il ponte. A pochi metri da esso, Miriwen uscì da un cespuglio e corse loro incontro chiedendo: "L’avete ucciso? Ci siete riusciti?".

"Si, Alphtalion lo ha fatto", disse Issendil. "Ed è stata per tutti una grande impresa, ma ora solo Iluvatar può guidare i passi di Arvedui verso la via che porta alla salvezza".

"Mordelwen come sta? Si è ripreso?", chiese il guerriero.

"Si, si. Sta meglio", rispose Miriwen. "Si è anche svegliato, e ha voluto che gli raccontassi tutto quello che è successo da quando è svenuto. E’ molto dispiaciuto di non avervi potuto aiutare, ma forse è meglio che tu vada da lui e gli racconti ciò che hai fatto. La buona notizia non potrà che farlo stare meglio!".

Alphtalion si diresse subito dal suo amico, mentre Miriwen incominciò a curare le piccole ferite ed escoriazioni che Issendil e Taurelion avevano subito.

Il guerriero si sedette accanto al Mezzelfo, e gli raccontò tutto ciò che era successo, e alla fine Mordelwen disse: "Ah, se solo ci fossi stato anch’io! Gliel’avrei fatta vedere a quei selvaggi Uruk-hai!".

Proprio mentre finiva la frase, Taurelion, che stava osservando Fornost in fiamme, esclamò: "Un gruppo di cavalieri! Un gruppo di cavalieri sta uscendo dalla città, e mi sembra… forse…ma si, ne sono sicuro! Alla loro testa c’è Arvedui, che sta spronando un magnifico stallone bianco! Alcuni Orchetti a cavallo di lupi li stanno inseguendo, ma perdono terreno…no, non ce la fanno a raggiungerli…si fermano e tornano indietro! Si, Arvedui ce l’ha fatta è riuscito a fuggire!".

Alle prime parole dell’Elfo, Alphtalion scattò in piedi, ed aiutò ad alzarsi il suo amico, che strinse i denti per non urlare dal dolore, ma era determinato a salire sulla pianura, per riuscire a scorgere l’Uomo per cui cinque persone avevano rischiato la propria vita.

Con molta fatica, i due amici riuscirono a salire il ripido pendio del canale, aiutati anche dai tre Elfi, ed arrivarono sulla piana appena in tempo per scorgere Re Arvedui scomparire insieme ai suoi cavalieri dietro una collina all’orizzonte, in direzione degli Ered Luin, come Groìn aveva detto, mentre il sole stava per proiettare i primi raggi di un nuovo giorno.

Senza concedersi un attimo di sosta, i membri della compagnia raccolsero i loro esigui bagagli, e costruirono, con i rami di un albero che si ergeva nelle vicinanze, una barella per Mordelwen. Si incamminarono poi verso Sud-Ovest, verso la Contea, dove erano sicuri di trovare rifugio e ristoro presso gli ospitali Hobbit, e sapevano anche che non avrebbero più incontrato nessun servo del Nemico, perché ormai questi erano tutti a Fornost, impegnati a massacrare, distruggere e saccheggiare.

Così Re Arvedui riuscì a fuggire da Fornost insieme ai suoi figli, e a sottrarsi alle grinfie di Angmar. Si diresse verso le miniere dei nani negli Ered Luin, dove trovò rifugio, e da dove continuò a combattere il Nemico, ma questa è un’altra storia.